La fiera e il tempio

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Perché l'economia di Adamo non è l'economia di Caino

La fiera e il tempio/16 - Il grande Duns Scoto legge la versione della “regola aurea” dei Vangeli come regola della socialità economica.

di Luigino Bruni

Pubblicato il 21/02/2021 su Avvenire.

La proprietà privata è giusta se è protezione della pace, garantendo Abele, cioè difendendo prima del "mio" il "tuo", specie ciò che spetta ai poveri.

I principali protagonisti del grande cambiamento che lo "spirito" economico europeo subì tra il Duecento e il Trecento furono i francescani e i domenicani, che trasformarono l’immagine del mercante da nemico del bene comune a suo primo edificatore. Dal cuore delle città i Mendicanti videro cose diverse da quelle che si vedevano dalle verdi valli delle abbazie. Videro che il lavoro buono non era solo quello dei monasteri, e che il tempo santo non era solo quello liturgico, perché c’era anche una santità nel tempo di tutti, e la campana laica delle torri comunali non era meno nobile e cristiana della meridiana dei monaci. Osservando i tempi e i giorni degli artigiani, degli artisti e dei mercanti, scoprirono un altro ora et labora, diverso ma non inferiore a quello dei monasteri. E nacque "fratello lavoro". L’Umanesimo e il Rinascimento fiorirono da questo continuo dialogo-dialettica tra un cielo importantissimo e una terra importante, tra un al-di-là presentissimo e un al-di-qua presente, tra l’attesa del non-ancora e l’impegno per il già. 

Il lavoro-vocazione non uscì dai monasteri solo con la Riforma protestante, perché era già uscito nel Duecento grazie all’opera degli ordini mendicanti. Che non furono importanti per la nascita della nuova economia soltanto in quanto confessori, predicatori e pastori di mercanti e artigiani. Lo furono anche, e forse soprattutto, come teologi. Tra i maggiori troviamo Duns Scoto, il grande francescano scozzese, magister a Oxford, Cambridge, Parigi e Colonia. Un genio di valore assoluto, uno dei più grandi talenti che abbiano mai attraversato la teologia e la filosofia. Scoto (1265/1266-1308) si occupò anche di economia – il Medioevo era questo: i grandissimi si interessavano di Trinità e di moneta, perché sapevano che dopo il Verbo fatto carne una quaestio sul giusto prezzo aveva la stessa dignità teologica di una sulla redenzione.

Nel suo Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, noto come Ordinatio (1303-1304), leggiamo: «La modalità di scambio è quasi fondata sulla legge di natura: fai all’altro quello che vorresti fosse fatto a te» (citato in Leonardo Sileo, Elementi di etica economica in Duns Scoto, p.6). Scoto qui legge la versione della "regola aurea" dei Vangeli (Mt 7,12 e Lc 6,31) come regola della socialità economica. La reciprocità nello scambio commerciale è vista come un modo in cui si esprime la reciprocità evangelica. A quei primi osservatori qualificati il mercato non appariva soltanto come una nuova forma di relazionalità civile, ma anche come una nuova concretizzazione della legge dell’amore scambievole. Infatti, nella sua natura, lo scambio di mercato può essere visto come una forma di "mutua assistenza", come ripeterà nel Settecento Antonio Genovesi, dove le persone tramite i beni soddisfano ciascuno i bisogni dell’altro. Se noi fossimo capaci di guardare dall’alto e con sguardo non ideologico ciò che avviene nei mercati del mondo – e lo sguardo di quei primi teologi era un po’ così –, vedremmo un immenso, densissimo network di relazioni che consentono alle donne e agli uomini di ottenere le cose di cui hanno bisogno; e che in assenza dei mercati potrebbero ottenere solo col dono o con la rapina, il primo troppo scarso e la seconda incivile.

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