Mind the economy

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John Locke e la critica all'assolutismo del potere

I Commenti de «Il Sole 24 Ore» - Mind the Economy, la serie di articoli di Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore.

di Vittorio Pelligra

Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 14/05/2023

Chi avesse dei dubbi sul potere delle idee dovrebbe riflettere sulla convinzione che molti dei più grandi filosofi politici dei secoli passati avevano circa la possibilità, dopo un'eventuale rivoluzione, che le loro opere venissero usate per accendere quei roghi nei quali essi stessi sarebbero stati gettati per primi. L'inglese John Locke fu uno di questi grandi filosofi e le sue idee gli procurarono un'esistenza avventurosa e lo portarono pericolosamente vicino ad un simile destino.

Promesse non mantenute

Locke visse nella seconda metà del XVII secolo, anni turbolenti nella storia dell'Inghilterra. Anni nei quali si accese un conflitto non solo di idee tra i sostenitori della monarchia e quelli di una forma di governo parlamentare. La guerra civile che ne scaturì venne combattuta tra il 1642 e il 1651 e culminò con l'accusa di altro tradimento, la conseguente esecuzione del re di Carlo I e l'esilio del figlio Carlo II. Il capo dei parlamentari, Oliver Cromwell, assunse la guida del Commonwealth of England, con il titolo di Lord Protettore. Ma alla sua morte Carlo II venne richiamato dal Parlamento che temeva uno stato di pericolosa vacanza che sarebbe potuta sfociare nel caos dell'anarchia.

Venne offerto a Carlo un accordo che prevedeva varie misure di moderazione del suo potere. Egli accettò ma, nei fatti, non mantenne le promesse. La nazione si spacca ancora una volta: da una parte i grandi proprietari terrieri e il clero anglicano, sostenitori delle prerogative reali; dall'altra le classi mercantili e urbane che vorrebbero rafforzare il ruolo del Parlamento. Tories contro Whigs. Questi ultimi cercano di creare le condizioni per l'istaurazione di una monarchia costituzionale, nella quale il parlamento dovrebbe poter limitare le prerogative del re. Alla base di questa posizione c'è il rifiuto di riconoscere al re un potere di diretta derivazione divina, posizione difesa, invece, dai Tories che, al contrario, sono convinti che il monarca goda di un potere assoluto sui suoi sudditi e che dell'uso di tale potere debba rispondere esclusivamente davanti a Dio.

L'amicizia con il conte di Shaftesbury

Locke era grande amico del fondatore dei Whigs, Lord Anthony Ashley Cooper, in seguito conte di Shaftesbury, che gli offrì lunga e generosa ospitalità nel suo palazzo di Londra. L'amicizia di Shaftesbury consentirà a Locke di ricoprire, nel tempo, diverse importanti cariche pubbliche che lo proiettarono al centro dell'arena politica, ma al contempo, lo legherà a filo doppio ai destini del conte suo protettore. Quando questi nel 1674 cade in disgrazia, Locke è costretto ad allontanarsi dall'Inghilterra e a riparare in Francia. Pochi anni dopo, però, nel 1679, il parlamento promulgherà l'“Atto di esclusione” volto ad impedire, almeno temporaneamente, a Giacomo Stuart, il fratello del re, cattolico e assolutista, di salire al trono. Così Shaftesbury torna al potere e anche Locke viene richiamato in patria. Vi rimarrà poco perché nel 1682 viene indirettamente coinvolto in un complotto per uccidere il re e suo fratello. Shaftesbury verrà arrestato e Locke sarà costretto a fuggire in Olanda dove vivrà a lungo in clandestinità

Gli eccessi di Giacomo II finiscono per generare un profondo malcontento anche tra molti conservatori. I Whigs riescono ad approfittare della situazione per offrire il trono a Guglielmo d'Orange che decide saggiamente di condividerlo con la moglie Maria II, figlia di Giacomo, il quale, pacificamente, viene indotto ad abdicare. A seguito della incruenta “Glorious Revolution”, Locke poté tornare in Inghilterra. Quello stesso anno verrà approvato il “Bill of Rights” che, tra le altre cose, imponeva importanti limitazioni al potere del re, aprendo, così, la strada ad un processo di riforme che condurrà alla nascita della monarchia costituzionale.

Una volta tornato in patria Locke dà alle stampe nel giro di due anni le sue opere principali, alle quali aveva lavorato in esilio: Lettera sulla tolleranza (1689), Saggio sull’intelletto umano (1690) e soprattutto Due trattati sul governo (1690). Gli scritti di natura politica vengono pubblicati in forma anonima, sintomo del fatto che la situazione in Inghilterra non era ancora del tutto pacificata, ma anche segno della radicale novità che il suo pensiero costituiva. Una prima idea fondamentale che emerge nei Due trattati sul governo riguarda quelli che oggi chiameremmo i limiti costituzionali all'esercizio del potere pubblico; la seconda è, invece, quella relativa al consenso che i cittadini possono e devono dimostrare verso ogni potere politico per legittimarlo.

Contro la sudditanza ai patriarchi

Il primo dei due Trattati si articola come un'esegesi biblica originale volta a confutare le tesi di Robert Filmer, principale sostenitore della diretta discendenza divina del potere della corona. È la scelta divina che determina la legittimità del potere assoluto ed ereditario del monarca e, di conseguenza, la condizione di sudditanza di tutti gli altri cittadini. Nel 1680 viene pubblicato, postumo, Patriarcha: or the Natural Power of Kings, l'opera principale di Filmer. In quest'opera, sulla base di una articolata lettura biblica, egli contesta l'idea secondo cui gli uomini nascono liberi e, per questo, dotati del diritto di scegliere la forma di governo che preferiscono. Al contrario, sostiene Filmer, Adamo riceve direttamente da Dio l'autorità assoluta sui figli. È questa stessa autorità che, attraverso i patriarchi, i sovrani ereditano direttamente da Adamo ed esercitano per volere divino sui propri figli, i sudditi. I monarchi altro non sono che “padri naturali” dei loro popoli, eredi diretti dei patriarchi. “Sii signore dei tuoi fratelli, e i figli di tua madre si inchinino a te” dice Isacco benedicendo Giacobbe. Cita così Filmer.

Locke intervenne nel dibattito sia per ragioni intellettuali che politiche, perché l'assolutismo di origine divina giustificato da tali idee costituiva il fondamento e la giustificazione morale dell'assolutismo brutale della monarchia inglese. “Se la creazione - chiarisce Locke - che non ha dato all'uomo che l'esistenza, non fece Adamo principe della sua posterità; se Adamo non fu designato signore dell'umanità, né ebbe un dominio privato che escludeva i suoi figli, ma solo un diritto e un potere sulla terra e le creature inferiori in comune con i figli degli uomini; se, inoltre, Dio non diede alcun potere politico a Adamo su sua moglie e sui suoi figli (…) non diede a Adamo, in quanto marito, quel potere di vita e di morte che necessariamente appartiene al magistrato; se i padri mettendo al mondo i figli non acquisiscono un tale potere su di loro; e se il comandamento ‘Onora tuo padre e tua madre' non dà un tale potere, ma impone soltanto un uguale dovere verso entrambi i genitori, sudditi o no, e verso la madre tanto quanto verso il padre; se le cose stanno così, allora l'uomo ha una libertà naturale (…) dal momento che tutti coloro che condividono la stessa comune natura, le stesse facoltà e gli stessi poteri, sono uguali in natura, e dovrebbero condividere gli stessi diritti e privilegi comuni, finché non si può dimostrare la scelta manifesta di Dio”.

Rapporto tra autorità e proprietà privata

Nel Primo Trattato Locke, non solo critica punto per punto l'esegesi biblico-politica di Filmer ma pone le basi della teoria normativa del potere che svilupperà nel Secondo Trattato, discutendo, in particolare, la natura del rapporto tra autorità e proprietà privata e quella dell'accordo politico che scaturisce dal patto fiduciario (compact in opposizione al contract hobbesiano), che attribuisce il potere al governo che lo riceve dal popolo attraverso una delega che sarà sempre provvisoria e soggetta a scrutinio. “La proprietà - scrive Locke - il cui fondamento risiede nel diritto che un uomo ha a far uso delle creature inferiori, per il sostegno e il conforto della propria vita, è volta a beneficio e a esclusivo vantaggio del proprietario, sicché egli può persino distruggere, con l'uso, la cosa che è in sua proprietà, se la necessità lo richiede”.

Ma per il governo le cose sono differenti. Esso, infatti trova il suo fine “per la preservazione del diritto e la proprietà d'ogni uomo, proteggendolo dalla violenza e dall'offesa altrui, ed è diretto al bene dei governati. La spada non è affidata nelle mani del magistrato solo per il suo bene, poiché essa è intesa terrorizzare coloro che fanno del male, e costringere l'uomo per mezzo della paura ad osservare le leggi positive della società, fatte in conformità con le leggi di natura, per il pubblico bene, ovvero per il bene di ogni singolo membro di quella società” (Due trattati sul governo. Edizioni PLUS, 2007, p. 134).

Patto fiduciario violato

Una ulteriore questione fondamentale viene affrontata da Locke nel Primo Trattato e che preparerà la strada alla sua teoria della giustizia politica. Questa riguarda l'assolutezza del potere. Egli, pur inserendosi nel solco del pensiero contrattualista, si distacca radicalmente da Hobbes. Questi, infatti, è mosso dal terrore per la guerra civile e - come ci ricorda Rawls nella sua seconda lezione su Locke, per questo “tutti hanno ragioni sufficienti (basate sui loro interessi) a dare sostegno a un sovrano effettivo e quindi, secondo la visione di Hobbes, necessariamente assoluto”. Locke, al contrario, è convinto che se il potere politico deve poter contare su un'adesione convinta di coloro che ad esso si vincolano, questo non può essere un potere assoluto, illimitato e illimitabile.

“Il suo problema - continua Rawls - è quello di formulare il diritto di resistenza alla Corona sotto una costituzione mista, come era considerata allora la costituzione inglese. L'argomentazione di Locke è che Carlo II, abusando della prerogativa e di altri poteri, si era comportato come un monarca assoluto e quindi aveva dissolto il regime, cosicché tutti i suoi poteri, inclusi quelli del Parlamento, ritornavano al popolo”. Perché la radice ultima di ogni potere è la volontà del popolo ed ogni governo non può che fondarsi, per questo, su un patto fiduciario. Conclude Rawls, “quando tale patto fiduciario è violato, il potere costituente del popolo ritorna nuovamente in gioco”. Il potere è legittimo quando è fragile, quando può essere messo costantemente in gioco, quando il patto fiduciario è continuamente sottoposto allo scrutinio diffidente dei cittadini liberi ed uguali.

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