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Aristotele, la giustizia politica e la conquista del diritto al governo

I Commenti de «Il Sole 24 Ore» - Mind the Economy, la serie di articoli di Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore.

di Vittorio Pelligra

Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 05/03/2023

 L'idea di “giustizia politica” (politikon dikaion) è centrale nel pensiero aristotelico. Nell'Etica Nicomachea come abbiamo visto la settimana scorsa, Aristotele sviluppa la sua teoria della giustizia distributiva e riparativa intorno all'idea di proporzionalità.

Superando l'idea di pura reciprocità aritmetica si sostiene, infatti, che è da ritenersi giusta, per esempio, una distribuzione di benefici proporzionati al contributo o al bisogno di ciascuna delle parti. Ma l'idea di giustizia aristotelica trascende la dimensione individuale e si sviluppa pienamente solo nella sua dimensione politica. La giustizia, infatti, è la virtù principale della polis attraverso la quale, solo, possiamo cercare di perseguire l'interesse comune (to koinē symferon).

Il tutto precede necessariamente la parte

Come fa notare Aristotele nella Politica «il fine che si propongono tutte le scienze e le arti è un qualche bene, ed è il bene massimo e più alto quello che si propone la più importante di tutte le scienze. La più importante è la politica e il bene che la politica si propone di raggiungere è la giustizia, cioè ciò che è utile alla comunità».

La centralità della giustizia nel pensiero politico di Aristotele è evidente fin dalle primissime pagine della Politica nelle quali viene introdotto il concetto di “naturalismo politico”, come lo definisce Eleni Leontsini, secondo cui l'essere umano possiede una naturale predisposizione alla vita in comune. «L'uomo è un animale che per natura deve vivere in una città e che chi non vive in una città, per la sua natura e non per caso, o è un essere inferiore o è più che un uomo: è il caso di chi Omero chiama con scherno “senza parenti, senza leggi, senza focolare”. E chi è tale per natura è anche desideroso di guerra, in quanto non ha legami ed è come una pedina isolata – e continua poco oltre - questo è proprio dell'uomo rispetto agli altri animali: esser l'unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e così via. È proprio la comunanza di queste cose che costituisce la famiglia e la città. Nell'ordine naturale la città precede la famiglia e ciascuno di noi. Infatti, il tutto precede necessariamente la parte».

È la condivisione di un comune senso del giusto e dell'ingiusto che fonda la nostra vita in comune, la nostra vita politica nella città ed è questa vita in comune che ci rende capaci di cooperare in vista del mutuo vantaggio e di ridurre la conflittualità che altrimenti andrebbe a caratterizzare tutte le nostre relazioni sociali.

Nella Politica viene inoltre discusso il rapporto che esiste tra l'idea di giustizia, le costituzioni e la ricchezza. Andando oltre ciò che viene affrontato nell'Etica Nicomachea, la Politica si concentra sulla concezione oligarchica e democratica della giustizia, criticandole entrambe in quanto incapaci di incarnare pienamente l'ideale di giustizia. Nella prospettiva dell'oligarchia la giustizia viene declinata nei termini della disuguaglianza nella ricchezza che genera giuste differenze nelle opportunità, nei doveri e nei ruoli. La prospettiva democratica, al contrario, si basa principalmente sul principio di uguaglianza, nella nascita.

La regola della proporzionalità

Aristotele propone una terza prospettiva con la quale inquadrare il tema della giustizia politica, quella secondo cui le cariche pubbliche e gli onori ad esse associati vadano attribuiti, non per uguaglianza di nascita, neanche per differenza nel reddito, quanto piuttosto, secondo la virtù. È una prospettiva teleologica quella aristotelica secondo cui è il telos, la finalità, di una certa istituzione a determinare i criteri di giustizia.

Abbiamo visto la settimana scorsa che nell'Etica Aristotele definisce la giustizia come dare alle persone ciò che meritano, ciò che è a loro dovuto, in proporzione al loro contributo. Ma come dovremmo misurare ciò che è loro dovuto? Entra qui in gioco la regola della proporzionalità. Se il contributo è stato uguale, allora i meriti saranno uguali. Ma uguali in che senso? Nel senso della virtù, risponde Aristotele.

Michael Sandel (Giustizia. Il nostro bene comune. Feltrinelli, 2013) rilegge questo punto della teoria aristotelica facendo riferimento all'esempio dei flauti. «Supponiamo di dover distribuire dei flauti; a chi dovrebbero toccare gli strumenti migliori? Risponde Aristotele: ai più bravi nel suonarli». La giustizia discrimina in base al merito, in base all'eccellenza pertinente alla situazione: e quando si tratta di suonare il flauto il merito pertinente è la capacità di «suonare bene, mentre sarebbe ingiusto discriminare in base a qualunque altro dato, come la ricchezza, o la condizione aristocratica, o la bellezza fisica, o la fortuna (un sorteggio)».

Per Aristotele gli strumenti migliori devono essere distribuiti a coloro che possono realizzare al meglio la finalità (telos) per cui quegli strumenti sono stati costruiti: ottenere la musica migliore. Aristotele non fa riferimento al fatto che la musica migliore sarebbe il miglior contributo al bene comune, ma piuttosto al fatto che la produzione della miglior musica è la finalità insita nell'esistenza stessa degli strumenti musicali.

Sandel riconosce che «assegnare gli strumenti migliori ai musicisti più capaci avrà l'effetto positivo di produrre la musica migliore, di cui tutti potranno godere, e così si procurerà la maggiore felicità per il maggior numero – ma sottolinea anche che per Aristotele - la ragione vera va oltre una simile considerazione utilitaristica».

Come con i flauti, così con la politica

La stessa logica della giusta distribuzione dei flauti si applica alle istituzioni sociali e alla distribuzione delle cariche pubbliche e degli onori ad esse associati. Chi è giusto abbia l'onore di governarci? Nella logica Aristotelica abbiamo visto che sia l'uguaglianza di nascita dei democratici che la disuguaglianza nel reddito degli oligarchi non rappresentano criteri proponibili. La risposta giusta deriva dalla considerazione di quella che è la finalità delle istituzioni politiche, dal loro telos. Qual è dunque la finalità di un'associazione politica? La risposta per Aristotele è favorire la fioritura umana dei cittadini e dar loro la possibilità di vivere una vita buona.

Quindi gli oligarchi sono in errore perché la politica non ha come fine ultimo la protezione dei privilegi o la promozione del benessere economico. Analogamente sbagliano i democratici quando pensano che la politica debba solamente attuare e proteggere la volontà della maggioranza. Afferma Sandel al riguardo che, invece, «il fine più alto dell'associazione politica […] è quello di coltivare la virtù dei cittadini […] Per Aristotele la politica si occupa di qualcosa di più elevato: imparare a vivere una vita buona. Il fine della politica è niente meno che consentire alla popolazione di sviluppare le capacità e virtù caratteristiche dell'essere umano: imparare a deliberare per il bene comune, acquistare saggezza pratica, condividere le responsabilità dell'autogoverno, prendersi cura del destino della comunità nel suo complesso».

Chi dovrebbe allora governarci? Quali caratteristiche la giustizia individua per la distribuzione delle cariche e degli onori politici? «Come con i flauti, così con la politica» chiosa Sandel. Afferma Aristotele che siccome «bisogna ammettere che la comunità politica abbia come fine le belle azioni e non semplicemente la convivenza - allora - quanti contribuiscono nella misura più alta alla vita di questa comunità partecipano alla città in grado più alto di quelli che, uguali a essi per la libertà in cui sono nati o per la stirpe da cui provengono, o addirittura superiori, sono inferiori in virtù politica o, superando gli altri in ricchezza, ne sono superati in virtù».

Se le comunità politiche si formano, si sviluppano e trovano il loro senso d'essere nella possibilità di generare e distribuire mutui vantaggi ai propri membri, da tale finalità deriva che il criterio di giustizia nell'attribuzione di onori e cariche politiche non si può incardinare intorno alla superiorità della ricchezza, né all'uguaglianza di nascita, ma, piuttosto, alla differenza nell'eccellenza nella virtù. In questo modo la polis, la vita in comune promuove e premia la virtù. Da quando ce ne siamo dimenticati?

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