L'esilio e la promessa

L'esilio e la promessa/7 - Non nei “centri” dei potenti falsi profeti, ma nelle periferie e tra gli ultimi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/12/2018

Ezechiele 07 rid«Io ti supplico: Dio, mio sognatore, continua a sognarmi»

J. L. Borges, Storia della notte

La Bibbia è narrazione di migrazioni, di esili, di popoli nomadi e di tende mobili, è la stupenda storia di un arameo errante che insegue una voce dentro un orizzonte infinito. In un villaggio di esuli nei pressi di Babilonia, per ordine di YHWH, la profezia prese la forma del migrante, e l’homo migrans divenne parola biblica nella carne di uno dei profeti più grandi. E vi è rimasta per sempre. In Ezechiele, profeta povero e esiliato, sacerdote senza tempio di un Dio sconfitto, ogni emigrato della terra può leggere la propria storia, può pregare con le sue parole se ha esaurito le proprie, può sentirlo compagno di bagaglio e di fughe notturne per terra e per mare, sotto lo stesso velo che oscura gli occhi per non morire di dolore.

L'esilio e la promessa/1 - Nella Bibbia più si tocca la terra, più facile è udire il cielo

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenireil 11/11/2018

Ezechiele 01 ridÈ Pasqua. Mio padre, levando in alto il bicchiere, mi dice d’andare ad aprire la porta. A un’ora così tarda aprire la porta per fare entrare il profeta Elia? Ma dov’è Elia, e il suo carro bianco? Forse sotto le spoglie di un misero vecchio, d’un mendicante ricurvo, con un sacco sulle spalle e un bastone in mano, sta per entrare in casa? «Eccomi! Dov’è il mio bicchiere di vino?»

Marc Chagall, La mia vita

L’esilio è una dimensione della condizione umana. Nascendo lasciamo un luogo familiare e sicuro per entrare in un altro sconosciuto, e senza due mani che ci accolgono e un corpo che ci riscalda e nutre non inizieremmo la nostra avventura sulla terra. I profeti sono la madre che ci accoglie, ci nutre e ci accompagna negli esili della vita; fino alla fine, quando lasceremo questo luogo per un altro. E se ascolteremo ancora una parola diversa, quell’ultimo viaggio sarà più buono. Tutti i profeti sono così, ma soprattutto Ezechiele. Lui è profeta che riceve la vocazione nell’esilio di Babilonia, durante la prova più grande del suo popolo, e dirà le sue parole più alte per mantenere vivi la promessa e il patto quando attorno tutto parlerà di dolore e di morte. La profezia è dono sempre, ma diventa bene essenziale quando la vita ci deporta in terre straniere, dopo che il grande sogno si è infranto, quando la speranza e la fede rischiano di spegnersi. Tanti, troppi esili restano disperati e sconsolati perché non riusciamo a viverli insieme ai profeti.

L'esilio e la promessa/6 - La nuova e vera festa è là dove non sembra esserci alcun "merito"

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 16/12/2018

Ezechiele 06 rid«E forse pace avremo
quando tutto sarà perduto
e inutili sentiremo le parole
e questi incontri che ci illudono.

Allora l'angoscia sarà
d'avere scoperto ― troppo tardi ―
questa smarrita esistenza …»

David Maria Turoldo, da O sensi miei

Le vigilie segnano il ritmo delle feste e della loro attesa. È il tempo nel quale il giorno diverso si prepara e matura, quando si forma e cresce il desiderio. I bambini sono i grandi esperti delle vigilie – dei compleanni, del primo giorno di scuola, della gita. Loro sanno che nel “villaggio” il sabato è un giorno bello perché sarà seguito da un giorno ancora più bello. Perché sanno che le feste sono vere, che non sono soltanto l’illusione di un desiderio strozzato nel momento in cui si compie, perché veri sono i genitori, i maestri, i compagni, perché sono veri i doni. È la verità della festa che rende veri il desiderio e l’attesa nella sua vigilia. Una innovazione del nostro tempo è l’invenzione di vigilie senza festa, perché nell’era delle feste scandite dal business ci restano solo le vigilie. Non sapendo, collettivamente, chi e che cosa festeggeremo veramente, restiamo in una successione continua di “sabati del villaggio”. Alla viglia di Natale seguirà la vigilia dei saldi, e poi quella di san Valentino, e così via per tutto l’anno, dove nuove vigilie ci faranno dimenticare la tristezza della festa negata. E l’anno volerà via velocissimo, perché derubato del tempo diverso della festa, che starebbe lì per farci gustare un boccone di eternità – anche se vivremo più anni dei nostri nonni, stiamo vivendo giorni molto più brevi dei loro.

L'esilio e la promessa/19 - Speciale, e davanti a Dio piena, è la solidarietà con la propria comunità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/03/2019

«Abbiamo perso la capacità di cantare. L’uomo nella sua angoscia è un messaggero che ha dimenticato il messaggio. La Bibbia non è un libro su Dio: è un libro sull’uomo. Nella prospettiva della Bibbia: Chi è l’uomo? Un essere posto nel travaglio, ma che ha i sogni e i disegni di Dio»

Abraham Heschel, Chi è l’uomo?

Esiste una grande amicizia tra il compito del profeta e quello della sentinella. I profeti amano moltissimo questa immagine che faceva parte della vita quotidiana e laica delle loro città, e vi ricorrono spesso – il canto notturno della sentinella di Isaia (cap.21) è tra i passi più intensi e profondi di tutta la Bibbia. Della sentinella i profeti condividono il compito, la fedeltà assoluta al posto di guardia, l’essere maestri della vista e dell’udito, il saper stare sulla frontiera tra il dentro e il fuori, guardiani della soglia che separa un regno da un altro. La sentinella ha una missione molto chiara: deve suonare il corno, avvisare, allertare. Deve fare solo questo, ma quando non lo fa le conseguenze sono gravissime. Ed ecco che giunti nel mezzo del dramma vocazionale di Ezechiele, mentre Gerusalemme cade, torna la sentinella: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia... Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te» (Ezechiele 33,7-9). 

L'esilio e la promessa/12 - Neanche Dio può far a meno di uomini e donne che accettino i suoi doni

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 27/01/2019

«La solitudine è venuta... Gli uomini si sono ritirati; le amicizie smorte, gli interessi finiti. Ingratitudine? Vanità? Illusione?... Certo. Ma è sopra tutto la logica dell’esistenza che irrompe sino ad una certa età dell’uomo; e poi, sulla cresta degrada dall’altro versante, per tuffarsi nel mistero. Solo: dunque libero»

Igino Giordani, Diario di Fuoco

Nelle esperienze di dono, il primo dono non basta. C’è bisogno di un secondo atto co-essenziale di accoglienza. Perché il dono è un discorso che si svolge nel tempo, è una sintassi sociale di atti liberi. Molte patologie relazionali nascono da rapporti nei quali il donatore è talmente preoccupato di fare il proprio dono da impedire all’altro di pronunciare liberamente il suo sì. In molti rapporti, la parte più debole non è chi accetta ma chi fa il dono, perché il rifiuto è fonte di molto dolore e frustrazione (come quella provata da Caino per il suo dono non accolto). Tutti noi abbiamo paura che i nostri doni più importanti non vengano accolti (da un figlio, dal nostro capoufficio), e così siamo tentati di togliere all’altro la libertà di rifiutare il nostro dono, e, se possiamo, lo facciamo spesso. Il Dio biblico non ha voluto privarci della libertà di rifiutare il suo dono più grande, l’Alleanza e la Legge, e così ha esaltato la nostra dignità proprio mentre registrava le nostre infedeltà - e continua a farlo.

L'esilio e la promessa/15 - La parola può farci scorgere Dio e, prima ancora, le donne e gli uomini

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenireil 17/02/2019

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito

Ignazio Silone, Fontamara

Paternità, figliolanza e matrimonio sono immagini presenti in molte religioni per esprimere il rapporto tra i popoli e le loro divinità. Anche la Bibbia le conosce, ma le usa con molta parsimonia. Perché l’urgenza di segnare la differenza tra YHWH e gli idoli ha generato una forte diffidenza verso le immagini umane per poter parlare di Dio. Il Cristianesimo ha poi generato forse l’innovazione religiosa più grande quando ci ha mostrato un uomo-Dio che chiamava YHWH con l’appellativo familiare di Abbà: babbo. Ma cadremmo nello stesso errore dei cananei e dei caldei se pensassimo che la paternità di Dio mostrataci da Gesù Cristo sia una copia della paternità umana. Le somiglia soltanto, come noi somigliamo a Dio di cui siamo "immagine e somiglianza"; una formula che dice vicinanza e distanza, entrambe massime. Molte malattie religiose si sono sviluppate da una distanza troppo grande che ha annullato la vicinanza, e altre da una eccessiva vicinanza che ha fatto di Dio qualcosa di talmente simile a noi da renderlo banale o inutile.

L'esilio e la promessa/8 - Non si “tradisce” solo per tornaconto, ma anche per amore senza verità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 30/12/2018

Ezechiele 08 rid«La parola è essenziale ed efficace solo quando nasce dal silenzio. Il silenzio schiude la fonte interiore da cui sgorga la parola»

Romano Guardini, Il testamento di Gesù

La lotta tra profezia e falsa profezia è una costante della storia umana. La ritroviamo al centro della politica, dell’economia, delle religioni, delle organizzazioni. Nelle comunità esistono persone alle quali viene riconosciuto un ruolo di "visione" perché portatori di un carisma, di una capacità di vedere diversamente e più lontano, di tracciare scenari presenti e futuri, di indicare vie di salvezza, di benessere, di crescita umana ed etica. I "profeti", però, non sono tutti uguali. Le sorti delle realtà sociali dipendono decisamente dalla capacità di individuare e seguire le voci oneste e vere e di diffidare di quelle false. La Bibbia ha individuato alcuni indicatori di vera e falsa profezia. Li ha raffinati nel tempo, li ha testati, poi li ha custoditi per noi perché li potessimo usare nei nostri discernimenti.

L'esilio e la promessa/14 - Un'altra mano, non la nostra, chiuderà per l'ultima volta i nostri occhi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenireil 10/02/2019

Anche quando l’anima è angosciata, anche quando nessuna preghiera può uscirci di gola nel dolore, il puro riposo silente dello Shabbat ci porta nel regno di una pace senza fine. L’eternità indica un giorno. Shabbat

A.J. Heschel, Lo Shabbat

I disordini morali sono espressione di disordini spirituali. L’etica è seconda. Dietro una cattiveria verso l’altro si cela un malessere più radicale e profondo dentro l’anima. Offendere e oltraggiare il nome dell’altro è figlio di un oltraggio e di un’offesa al proprio nome. Ogni crisi morale si cura al centro, rimettendo il proprio cuore nell’unico luogo dove può riposare, ritrovarsi, sentirsi chiamare. Il primo movimento della cura delle malattie profonde della vita è teologico, perché riguarda la natura del nostro nome che non può chiamarsi ma può solo essere chiamato; come da bambini, quando scopriamo qual è il nostro nome perché lo sentiamo chiamare da chi ci vuole bene. Diventiamo cattivi quando non ci giriamo più se sentiamo pronunciare il nostro nome – o perché lo abbiamo dimenticato, o perché nessuno lo chiama più con sufficiente agape per poterlo riconoscere.

L'esilio e la promessa/5 - Mestiere del profeta è pure la "seconda preghiera"

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 09/12/2018

Ezechiele 05 rid«La maldicenza uccide tre persone: colui che la diffonde, colui che l’ascolta e colui di cui si parla; ma chi l’ascolta ancor più di colui che la diffonde»

Mosé Maimonide, Norme di vita morale

Le religioni e le fedi sono anche luoghi di soddisfazione dei bisogni umani, perché nessuna religione ha trascurato la dimensione materiale e corporea della vita. Pesci, pane, manna, quaglie, acqua, focacce, schiacciate d’uva: la Bibbia potrebbe anche essere letta come una storia del cibo, della convivialità, dei beni. La terra promessa è una terra dove scorrono latte e miele. Ma anche per questa loro dimensione concreta e intera, le fedi hanno una tendenza intrinseca a rimpicciolirsi e ridursi a un mercato dove ogni bene domandato incontra la sua offerta pagando il relativo prezzo, trasformandosi così in idolatrie o magie. La preghiera autentica può vivere e crescere solo dentro un incontro di gratuità. La provvidenza non si compra, arriva come eccedenza sopra il nostro piccolo registro contrattuale. Il Dio biblico è il Dio del Patto, dove il vero bene offerto è una prossimità, una presenza. Come nelle comunità, che soddisfano bisogni essenziali (la sicurezza affettiva, il calore, anche bisogni concreti ed economici) se ciascuno sa attingere a una interiorità più profonda dei bisogni, dove si genera la parte più intima e bella delle comunità. I profeti sono gelosi custodi di questa bellezza più grande, che sa convivere con una indigenza che nutre il sogno e il bisogno di Dio.

L'esilio e la promessa/11 - La profezia su debito e interesse fonda un’etica altra da quella dell’ "impero"

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 20/01/2019

«Io detesto, respingo le vostre feste solenni e non gradisco le vostre riunioni sacre. Lontano da me il frastuono dei vostri canti: il suono delle vostre arpe non posso sentirlo! Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne

Amos, 5,21-24

Nella Bibbia l’economia è qualcosa di tremendamente serio. È posta, non a caso, accanto al peccato di idolatria. La sua teologia diventa immediatamente antropologia, e quindi denaro, prestiti, interesse. È questa la bella laicità della Bibbia, dove Dio per parlarci di sé usa anche le parole dei nostri affari, innalzandoli fino a far loro bucare il cielo. E non dovremmo stupirci se quando qualcuno di noi giungerà in paradiso rivedrà in mezzo alla danza delle persone divine e dei beati il tornio, il cacciavite, mobili e vestiti. Se perdiamo questa co-essenzialità dell’asse verticale e di quello orizzontale non capiamo nulla dell’umanesimo biblico e di quello dei Vangeli. L’economia è parte della vita, e dobbiamo ricordarlo ancora di più oggi quando vuole debordare e diventare la vita intera. Ma, al tempo stesso, le relazioni economiche determinano la qualità e la giustizia di tutte le altre, e quindi sbagliare il rapporto con l’economia e con la finanza significa sbagliare anche il rapporto con Dio. La Bibbia ha voluto, ha dovuto tenere radicalmente legate l’oikonomia della salvezza con l’economia quotidiana degli affari e del denaro, e nel far questo ci ha lasciato un’eredità senza prezzo perché dal valore infinito.

L'esilio e la promessa/20 - La salvezza (anche politica ed economica) non può non venire

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/03/2019

«Dopo aver pregato in casa sedevo sul divano, quando entra un uomo di magnifico aspetto, in abbigliamento da pastore. Mi saluta e io rispondo al suo saluto. Si mette subito a sedere accanto a me e mi dice: ‘Sono stato inviato dal più venerabile degli angeli per abitare con te i restanti giorni della mia vita’»

Il pastore di Erma, Rivelazione V

“Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge” (Ezechiele 34,2-3).

Gerusalemme è caduta. Ezechiele, il profeta-sentinella, nella sua terra desolata dell’esilio avvista un gregge disperso per l’incuria dei suoi pastori: “Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate” (34,4-5). Non sono pastori ma ‘mercenari’ (Gv 10,12), perché sfruttano le pecore più grasse per trarne profitto.

L'esilio e la promessa/10 - Liberamente ci esponiamo, diventando vulnerabili, alla libertà dell'altro

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 13/01/2019

«Se la donna non si fosse separata dall’uomo non sarebbe morta con l’uomo. La sua separazione segnò l’inizio della morte. Per questo è venuto il Cristo, per porre riparo alla separazione che vi era dal principio e per unirli nuovamente tutti e due, uomo e donna.»

Il vangelo di Filippo, 78-79

 L'amore umano è una realtà complessa. Nei rapporti più importanti, l’amore conosce dimensioni di incondizionalità, ha cioè la capacità di amare anche senza reciprocità. Una capacità essenziale per superare le crisi, per resistere nelle carestie di ritorni, per ricominciare davvero dopo i grandi tradimenti. Questa capacità, però, convive con il bisogno altrettanto radicale di mutualità e di comunione, di essere amati mentre si ama o dopo aver amato. Perché gli amori più importanti si svolgono all’interno di patti, che sono impegni collettivi e mutui. "Ama il prossimo tuo" fiorisce in "amatevi gli uni e gli altri", dove il comandamento all’io e al tu si allea con il comando al voi e al noi. E anche quando l’amore matura e raggiunge le note paradisiache dell’agape, non smette mai di essere anche eros e philia (amicizia), perché, fino alla fine, resta indigente dell’altro come l’eros e libero come la philia (l’agape può elevare soltanto "viscere" mosse e commosse da tutti gli amori umani). È in questa dinamica di libertà e di legame dove si incontrano le esperienze umane più sublimi e tremende. Ai patti affidiamo liberamente una parte di libertà, e una volta donata ne perdiamo la proprietà privata. Liberamente decidiamo di esporci alla libertà dell’altro, di diventare vulnerabili ai suoi cambiamenti del cuore, di legare la nostra vita a una corda di cui controlliamo soltanto un capo, e non quello più robusto.
La Bibbia, in alcune delle sue pagine più alte, ha preso le parole dell’amore umano più grande e serio e le ha donate a Dio perché potesse parlarci del suo amore: ahavah, hesed, dodim e, infine, agape. Perché nell’amore sponsale il primo dono è la reciprocità di parole meravigliose.

L'esilio e la promessa/2 -È l’intero corpo lo strumento con il quale il profeta suona le sue melodie di cielo e di terra. E il primo mutismo di Ezechiele ci dice cose importanti sulla vita e sulle vocazione.  

Di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenireil 17/11/2018

Ezechiele"Non ci sono più profeti? Non possiamo dirlo; l’importante è distinguere i falsi dai veri profeti, e questo vale per tutte le epoche. Forse l’elemento fondamentale per distinguerli è questo: il falso profeta si sente profeta e il vero profeta non si sente profeta"

Paolo De Benedetti, Elia

Chiunque si ritrova a scrivere per rispondere a una chiamata interiore ha sperimentato, almeno una volta nella vita, che quelle parole che scrive sono state prima ricevute e "mangiate". Le parole scritte che non sono vanitas nascono dal sangue e dalla carne, e così riescono a raggiungere il sangue e la carne di chi le legge, e lasciare il segno (in-segnano). Quando, ogni tanto, sentiamo che una parola diversa ci tocca, ci insegna e ci cambia (e se non ci è mai capitato non abbiamo ancora iniziato veramente a leggere), quella parola aveva già toccato e segnato il corpo di chi l’aveva scritta, perché era uscita da una ferita. La profezia è un evento di parola, di parole e di corpo. Perché tra la parola ricevuta e quella detta e scritta c’è il corpo del profeta. È l’intero suo corpo lo strumento con il quale il profeta suona le sue melodie di cielo e di terra. Tutti i profeti, soprattutto Ezechiele.

L'esilio e la promessa/13 - Quando ritroviamo muti, ci resta la parola estrema: la nostra carne

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/02/2019

«Sono da secoli, o da un momento
fermo in un vuoto in cui tutto tace,
non so più dire da quanto sento
angoscia o pace»

Francesco Guccini Shomèr ma Mi-llailah

 In ogni autentico dialogo le parole di chi ci parla riescono a nascere se trovano in noi fiducia, in quelle parole e quindi e ancor prima nella persona che le dice. Nessuno parla in un dialogo senza che qualcun altro lo accolga, e quindi in questa sua dimensione originaria la fiducia è essenzialmente una faccenda di dono. Anche Dio ha avuto bisogno della fiducia dei profeti per poterci parlare – chissà quante parole profetiche autentiche si sono perse e si perdono perché chi le ha ascoltate non ha dato loro fiducia e non le ha credute e capite per quelle che erano. I profeti, però, mentre danno fiducia a YHWH e così facendo lo fanno parlare nel mondo, hanno bisogno anche della nostra fiducia affinché la loro parola trasmessa non cada nel nulla. Ogni parola vera è dialogo, è incontro di parole donate e ricevute. Il profeta è sentinella, e se nessuno raccoglie il suo allarme lanciato dalle mura di cinta, quel grido si spegne e diventa soffio di vento. Allora le prove "empiriche" della verità delle loro parole non si trovano né in cielo né in terra, ma nella fragile forza della fiducia, della fides, della fede. Ezechiele può continuare a parlarci se noi continuiamo a dargli credito, a credere in lui.

L'esilio e la promessa/9 - La responsabilità morale e spirituale di ogni azione è sempre personale

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/01/2019

«Come l’istinto del male cerca di sedurre l’uomo al peccato, così cerca di sedurlo a diventare troppo giusto»

Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

Il discorso civile è ricco e buono quando riusciamo a dire "tu" a molte persone, che aumentano e diventano più vere con il crescere degli anni. Questa buona legge universale conosce però poche e decisive eccezioni, dove è necessario che il "tu" sia uno solo. I matrimoni, ad esempio, hanno inscritta nella loro natura la dimensione dell’unicità. Alcune pochissime ma essenziali parole del "cuore" si possono dire solo alla propria sposa, perché se le diciamo a più donne le svuotiamo della loro bellezza e verità. Quando la Bibbia ci dice che il rapporto con Dio va vissuto come Alleanza e patto, ci sta dicendo qualcosa di molto simile: se nel mio cuore dico le stesse parole a più divinità, non sto dicendo niente di vero a nessuno. Il Dio biblico sa parlare solo cuore-a-cuore, conosce solo il discorso a due, con noi cerca soltanto il dia-logo. La lotta anti-idolatrica dei profeti è allora il tentativo di salvare agli uomini e alle donne la possibilità di poter dare, veramente, del tu a Dio, senza ingannarci e senza ingannare.

L'esilio e la promessa/17 - Il nome dell’angelo non è “economia”, ma la giusta via passa da qui

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/03/2019

«Gran fonte delle guerre è il commercio. Egli è geloso, e la gelosia arma gli Uomini. Le guerre de’ Cartaginesi, e de’ Romani, de’ Veneziani, de’ Genovesi, de’ Pisani, de’ Portoghesi, e degli Olandesi, de’ Francesi, e degli Inglesi ne sono testimoni. Se due nazioni trafficano insieme per reciproci bisogni, sono questi bisogni che si oppongono alla guerra, non già lo spirito del commercio»

Antonio Genovesi, Commento a Lo Spirito delle leggi di Montesquieu, 1769

Nella Bibbia non c’è un’unica valutazione etica dell’economia. Nei vari libri biblici troviamo idee e giudizi diversi e in certi casi opposti sulla natura dei beni, delle ricchezze e dei commerci. Perché, semplicemente, la ricchezza è profondamente ambivalente. Così incontriamo brani e tradizioni dove i molti beni sono benedizione e segno di elezione, e poco dopo altri dove la ricerca di profitti e di ricchezza è pura vanitas. Leggiamo di poveri considerati maledetti, e di poveri chiamati beati. Fino alle parole tremende dette all’angelo della città di Laodicèa nel libro dell’Apocalisse: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla.” (3,17). Questa frase contiene la chiave di lettura di molta critica profetica ed evangelica alla ricchezza: ‘non ho bisogno di nulla’. Il grande inganno, l’illusione tremenda della ricchezza sta infatti nella sua seducente offerta di autosufficienza, di indipendenza, nell’illusione che grazie ad essa non avremo più bisogno di nessuno, e quindi, alla fine, neanche di Dio. Ci promette (quasi) le stessa terra promessa da Dio ad Abramo, che, non a caso, viene definita sulla base di beni: ‘latte e miele’.

L'esilio e la promessa/4 - Saper essere fedeli al «resto» vero del nostro cuore»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 02/12/2018

Ezechiele 04 rid«Col cercare le origini si diventa gamberi. Lo storico guarda a ritroso; e finisce anche per credere a ritroso»
Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

Sono i segni religiosi quelli che più incidono la terra e dicono il carattere di una cultura. Templi, altari, edicole, croci, steli separano nel territorio il sacro dal profano, rivelano e danno nomi e vocazioni alle terre, trasformano gli spazi in luoghi. La terra porta iscritte nelle sue ferite i nostri vizi e le nostre virtù. Accoglie mite le nostre tracce, si lascia, mansueta, associare alle nostre sorti, e con una sua misteriosa e reale reciprocità comunica con noi. Tra le note della profezia c’è anche la capacità di interpretate il linguaggio della creazione, di raccontarcelo, di parlare al nostro posto e in nostro nome. Cosa direbbero, oggi, i profeti di fronte piaghe che stiamo producendo nel nostro pianeta? Quali parole di fuoco pronunzierebbero di fronte alle nostre "alture" popolate di idoli? Come profetizzerebbero davanti alle nostre miopie e ai nostri egoismi collettivi? Forse griderebbero, comporrebbero nuovi poemi, canterebbero, cantano, Laudato si’.

L'esilio e la promessa/16 - L’amore ci salva da quasi ogni male, ma non è l’albero della vita

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenireil 24/02/2019

«Dove sarà quella vita che avrei potuto vivere e non vissi...
Dove l’àncora e il mare,
dove l’oblio di essere chi sono?...
Inoltre penso
a quella mia compagna
Che mi aspettava
e che forse mi aspetta»

Jorge Luis Borges,Ciò che è perduto

Quando cade il velo delle illusioni e finalmente ci incontriamo con la nuda realtà, nostra e della vita, inizia un tempo di autentica provvidenza, quasi sempre nascosta sotto un involucro di dolore. Comincia un tu-a-tu intimo e immediato con la propria anima e con i suoi abitanti (inclusi i demoni). Tutte le ambivalenze, le ambiguità, i grandi e piccoli compromessi e peccati del passato si impongono con una loro forza propria e invincibile. Ci parlano e, con una autorità fino ad allora sconosciuta, ci chiedono e pretendono verità. Ci svegliamo improvvisamente da un sonno profondo nel quale eravamo caduti senza saperlo né volerlo, e si apre una nuova fase della vita, spesso migliore. Perché per toccare le salvezze vere occorre raggiungerle oltre le illusioni e consolazioni che schermano la condizione ordinaria della vita. In alcune esistenze questi momenti arrivano una volta sola, ed è quella decisiva, perché è l’ultimo appello. Lì siamo chiamati con il nostro primo nome; ci voltiamo di scatto e rispondiamo ancora, sapendo però che sarà l’ultima volta, perché quel primo nome sta morendo per risorgere.

L'esilio e la promessa/3 - Il compito di annunciare la dura prova e di seminare il futuro

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 25/11/2018

Ezechiele 03 rid«Il fatto paradossale è che il sacro si manifesta, e di conseguenza si limita e cessa di essere assoluto. È questo il grande mistero, il mysterium tremendum: il fatto che il sacro accetta di limitarsi»

Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri

Siamo cercatori instancabili di consolazioni. Ne abbiamo un tale bisogno che le barattiamo quasi sempre con le illusioni. La profezia è una grande generatrice di consolazioni vere, ma siccome non sono né scontate né in saldo, noi ci mettiamo in coda nei grandi magazzini dove abbondano le illusioni a buon mercato. Le consolazioni non illusorie dei profeti convivono infatti con una esigenza assoluta di verità, arrivano solo dentro questa verità offerta a prezzo-valore pieno.

“Figlio dell'uomo, prendi una tavoletta d'argilla, mettila dinanzi a te, incidici sopra una città, e disponi intorno ad essa l'assedio: rizza torri, costruisci terrapieni, schiera gli accampamenti e colloca intorno gli arieti” (Ezechiele 4,1-2). Dopo le prime visioni, Ezechiele ora riceve il comando di realizzare una sorta di plastico per rappresentare l’assedio di una città. E una volta terminata l’opera sotto gli occhi certamente sorpresi dei suoi connazionali non dice ‘questa è Babilonia’, come forse i suoi compagni esiliati si attendevano e speravano, ma “questa è Gerusalemme” (5,5). È proprio la città santa che sta per essere assediata dai babilonesi. Nessuna consolazione per chi, seguendo gli oracoli dei falsi profeti, voleva credere nella inespugnabilità della città di Davide, perché protetta dal suo Dio diverso.

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