L'esilio e la promessa

L'esilio e la promessa/9 - La responsabilità morale e spirituale di ogni azione è sempre personale

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/01/2019

«Come l’istinto del male cerca di sedurre l’uomo al peccato, così cerca di sedurlo a diventare troppo giusto»

Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

Il discorso civile è ricco e buono quando riusciamo a dire "tu" a molte persone, che aumentano e diventano più vere con il crescere degli anni. Questa buona legge universale conosce però poche e decisive eccezioni, dove è necessario che il "tu" sia uno solo. I matrimoni, ad esempio, hanno inscritta nella loro natura la dimensione dell’unicità. Alcune pochissime ma essenziali parole del "cuore" si possono dire solo alla propria sposa, perché se le diciamo a più donne le svuotiamo della loro bellezza e verità. Quando la Bibbia ci dice che il rapporto con Dio va vissuto come Alleanza e patto, ci sta dicendo qualcosa di molto simile: se nel mio cuore dico le stesse parole a più divinità, non sto dicendo niente di vero a nessuno. Il Dio biblico sa parlare solo cuore-a-cuore, conosce solo il discorso a due, con noi cerca soltanto il dia-logo. La lotta anti-idolatrica dei profeti è allora il tentativo di salvare agli uomini e alle donne la possibilità di poter dare, veramente, del tu a Dio, senza ingannarci e senza ingannare.

L’esilio e la promessa/26 - La ricchezza prima di essere merito è dono. Siamo circondati da gratuità

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 05/05/2019

«Non violerai il diritto dello straniero e dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore, tuo Dio. Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo. Sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova»

Libro del Deuteronomio, cap. 24

La parola di Ezechiele che diventa anche misure fiscali, ci offre una occasione propizia per riflettere sulla natura di reciprocità delle tasse, e sul rispetto con cui devono essere pensate e usate soprattutto da chi ha potere.

L'esilio e la promessa/17 - Il nome dell’angelo non è “economia”, ma la giusta via passa da qui

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 03/03/2019

«Gran fonte delle guerre è il commercio. Egli è geloso, e la gelosia arma gli Uomini. Le guerre de’ Cartaginesi, e de’ Romani, de’ Veneziani, de’ Genovesi, de’ Pisani, de’ Portoghesi, e degli Olandesi, de’ Francesi, e degli Inglesi ne sono testimoni. Se due nazioni trafficano insieme per reciproci bisogni, sono questi bisogni che si oppongono alla guerra, non già lo spirito del commercio»

Antonio Genovesi, Commento a Lo Spirito delle leggi di Montesquieu, 1769

Nella Bibbia non c’è un’unica valutazione etica dell’economia. Nei vari libri biblici troviamo idee e giudizi diversi e in certi casi opposti sulla natura dei beni, delle ricchezze e dei commerci. Perché, semplicemente, la ricchezza è profondamente ambivalente. Così incontriamo brani e tradizioni dove i molti beni sono benedizione e segno di elezione, e poco dopo altri dove la ricerca di profitti e di ricchezza è pura vanitas. Leggiamo di poveri considerati maledetti, e di poveri chiamati beati. Fino alle parole tremende dette all’angelo della città di Laodicèa nel libro dell’Apocalisse: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla.” (3,17). Questa frase contiene la chiave di lettura di molta critica profetica ed evangelica alla ricchezza: ‘non ho bisogno di nulla’. Il grande inganno, l’illusione tremenda della ricchezza sta infatti nella sua seducente offerta di autosufficienza, di indipendenza, nell’illusione che grazie ad essa non avremo più bisogno di nessuno, e quindi, alla fine, neanche di Dio. Ci promette (quasi) le stessa terra promessa da Dio ad Abramo, che, non a caso, viene definita sulla base di beni: ‘latte e miele’.

L'esilio e la promessa/4 - Saper essere fedeli al «resto» vero del nostro cuore»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 02/12/2018

Ezechiele 04 rid«Col cercare le origini si diventa gamberi. Lo storico guarda a ritroso; e finisce anche per credere a ritroso»
Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

Sono i segni religiosi quelli che più incidono la terra e dicono il carattere di una cultura. Templi, altari, edicole, croci, steli separano nel territorio il sacro dal profano, rivelano e danno nomi e vocazioni alle terre, trasformano gli spazi in luoghi. La terra porta iscritte nelle sue ferite i nostri vizi e le nostre virtù. Accoglie mite le nostre tracce, si lascia, mansueta, associare alle nostre sorti, e con una sua misteriosa e reale reciprocità comunica con noi. Tra le note della profezia c’è anche la capacità di interpretate il linguaggio della creazione, di raccontarcelo, di parlare al nostro posto e in nostro nome. Cosa direbbero, oggi, i profeti di fronte piaghe che stiamo producendo nel nostro pianeta? Quali parole di fuoco pronunzierebbero di fronte alle nostre "alture" popolate di idoli? Come profetizzerebbero davanti alle nostre miopie e ai nostri egoismi collettivi? Forse griderebbero, comporrebbero nuovi poemi, canterebbero, cantano, Laudato si’.

L'esilio e la promessa/16 - L’amore ci salva da quasi ogni male, ma non è l’albero della vita

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenireil 24/02/2019

«Dove sarà quella vita che avrei potuto vivere e non vissi...
Dove l’àncora e il mare,
dove l’oblio di essere chi sono?...
Inoltre penso
a quella mia compagna
Che mi aspettava
e che forse mi aspetta»

Jorge Luis Borges,Ciò che è perduto

Quando cade il velo delle illusioni e finalmente ci incontriamo con la nuda realtà, nostra e della vita, inizia un tempo di autentica provvidenza, quasi sempre nascosta sotto un involucro di dolore. Comincia un tu-a-tu intimo e immediato con la propria anima e con i suoi abitanti (inclusi i demoni). Tutte le ambivalenze, le ambiguità, i grandi e piccoli compromessi e peccati del passato si impongono con una loro forza propria e invincibile. Ci parlano e, con una autorità fino ad allora sconosciuta, ci chiedono e pretendono verità. Ci svegliamo improvvisamente da un sonno profondo nel quale eravamo caduti senza saperlo né volerlo, e si apre una nuova fase della vita, spesso migliore. Perché per toccare le salvezze vere occorre raggiungerle oltre le illusioni e consolazioni che schermano la condizione ordinaria della vita. In alcune esistenze questi momenti arrivano una volta sola, ed è quella decisiva, perché è l’ultimo appello. Lì siamo chiamati con il nostro primo nome; ci voltiamo di scatto e rispondiamo ancora, sapendo però che sarà l’ultima volta, perché quel primo nome sta morendo per risorgere.

L'esilio e la promessa/3 - Il compito di annunciare la dura prova e di seminare il futuro

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 25/11/2018

Ezechiele 03 rid«Il fatto paradossale è che il sacro si manifesta, e di conseguenza si limita e cessa di essere assoluto. È questo il grande mistero, il mysterium tremendum: il fatto che il sacro accetta di limitarsi»

Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri

Siamo cercatori instancabili di consolazioni. Ne abbiamo un tale bisogno che le barattiamo quasi sempre con le illusioni. La profezia è una grande generatrice di consolazioni vere, ma siccome non sono né scontate né in saldo, noi ci mettiamo in coda nei grandi magazzini dove abbondano le illusioni a buon mercato. Le consolazioni non illusorie dei profeti convivono infatti con una esigenza assoluta di verità, arrivano solo dentro questa verità offerta a prezzo-valore pieno.

“Figlio dell'uomo, prendi una tavoletta d'argilla, mettila dinanzi a te, incidici sopra una città, e disponi intorno ad essa l'assedio: rizza torri, costruisci terrapieni, schiera gli accampamenti e colloca intorno gli arieti” (Ezechiele 4,1-2). Dopo le prime visioni, Ezechiele ora riceve il comando di realizzare una sorta di plastico per rappresentare l’assedio di una città. E una volta terminata l’opera sotto gli occhi certamente sorpresi dei suoi connazionali non dice ‘questa è Babilonia’, come forse i suoi compagni esiliati si attendevano e speravano, ma “questa è Gerusalemme” (5,5). È proprio la città santa che sta per essere assediata dai babilonesi. Nessuna consolazione per chi, seguendo gli oracoli dei falsi profeti, voleva credere nella inespugnabilità della città di Davide, perché protetta dal suo Dio diverso.

L’esilio e la promessa/25 - Resistere alla tentazione della normalizzazione (ideologica) della profezia

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 28/04/2019

Rabbi Giosuè ben Levi disse anche: «Quando esisteva il Tempio, se un uomo offriva un olocausto riceveva il merito di un olocausto; se un’oblazione, riceveva il merito di un’oblazione. Ma chi è umile di spirito, la Scrittura lo considera come se avesse offerto tutti i sacrifici»

Talmud Babilonese

La descrizione del tempio da parte di Ezechiele ci offre un ottimo esercizio per individuare alcuni tratti distintivi della prospettiva da cui i profeti guardano le religioni e il mondo, che è diversa da quella sacerdotale. Soprattutto in materia di gratuità e sacrifici

La religione dei profeti è diversa da quella dei sacerdoti. Nella Bibbia sono parte dello stesso popolo, sono dentro la stessa alleanza, venerano lo stesso Dio, dicono le stesse preghiere, leggono gli stessi libri sacri... Ma la prospettiva, le forme e i modi della fede dei profeti non sono quelli dei sacerdoti. I profeti dicono, ricordano e gridano che la giustizia e la salvezza dei singoli e dei popoli non dipendono dai meriti acquistati con le opere e con i sacrifici, che prima siamo salvati e dopo diventiamo pii, religiosi e magari buoni e santi. I profeti svuotano il tempio per poter vedere e farci vedere la presenza della gloria di YHWH, perché sanno che i templi pieni di oggetti sacri e di arredi religiosi non hanno sufficiente vuoto per contenere la gloria di Dio. Legge e spirito, meriti e grazia, Giacomo e Paolo, identità ed inclusione, purezza e meticciato. La dinamica profezia-sacerdozio, una costante biblica e della vita civile, non va letta in modo superficiale.

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