Luigino Bruni

Più grandi della colpa/14 - Ricucire, risanare, agire tempestivamente fa la pace

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 22/04/2018

Piu grandi della colpa 14 rid«Noi vediamo i beni come un mezzo, come fili di un velo che maschera le relazioni sottostanti. L’attenzione si rivolge al flusso degli scambi, di cui però i beni marcano soltanto la trama.»

Mary Douglas, Il mondo delle cose

Il dono è una parola grande, e quindi è una parola ambivalente. Perché se non fosse ambivalente non sarebbe grande, come grandi e ambivalenti sono l’amore, la religione, la comunità, la vita, la morte. La "capacità di donare e di accogliere doni" è una possibile definizione della natura umana, perché dono dice libertà, autonomia, dignità, bellezza. I doni ricevuti e fatti segnano le tappe decisive della vita nostra e di quella di chi amiamo, dal primo dono della vita fino all’ultimo, quando ridoneremo centuplicato quel primo dono, e forse solo in quel momento ne capiremo tutto il suo valore – e anche il valore e il senso di quell’ultimo dono che stiamo facendo.

Più grandi della colpa/20 - L’umanesimo biblico è un’infinita educazione alla libertà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/06/2018

Piu grandi della colpa 20 rid«Se il tuo cuore non vorrà ritornare
non avere più passione
se non vorrà soffrire,
Senza fare progetti su ciò che sarà
il mio cuore può amare per tutti e due»

Luisa Sobral, Amar pelos dois

Quando si cerca di rispondere ad una vocazione, l’esistenza si muove tra il ricordo di una grande liberazione e l’attesa del compimento di una grande promessa, tra memoria e speranza. Tutto si svolge tra queste due sponde del fiume, e il mestiere del vivere sta nell’imparare a restare nel guado, senza cedere alla tentazione della nostalgia della sponda dalla quale proveniamo né a quella che ci ripete che l’approdo era stato solo un miraggio. Non si è travolti dalle acque e trascinati via dalla corrente finché si resta aggrappati all’invisibile fune che lega il Mar rosso al Giordano. Anche perché più ci avviciniamo all’altra riva più il brano di corda che stringiamo si assottiglia sempre più sotto la nostra mano.

Una rilettura del libro di Giobbe

La sventura di un uomo giusto 450Luigino Bruni

Dehoniane,
Collana P6 - Lapislazzuli
Bologna, novembre 2016
EAN: 9788810558713
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Una persona giusta, integra e retta viene colpita, nel pieno della felicità e senza alcuna spiegazione, da una grande sventura.

Il filo rosso che attraversa il libro di Giobbe ci ricorda che la vita è molto più complessa delle nostre convinzioni meritocratiche e ci invita ad abbandonare una visione «retributiva» della fede – centrale anche nell’etica del capitalismo – portata a considerare la ricchezza e la felicità come premi per una vita fedele.

L’alba della mezzanotte/5 - Restare forti per non manipolare la realtà e non usare Dio

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 21/05/2017

170521 Geremia 05 rid"E la folla esultava schioccando le dita. Zarathustra invece divenne triste e disse al suo cuore: «Non mi capiscono: io sono la bocca per questi orecchi. Ora mi guardano e ridono; e mentre ridono, ancora mi odiano. C’è gelo nel loro riso.»"

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Il Dio biblico non parla in prima persona sulla terra, le sue parole ci raggiungono solo come parole di uomini e di donne. Chi scende dal Sinai con le Tavole della legge è Mosè, un uomo. A lui YHWH parla nella tenda del convegno, solo con lui dialoga "bocca a bocca", e gli dice parole che poi il popolo può conoscere. Se vogliamo ascoltare la parola di Dio nel mondo dobbiamo soltanto e semplicemente imparare ad ascoltare uomini e donne, come noi. È una parola che si comunica mentre guardiamo degli occhi alla stessa altezza dei nostri. Non la troviamo né in alto né in basso: è solo di fronte a noi. È l’uomo il luogo dove Dio sa parlare agli uomini. Soltanto uomini e donne possono far risorgere ogni giorno la Bibbia e i Vangeli, dicendo a quelle parole: "vieni fuori". Senza persone che le chiamano per nome, qui e ora, anche le parole bibliche restano morte nei loro sepolcri.

L’alba della mezzanotte/6 - Le menzogne degli scribi sono gabbia anche per la buona fede

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 28/05/2017

170528 geremia 6 rid«Geremia comprende che il prezioso potere di dialogo che gli è donato, in realtà è potenza di preghiera»

André Neher, Geremia

All’inizio di ogni storia d’amore c’è un meraviglioso incontro tra "interno" ed "esterno". Nelle storie personali e in quelle collettive. Incontriamo, un giorno, una persona e sentiamo che era già presente nella nostra anima senza che lo sapessimo. Mentre la conosciamo la riconosciamo. Se così non fosse non ci legheremmo a nessuno con un patto che racchiude un "per sempre". Qualcosa di simile accade anche per le storie d’amore dove l’altro che incontriamo non è un uomo e neppure una donna, ma una realtà spirituale o ideale. La voce che ci chiama è esterna e intimissima a un tempo, la riconosciamo perché era già dentro di noi.

Capitali narrativi/7 - La cattiva cultura scaccia via la buona esistenza

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/12/2017

171223 Capitali narrativi 07 ridMa quando Cefa (Pietro) venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto… Quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?»

Paolo, Lettera ai Galati

La vita ha una sua pienezza che da sola appaga e sazia. La luna, l’aurora, il tramonto, il dolore, l’amore, uno sguardo, un bambino, sono parole incarnate più concrete e vere delle parole che usiamo per descriverle. Se così non fosse non capiremmo come mai la maggior parte delle persone, ieri e oggi, non sanno comporre poesie né saggi di teologia, ma possono toccare la vita alla stessa profondità del poeta e del filosofo. È questo accesso diretto al mistero dell’esistenza che ci fa davvero tutti uguali sotto il sole, prima delle molte diversità e diseguaglianze buone e cattive. E che, forse, ci fa ogni tanto capaci di sentire una vera fraternità universale con gli animali, con le piante, con la terra, che sentiamo vivi, come noi. Ma, come spesso accade, anche questa infinita ricchezza può trasformarsi, in certi casi, in una forma di povertà.

Mercato, denaro e relazioni umane nel libro della Genesi

Le imprese del patriarca 450Luigino Bruni

Dehoniane, Bologna, maggio 2015
Collana P6 - Lapislazzuli

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Finalmente raccolti in volume le riflessioni sulla Genesi della serie "L'albero della vita".

Il primo angelo della Bibbia viene inviato a consolare una serva, Agar, cacciata dalla sua padrona. La prima volta che compare la parola «mercato» è quando Abramo compra dagli Ittiti una tomba per la moglie Sara. Il «profitto» fa il suo esordio nell’episodio in cui Giuseppe viene venduto dai fratelli.

Un economista legge il libro dell’Esodo.

Le levatrici dEgitto 450Luigino Bruni

Dehoniane, Bologna, ottobre 2015
Collana P6 - Lapislazzuli
Prefazione di Giovanni Casoli

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Raccolti in volume le riflessioni sull'Esodo della serie "Le levatrici d'Egitto".

Il libro dell’Esodo si apre sotto il segno delle donne che salvano la vita. La madre di Mosè disobbedisce all’ordine di gettare il figlio nel Nilo, lo nasconde e, quando non può più tenerlo nascosto, costruisce un cesto di papiro, ve lo pone dentro e lo affida alle acque del fiume. Un’altra donna, la figlia del faraone, trova il cesto che galleggia sull’acqua e quando vede che contiene un bambino ne ha compassione.

L’alba della mezzanotte/23 – Accettare la verità è riconciliazione, non rassegnazione

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/09/2017

170917 Geremia 23 1 ridCassandra: «Sbaglio, o colpisco nel segno come un arciere? O forse sono un falso profeta, che bussa alle porte per spendere ciarle? Sii mio testimone, e giura che sto riconoscendo le scelleratezze di questa casa, antiche per fama! (…) Ancora una volta il terribile travaglio di vaticinare verità mi vortica dentro, sconvolgendomi con i suoi preludi dolorosi»

Eschilo,Agamennone

Quando nella vita abbiamo coltivato una grande illusione, la gestione della delusione è sempre molto complicata ed estremamente dolorosa. Se poi il tempo dell’illusione è stato vissuto in buona fede e per molti anni, quando si intravvede arrivare il possibile giorno della delusione, quasi sempre preferiamo restare illusi. Perché chiamare l’illusione con il suo vero nome significa dover pronunciare parole troppo dolorose per poterle dirle fino in fondo: fallimento, (auto)inganno, immaturità, manipolazione. E invece basterebbe capire che la delusione è la sola fioritura buona dell’illusione, e viverla come un passaggio benedetto per portare buoni frutti, e poi concludere nella verità il nostro viaggio sotto il sole. Nella lotta tra illusione e delusione – e di autentica agonia si tratta, soprattutto nelle persone giuste e oneste – l’esito dipende decisamente da chi ci ritroviamo accanto nell’agone.

Più grandi della colpa/16 - Dentro ogni vita può esplodere la compassione. E il bene

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/05/2018

Piu grandi della colpa 16 rid«Il Baalschem disse a uno dei suoi discepoli: ‘L’infimo degli infimi che ti venga in mente, io l’amo di più di quanto tu ami il tuo unico figlio'»

Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

Aruspici, maghi, indovini, sono una nota ricorrente nella Bibbia. Sono una forma di falsa profezia  molto diffusa nell’antichità e duramente combattuta dai profeti, che ha rappresentato una tentazione costante e molto seducente per Israele (alla quale spesso ha ceduto). Espressione di una religiosità popolare arcaica che non è mai scomparsa, che nei nostri giorni alimenta un business fiorente. La fede biblica non è minacciata dall’ateismo, ma dalla sostituzione di YHWH con dèi naturali e più semplici - ieri e oggi, nella fede e nella vita, dove l’eterna tentazione è convincersi che siamo qualcosa di più piccolo e banale di quella realtà complessa e bellissima che invece siamo.

Quante "calorie etiche" e "zuccheri di giustizia" hanno i prodotti che acquistiamo ogni giorno? Lo scopriremo grazie al laboratorio Into the LABel, organizzato dai giovani della Costituente giovani Edc presso la Coop di Figline Valdarno, il prossimo 29 settembre

di Maria Gaglione

Costituente Giovani 01 ridDedichiamo una sempre maggiore cura alle etichette dei prodotti alimentari e cosmetici per conoscerne calorie e proprietà chimiche, ma siamo meno interessati oggi di trenta anni fa alle "etichette morali" delle merci, agli "zuccheri di giustizia" e alle "calorie etiche". A partire da queste riflessioni di Luigino Bruni, economista e coordinatore internazionale del progetto Economia di Comunione, i giovani della Costituente EdC proporranno, durante LoppianoLab 2018, un laboratorio sul consumo responsabile e di democrazia economica.

Il laboratorio sul consumo responsabile organizzato dalla Costituente Giovani Edc Italia alla Coop di Figline Valdarno:

Da domenica prossima 1 marzo e per tutto il mese, Luigino Bruni condurrà "Uomini e Profeti" alle 9.30 su RAI Radio 3, con cinque conversazioni sul rapporto tra capitalismo e cristianesimo

La pretesa natura cristiana - protestante o cattolica - dello ‘spirito del capitalismo’ è uno dei classici temi del pensiero economico e sociale. Negli ultimi anni, però, l’emergere della crisi dei beni comuni, della terra e dei beni relazionali, ha riacceso il dibattito sull’etica del capitalismo. Questa serie di Uomini e Profeti, a partire dal 1 marzo, ore 9.30 e per le successive 4 domeniche, indagherà, in prospettiva storica, che cosa del cristianesimo è entrato - se è entrato - nell’economia europea e quindi nel capitalismo moderno, giungendo a conclusioni nuove e inattese. Conduce le trasmissioni Luigino Bruni, ordinario di Economia politica all'Università Lumsa di Roma ed editorialista del quotidiano Avvenire.

L’alba della mezzanotte/12 - L’insufficienza della prudenza e la teologia delle mani

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 09/07/2017

Lavorazione ceramica 01 rid«Il lavoro fisico costituisce un contatto specifico con la bellezza del mondo e un contatto di una pienezza tale che nulla di equivalente può trovarsi altrove»

Simone Weil,Attesa di Dio

Per capire la profezia e i profeti biblici ci sarebbe bisogno di una laicità che non abbiamo più. Non c’è, infatti, nulla di più laico di un profeta, perché anche quando parla di Dio dice soltanto e sempre vita, storia, lacrime, speranze, quotidiano, lavoro. I discorsi dei profeti erano sugli uomini e sulle donne, che tutti attorno potevano e dovevano capire anche senza essere esperti di teologia. È questa la loro laicità, se proprio vogliamo usare un termine che sarebbe stato per loro totalmente incomprensibile, perché ciò che per noi è laico per loro era semplicemente la vita, tutta la vita. La prima e spesso decisiva difficoltà per comprendere la Bibbia e i profeti si trova nella stessa parola: "Dio". Quando noi incontriamo questa parola, inevitabilmente incontriamo un concetto ricoperto da millenni di cultura, di cristianesimo, di teologia, di filosofia, e poi dalla modernità, i suoi ateismi, la scienza, la psicanalisi, e così ci diventano incomprensibili il Dio dei profeti e la parola di costoro, che avrebbero bisogno della povertà del Sinai, dei mattoni d’Egitto, dell’essenziale libertà della tenda dell’arameo errante – ecco perché i migliori ascoltatori della Bibbia sono sempre stati e ancora sono i bambini: occorrono la loro libertà e povertà per entrare in questo Regno.

L’alba della mezzanotte/25 – Il rischio dell’incontro e la scalata morale del mondo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 08/10/2017

171008 Geremia 25 rid«Del Giordano le rive saluta,
di Sïonne le torri atterrate...
Oh mia patria
sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!
»

T. Solera e G.Verdi, Nabucco/Nabucodonosor

Possiamo immaginare mille volte il finale di una storia, averne un’idea certa perché la fine era già inscritta nei tanti segni che avevamo trovato e interpretato. Ma quando quel finale arriva davvero è sempre diverso. Sapevamo che Marco sarebbe diventato grande, e quando un giorno ci accorgemmo che quel nostro "bambino" bellissimo non c’era più, furono emozioni e lacrime tutte diverse, e bellissime. Abbiamo previsto e detto infinite volte che le nostre azioni scellerate ci avrebbero condotto alla fine, ma il giorno che portammo davvero i libri in tribunale, fu tutto diverso, con dolori e lacrime vere che non avevamo saputo vedere. Avevamo preparato fin nei dettagli il nostro ultimo giorno in comunità, ma quando chiudemmo davvero per l’ultima volta la porta della stanza dietro di noi e varcammo il portone per sempre, ciò che accadde nel profondo del cuore fu totalmente nuovo; né potevamo sapere il sapore dell’ultimo pane mangiato con i compagni, né quella nostalgia di cielo che ci ha accompagnato per tutta la vita. Non lo sapevamo, non lo potevamo sapere, non lo dovevamo sapere per poter provare a spiccare quel volo impossibile. Ci possiamo e dobbiamo preparare, accogliere con mitezza l’idea del suo arrivo certo, ma quando l’angelo della morte arriverà davvero non sarà come lo avevamo sognato, e ci sorprenderemo che vivendo avevamo anche imparato a morire. Ma non potevamo saperlo, altrimenti non sarebbe stato il dono più grande.

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Terzo appuntamento con il libro: "Le nuove virtù del mercato"

pubblicato su Cittanuova.it 16/4/2012

Le_nuove_virtu_cover Un incremento delle relazioni a dir poco esponenziale quello creatosi grazie al mercato moderno e non più ristretto ad un esiguo 5 per cento della popolazione. Ma in questo cambio a farne le spese  è stata anche la natura dei contatti. Progressivamente abbiamo assistito ad un passaggio dai legami comunitari a quelli più contrattuali. Non è esatto dire, allora, che il mercato moderno si basa sulla competizione. Alla base c'è la cooperazione che agisce. Ce lo spiega Luigino Bruni nel terzo appuntamento con il libro Le nuove virtù del mercato nell'era dei beni comuni, 2012.

«La capacità di cooperare in vista di un bene comune, una capacità che possiamo anche chiamare la virtù della cooperazione, è infatti la caratteristica più tipica quando pensiamo alla funzione civilizzatrice del mercato.

L’alba della mezzanotte/7 - Gli idoli non intimoriscano né siano alibi di presunzioni

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 04/06/2017

170604 Geremia 7«Come potevo allora unirmi a questo selvaggio idolatra nell’adorazione del suo pezzo di legno? Ma che cos’è adorare? Credi davvero, Ismaele, che il magnanimo Dio del cielo e della terra - pagani e tutti quanti inclusi - possa mai essere geloso di un insignificante pezzo di legno nero? Impossibile! Allora, che cos’è adorare?»

Herman Melville, Moby Dick

La profezia è una radicale critica delle religioni e dei culti. Di ogni religione e di ogni culto, che hanno una intrinseca tendenza a trasformarsi in pratiche idolatriche. Anche e soprattutto della rivelazione biblica, una critica sistematica e tremenda, per evitare che la parola biblica diventi una semplice religione - una fede che diventa solo religione è già culto idolatrico. La Bibbia è molto più di un libro sacro di una religione, anche perché ha accolto e custodito nel suo seno i libri dei profeti, che, insieme a Giobbe e Qohelet, le hanno impedito di diventare un oggetto idolatrico. I profeti, allora, svuotando il mondo religioso dagli idoli, cercano di liberarci il paesaggio dai nostri manufatti religiosi per crearci un ambiente nel quale, forse, possiamo ascoltare solo una nuda voce. Sono i grandi liberatori dagli dèi che riempiono la terra e le nostre anime.

L’alba della mezzanotte/27 – Oltre la seduzione della fede utile e del mutuo consumo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 22/10/2017

171022 Geremia 27 rid«Un popolo che crede ancora in se stesso ha ancora il suo proprio Dio. Proietta il suo piacere di sé, il suo sentimento di potenza in un essere al quale possa rendere grazie. Chi è ricco vuole offrire; un popolo su-perbo ha bisogno di un Dio per sacrificare… Laddove declina la vo-lontà di potenza, c’è ogni volta anche una involuzione fisiologica, una décadence. La divinità della décadence diventa il Dio dei fisiologica-mente regrediti, dei deboli.»

Friedrich Nietzsche, L’Anticristo

In certi momenti decisivi, la fede e la speranza diventano, di fatto, la stessa cosa. Ciò accade quando la domanda: ‘tu credi?’, ci appare troppo piccola e incapace di cogliere la ricchezza del mistero del nostro cuore. Quando perdiamo la fede semplicemente perché volevamo diventare adulti e la prima fede bambina non è riuscita a crescere insieme al nostro amore e al dolore nostro e degli altri, la fede può ritornare a casa presa per mano dalla speranza. La speranza è più resiliente della fede, perché anche sotto un cielo diventato disabitato possiamo sempre sperare che le parole buone che ci avevano detto che nel mondo c’era un amore più grande, fossero vere - che ne fossero vere alcune, che ne fosse vera almeno una. Anche quando non riusciamo più a credere in Dio possiamo sempre continuare a sperarlo, possiamo sperare che nel giorno in cui abbiamo smesso di pregare abbiamo commesso l’errore più grande, ma quel giorno non potevamo saperlo. E questa speranza, umile e mite, diventa già una nuova preghiera vera, e riempie di vita e di bellezza l’umanissima e inquieta attesa del non-ancora.

Capitali narrativi/4 - Fatti e atti che fondano e salvano non sempre sono eclatanti

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/12/2017

171203 Capitali narrativi 4 rid«C’è bisogno di un amore infinito per rinunciare a sé e divenire finito, incarnarsi per amare così l’altro, e l’altro come altro finito»

Jacques Derrida Donare la morte

I capitali narrativi sono plurali. Non tutte le storie di cui si compongono hanno lo stesso valore. Solo alcune sono capaci di portare il peso della nuova costruzione. Il 'grano’ e la ‘zizzania’ si trovano in tutti i campi della terra, compresi quei campi speciali dove crescono i nostri ideali. All’inizio occorre far crescere tutte le piante del campo, perché - come dice la grande metafora evangelica - se i contadini intervenissero per estirpare la zizzania strapperebbero via anche le spighe buone e preziose.

L’alba della mezzanotte/16 – Riconoscere e arricchire la famiglia profetica della terra

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/08/2017

170806 Geremia 16 rid«Una volta Rabbi Mosche di Kobryn disse: ‘Vedo che tutte le parole che ho detto non hanno trovato neppure uno che le abbia accolte nel suo cuore. Le parole che vengono dal cuore vanno in verità al cuore; ma se non ne trovano alcuno, allora all’uomo che le ha dette Dio concede la grazia che esse non errino senza dimora, ma ritornino tutte nel cuore da cui sono uscite’… Qualche tempo dopo la sua morte un amico disse: ‘Se egli avesse avuto a chi parlare vivrebbe ancora’»

Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

Anche se ogni profeta ha la sua personalità unica e il suo nome proprio, la profezia è un’esperienza collettiva. Forma una comunità, una tradizione, e chi arriva continua la stessa corsa, combatte le stesse battaglie, dà nuove parole alla stessa voce. Ogni profeta vero è generato dai profeti che lo hanno preceduto e nutre i profeti che verranno dopo di lui. Questa catena generativa spirituale è la radice della fedeltà alla parola, perché ogni profeta sa che sta scrivendo un capitolo di un libro che verrà completato da altri/e, e se a quel capitolo mancano parole, o se ne contiene di parziali e di emendate, chi continuerà la scrittura si troverà tra le mani un materiale adulterato, non avrà a disposizione parole necessarie per scrivere le proprie, e il finale sarà più povero e sbagliato.

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