Luigino Bruni

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L'economia di Francesco

C’è bisogno di una economia di Francesco, che, partendo dalla gratuità, riconosca al denaro e al profitto il giusto valore. E solo i giovani possono realizzarla.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 06/09/2019

Il Santuario della Spogliazione è uno dei luoghi francescani più importanti di Assisi. Lì, più di otto secoli fa, Francesco tagliò definitivamente con la sua prima vita, con la sua famiglia, con le ricchezze mercantili di suo padre, e si dedicò interamente alla sua vita nuova: «Si toglie tutte le vesti, e le getta a terra, rendendole al padre. Non ritiene nemmeno le mutande, restando nudo di fronte a tutti» (FF, 344). Francesco torna nudo, come l’Adam nel primo giorno, in una nuova creazione spirituale e carismatica. Al pari di Giobbe, rinasce nudo come nudo era arrivato dal seno di sua madre.

All’inizio di ogni autentica vocazione – religiosa, civile, artistica, scientifica… – c’è sempre la tappa della spogliazione. Arriva quando la persona chiamata sente che deve operare un reset della propria esistenza, come fosse nato in quel momento – perché, in realtà, sta rinascendo davvero –. Come nel giorno della risurrezione, quando il nuovo corpo risorto lascia nel sepolcro il sudario.

Chi nella vita ha vissuto questo momento lo ricorda come l’alba di un nuovo giorno infinito che può essere accostato, per verità, solo all’ultimo giorno, quando lasceremo le nostre vesti per sempre per l’ultima spogliazione, la più vera e la più grande. Si ricomincia, si riparte, si rinasce. E per poter librare questo nuovo e folle volo ogni vestito è solo zavorra che àncora al suolo.

Francesco era figlio di mercanti di Assisi, all’epoca ricca città borghese, erede di quei mercanti che ancora oggi si incontrano nelle vie della cittadina. In quel gesto di Francesco c’è anche l’inizio di un’altra economia, tutta diversa da quella di suo padre Bernardone; l’atto di nascita di una oikos-nomos, di un nuovo governo della casa non più gestito dalla ricerca di profitti e di guadagni, di un regno dove la moneta non è l’oro né l’argento ma la charis: la gratuità. Nell’economia di Francesco gli asset sono le cornacchie di Bevagna, il lebbroso di Rivotorto, il lupo di Gubbio e, soprattutto, Cristo, l’amore degli amori, di cui egli si innamorò fino alla follia d’amore.

Ogni rivoluzione economica inizia dicendo: «I veri beni non sono l’oro e l’argento, ma altri, invisibili e realissimi». Da Francesco e da Chiara nacque infatti anche una nuova economia. Non solo furono francescani alcuni tra i più importanti teorici dell’economia medioevale (Scoto, Ockam, Olivi, Bernardino da Siena…), ma dai francescani dell’Osservanza nel XV secolo (Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano…) nacquero i Monti di Pietà, proto-banche civili, i primi istituti di microfinanza. Nacquero per curare l’usura nelle città del Centro-Italia. Dalla povertà scelta liberamente dai francescani nacquero istituzioni sine merito (come si diceva) per liberare poveri che la povertà la subivano. Quella spogliazione generò banche, quella prima gratuità fece nascere un’economia e una civiltà del gratuito che ha liberato e continua a liberare moltitudini di poveri. Solo chi conosce la gratuità può dar vita a nuove economie, perché è la gratuità che dà il giusto valore al denaro e ai profitti.

È anche questo il senso dell’appello che papa Francesco ha rivolto lo scorso maggio ai giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo di recarsi ad Assisi dal 26 al 28 marzo 2020 per l’evento The Economy of Francesco (www.francescoeconomy.org). Nel nostro mondo c’è un infinito bisogno di gratuità, di charis, di fraternità. Questo del Papa è un invito forte, profetico, urgente: molti giovani stanno già rispondendo, tanti altri lo faranno. C’è troppo bisogno di una economia di Francesco, e soltanto i giovani la possono realizzare.

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