Le virtù del mercato, MSA

Il dono è una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 02/02/2026

Si sono concluse le feste di Natale, e così, a «bocce ferme», possiamo fare qualche nuova riflessione sui doni e sulla differenza tra i doni e i regali. I regali e i doni sono atti umani diversi, convivono gli uni accanto agli altri, spesso sono entrambi buoni, ma non vanno confusi tra di loro. Il valore dei regali tra Natale ed Epifania dipende dalla qualità dei doni tra Epifania e Natale. Il panettone che portiamo alla zia anziana lontana dice qualcosa di buono e bello se durante l’anno quel regalo natalizio è stato preceduto da qualche telefonata, una visita, tempo speso, abbracci di corpi, parole buone e benedizioni reciproche. Noi sapiens parliamo anche con le cose e con gli oggetti, perché le parole qualche volta non bastano, e con un oggetto riusciamo a dire cose che con la bocca e la penna diremmo diversamente e peggio. La civiltà umana, a differenza degli animali, è fatta di parole e di cose, di oggetti (quadri, case, chiese) che dicono chi siamo come e forse meglio delle parole. I doni sono i verbi che collegano e danno senso ai nostri regali, e li fanno entrare nei nostri discorsi più belli.  

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 03/01/2026

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Se un imprenditore non è re, non avrà la capacità di guidare la sua azienda. Se non è profeta o sacerdote, non saprà discernere né mediare. 

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 12/03/2020

All’inizio delle grandi storie spirituali, come quelle di movimenti spirituali o di comunità carismatiche, nei fondatori coesistono le vocazione di re, profeta e sacerdote. I fondatori governano, combattono, conquistano, guidano (re), parlano al loro popolo in nome di Dio (profeta), e dicono a Dio le parole e i gesti degli uomini (sacerdote). Questa natura una e trina è tipica dei momenti aurorali delle comunità ed è dono straordinario per persone che hanno compiti speciali.

Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di S. Antonio il 06/04/2023

Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza. Nel Novecento la critica sociale si era indirizzata verso la teoria economica liberale, individuando negli economisti teorici il grande nemico da combattere per costruire una società finalmente giusta ed egualitaria.

Il merito declinato come meritocrazia è diventato ormai un vero dogma della nuova religione del nostro tempo, cioè quella del business e del consumo, una religione che ha soppiantato in Occidente il cristianesimo.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 04/03/2025

Mi è capitato di ascoltare di notte una trasmissione di Radio1 sul tema del merito, in particolare del merito a scuola. Il conduttore non aveva alcuna idea del dibattito culturale e scientifico sul merito, che è antichissimo: un suo punto di partenza è il libro di Giobbe, poi i vangeli, Agostino, Pelagio, Lutero… I suoi due ospiti erano entrambi entusiasti per la rivoluzione del merito in corso nel nostro Paese. Così, senza alcun contraddittorio, facevano propaganda al nuovo verbo meritocratico. Uno degli ospiti, per spiegare l’urgenza vitale di introdurre il merito nella scuola – come denota il preoccupante cambiamento nel titolo del ministero dell’Istruzione –, utilizzava la metafora dello sport per applicarla alla scuola. E affermava: tutti hanno diritto a fare attività sportiva, ma solo i più capaci vincono le medaglie; così deve essere anche nella scuola: tutti devono andare a scuola, ma bisogna costruire un sistema dove i più bravi possano vincere le loro medaglie. Il merito era presentato come il grande assente dalla nostra scuola, livellata e non meritocratica, e quindi i nostri studenti migliori non possono fiorire, anche per la triste peculiarità delle classi con presenza di alunni con problemi di apprendimento che si trovano, purtroppo, nelle stessi classi dei più capaci, per colpa di una società pietista e cattolica che danneggia i più bravi appesantiti dai meno capaci.

Nella parabola del Figliol prodigo riportata da Luca non si parla della madre. E con lei è assente nella storia qualsiasi sguardo femminile. Se ci fosse stata una madre, la storia sarebbe stata certamente diversa.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 11/11/2024

Le parabole evangeliche sono piene di ispirazioni anche per la vita economica e civile. Pensiamo alla bellissima parabola del Figliol prodigo (o del Padre misericordioso). Luca ci presenta un padre e due figli, un maggiore e un minore. Un uomo benestante, un’azienda famigliare, forse agricola. Il figlio più giovane non vuole continuare il progetto paterno. Lascia, e chiede al padre la sua «parte di eredità». Il padre poteva non dargliela, perché la tradizione ebraica non consentiva a un figlio di chiedere l’eredità con il padre ancora in vita, e perché in quelle culture antiche il padre era il padrone di tutto. E invece lo lascia andar via, con parte del patrimonio di casa. Fa diventare i beni di famiglia patrimonio, cioè il dono (munus) del padre.

Le virtù del mercato - Ci siamo mai chiesti da che punto di vista guardiamo il mondo? Da quello dei ricchi? Oppure da quello dei poveri? Perché, in termini di speranza, ma non solo, fa una bella differenza.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di sant'Antonio il 10/06/2018

Povertà MSA giugno fotolia ridUna virtù particolarmente scarsa nel nostro tempo si chiama speranza. La speranza non è solo una virtù (è anche un dono, come sottolinea il suo essere stata chiamata dai cristiani virtù teologale), ma è ancheuna virtù, perché richiede esercizio, soprattutto per non perderla nei momenti difficili, individuali e collettivi (come è quello che stiamo vivendo ora). E chi ha dubbi che la speranza sia una preziosissima virtù economica, lo chieda agli imprenditori, soprattutto a quelli che hanno superato crisi lunghe e profonde, nelle quali il primo cibo è stata la virtù della speranza, morta e risorta molte volte (si esce vivi dalle crisi quando le resurrezioni sono una in più delle morti).

Ogni esperienza religiosa ha in sé una dimensione di consumo. Non si va in chiesa, e non vi si andava nei secoli passati, soltanto per adempiere a un obbligo morale, per la paura dell’inferno o per non essere discriminati dai propri compaesani.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 02/05/2025

Il linguaggio dell’economia, qualche volta, può aiutare a capire fenomeni che con l’economia non hanno molto a che fare. La religione, e in generale le fedi, sono tra queste realtà che rivelano qualcosa di se stesse se fatte parlare nella lingua dell’economia. Ogni esperienza religiosa ha in sé una dimensione di consumo. Non si va in chiesa, e non vi si andava nei secoli passati, soltanto per adempiere a un obbligo morale, per la paura dell’inferno o per non essere discriminati dai propri compaesani. Ci si recava alle funzioni anche perché ci piaceva e ci piace immergerci per un’ora in un’atmosfera positiva, appagare gli occhi con i quadri dei santi, della Madonna e di Gesù, toccare le statue di sant’Antonio e santa Rita, respirare l’odore dell’incenso. E poi ci piacevano moltissimo le processioni, i canti, i baldacchini, gli spari, le viae crucis quando tutti piangevamo e ci riconoscevamo in Gesù, anche noi crocifissi alle nostre croci, e un po’ risorgevamo con lui. In una vita breve, triste e povera, le Messe e le funzioni erano i nostri beni di lusso: entravamo in quei luoghi bellissimi, e ci sentivamo, per un po’ di tempo, quasi come i ricchi e i signori. Consumavamo anche noi emozioni, beni relazionali, beni di comfort, musica, arte, canti, eucarestia.

Oggi è più che mai urgente re-inventare la vita adulta, schiacciata da una gioventù e una vecchiaia artificialmente sempre più lunghe. Finché non si lavora davvero non si è pienamente adulti, perché non inizia effettivamente l’età della responsabilità.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 02/02/2023

Il nostro tempo sta conoscendo un nuovo protagonismo dei giovani, che stanno facendo in molti Paesi cose straordinarie. Sono giovani e adolescenti insieme, e la presenza dei teenagers è una grande novità rispetto all’analogo Sessantotto. Dai «Fridays for future» alle giovani iraniane e afgane, a «Economy of Francesco», fino ai giovani di «Ultima generazione», che imbrattano con vernice lavabile quadri e palazzi per ricordare che i potenti hanno imbrattato, con vernice indelebile, il pianeta e il loro futuro. Giovani meravigliosi, che ci stanno salvando, eppure non vogliamo prenderli abbastanza sul serio. Perché la nostra cultura capitalistica ama la giovinezza, ma ama poco i giovani.Così, mentre apprezza sempre più i valori associati alla giovinezza – bellezza, salute, energia… – capisce sempre meno e disprezza i valori, che pur sono fondamentali, della vecchiaia, che cerca in tutti i modi di allontanare dal suo orizzonte, che così si abbuia e si intristisce. Perché una civiltà che non valorizza gli anziani e non sa invecchiare è stolta come lo è quella che non capisce e valorizza i veri giovani: la nostra generazione è la prima che sta sommando tra di loro queste due stoltezze.

Nelle società di ieri, e in parte anche di oggi le donne avevano un sesto senso, una speciale attitudine per leggere in anticipo i «segnali deboli» delle crisi relazionali, e così riuscivano a prevenire le varie forme di carenza e povertà.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 03/09/2025

Mi ha sempre colpito l’episodio delle Nozze di Cana, che il vangelo di Giovanni (2,1-12) pone all’inizio della vita pubblica di Gesù. Un primo segno che accade durante una festa di matrimonio, e riguarda il vino. Si svolge in una casa privata, non nel tempio – anche questa è la radicale laicità di Gesù e del cristianesimo –. Gesù, pur essendo un maestro «mobile», un «figlio dell’uomo» senza nidi né tane, amava le case. Di case Gesù ne frequentò molte, fino all’ultima pasqua, nella cena nel piano superiore di una casa di un amico.  

Il talento civile o lo «spirito» di un Paese, dei suoi governanti e della sua gente, sta nel saper creare un orgoglio e una speranza civile veri a partire da segni reali presenti nel passato.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 03/02/2025

L’Economia civile, la cui stagione d’oro è stata il Settecento napoletano e il cui capostipite l’abate salernitano Antonio Genovesi, è l’anima più vera e profonda della nostra economia e società.Nelle Lezioni di Economia civile, pubblicate da Genovesi tra il 1765 e il 1769, leggiamo pagine molto importanti sull’Italia e sul suo Meridione, che sembrano scritte non ieri, ma domani: «I Greci chiamavano la Magna Grecia e molte altre provincie di questo Regno, il paese del vino; ma potevano anche chiamarlo il paese de’ grani, e non solo di frumento, ma d’ogni altro genere. La Sicilia era il granaio di Roma, e ora è di molti popoli. I suoi vini sono il nettare che bevono le migliori tavole non solo degl’Inglesi, ma de’ Francesi altresì, ancorché superbi del loro Borgogna. Paesi di seta, e oggi quasi i soli seri di Europa. Paesi di bambagia, la quale, per confessione di tutti, è la migliore del globo terraqueo; paesi di lana, di lino, di canape, d’ogni sorta di animali; paese di caci, di manna ecc. ecc. ecc., paese di grand’ingegni...» (p. 325).

Le comunità devono fare i conti con un paradosso che nasce quando si mettono insieme liberta personale e adesione al "gruppo". Come uscirne? Inventando nuove forme di libertà...

di Luigino Bruni

Pubblicato su Il Messaggero di S.Antonio il 09/10/2018

Per le misure contro la povertà si dovrebbero ascoltare i poveri veri, oppure i loro rappresentanti «per vocazione», che si affianchino ai tecnici e ai politici che la povertà la conoscono quasi sempre per sentito dire.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 04/01/2019

Sono stato recentemente ad Assisi, e sono passato a San Damiano, dove si ricorda che «qui il Signore parlò a Francesco». Le vocazioni hanno sempre un luogo e un tempo esatti, sono infinitamente concrete, e orientate a un compito: «Qui, il 20 maggio 1986, incontrai tua madre»; «qui, il 26 agosto del 1990, sentii la chiamata»… All’inizio Francesco pensò che «la chiesa» da riedificare fosse la chiesetta diroccata di San Damiano; solo col tempo si capì che la chiesa da riedificare era in realtà la Chiesa di Cristo. Un fenomeno che si ritrova in molte fondazioni carismatiche e profetiche: si inizia con un compito concreto e puntuale, e poi si capisce che ciò che era oggetto della chiamata era molto diverso.

La pietà popolare è stata un immenso esercizio collettivo di sovversione, soprattutto di donne. Fu, a modo suo, un meraviglioso inno alla vita, la risposta popolare alle idee teologiche sbagliate.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 10/06/2024

«In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito». Questa è una celebre frase dell’Introduzione di Fontamaradi Ignazio Silone, uno dei romanzi più belli e importanti del Novecento italiano. «Cafone» è una parola che Silone usava in un significato diverso da quello comune. Era il nome dei contadini della piana del Fucino e, in generale, un nome con cui lo scrittore indicava gli oppressi e i dimenticati della terra. Una parola di dolore, certo, ma mai usata da Silone in senso dispregiativo, in modo da suscitare vergogna. E invece il dolore è ancora oggi causa di vergogna, soprattutto nei poveri. La mia famiglia ha conosciuto la povertà. L’hanno conosciuta i miei nonni, e la sua eco viva è giunta fino a me. Da questa eco nascono le mie parole sulla povertà, sull’economia, sulla teologia. 

l mondo degli ordini religiosi non è sovrapponibile al mondo delle imprese. Eppure, soprattutto nei momenti di difficoltà, esistono delle analogie...

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 29 luglio 2020

«Noi suore della generazione di mezzo saremmo felici di dedicare il resto della nostra vita a occuparci delle suore anziane, in modo da liberare le suore giovani dal grande peso che comporta la cura di una congregazione così anziana». Queste parole me le ha dette la Madre Generale di una congregazione, qualche giorno fa. Una generosità che mi ha commosso, e poi mi ha stimolato una riflessione di carattere più generale sul presente e sul futuro degli ordini religiosi della Chiesa.

Nelle riconciliazioni, prima dell’abbraccio benedicente c’è uno sguardo benedicente, che è un abbraccio intimo degli occhi. In quello sguardo iniziò il perdono di Gesù, e iniziò la risurrezione di Pietro

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 03/11/2025

L’homo sapiens è un animale capace di tradimento. Ma è anche capace di perdonare, e qualche volta di ricominciare, dopo i tradimenti più gravi e dolorosi, come quelli coniugali o nelle imprese.Non siamo capaci di rimettere il dentifricio nel tubetto, ma siamo capaci di far risorgere un rapporto tradito. 

Se vogliamo riavvicinare lo spirito moderno al messaggio di vita di Gesù, dobbiamo operare una purificazione del linguaggio teologico, iniziando da quello economico e commerciale.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 12/07/2024

Il primo a usare la metafora economica nel Nuovo Testamento fu san Paolo che, nella Prima lettera ai Corinzi, utilizza addirittura la parola prezzo: «Siete stati comprati a caro prezzo» (7,23).Poiché Paolo è un gigante della teologia cristiana, molti teologi da allora in poi pensarono che non si potesse parlare di teologia senza usare la metafora del «prezzo della salvezza». San Paolo, però, nelle sue lettere usa anche altre metafore, tra cui quella sportiva (cfr. 1Cor 9,24-26). Eppure nessun teologo del passato e del presente ha mai pensato che tale metafora fosse necessaria per spiegare la teologia cristiana. Invece, dalla metafora economica è discesa una vera e propria «economia della salvezza», che giustificherebbe l’esistenza di una specie di contratto con prezzi da pagare e da riscuotere, e vedrebbe Gesù come un «divin mercante». Dimenticando che le metafore bibliche sono sempre aurora di discorso, punti di partenza. L’altra metà del ragionamento deve restare non detta: solo le metafore parziali lasciano uno spazio libero tra il mistero di Dio e le nostre idee teologiche su di lui

Se non si impara a casa, e nei primi anni di vita, il valore della gratuità, da adulti saremo mossi solo dal denaro e non saremo buoni lavoratori. Lasciamo gli incentivi e le paghe ai grandi, e proteggiamo i nostri piccoli dall’impero del denaro.

di Luigino Bruni

pubblicato il 04/02/2024 su Il Messaggero di Sant'Antonio

La paghetta dei ragazzi e delle ragazze è un tema controverso, e sotto vari aspetti. Spesso è un’espressione che accomuna fenomeni molto diversi tra di loro. In senso stretto, la paghetta è una somma di denaro – settimanale o mensile – che i genitori consegnano a un figlio/a che non ha un reddito proprio, perché lo usi per le sue spese ordinarie. In genere, la paghetta si riferisce a ragazzi/e adolescenti o pre-adolescenti, non a bambini e non a studenti universitari. Una seconda confusione riguarda poi l’accomunare la paghetta e l’incentivo monetario nei vari «lavoretti» dei figli. Perché dare un tot di euro alla settimana come paghetta è diverso dalla creazione di una sorta di mercato familiare dove i vari servizi domestici sono associati a un prezzo: 3 euro per sparecchiare, 4 per lavare i piatti, ecc... I due strumenti – paghetta e incentivo – possono coesistere in famiglia, ma l’uno può sussistere anche senza l’altra, e viceversa.

Oggi dovremmo prendere la parte ancora viva del cristianesimo e inculturarlo nel nostro tempo post-cristiano, che non capisce più i linguaggi della fede, ma che li capirebbe con una adeguata operazione culturale e narrativa.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 03/03/2023

La cristianità, cioè la civiltà cristiana, non è nata solo dal Vangelo. È stata il risultato di una ibridazione tra vangeli, Bibbia, cultura greco-romana, civiltà italiche ed europee, e poi longobarda, nordica, slava, bizantina, araba. L’Europa cristiana è il frutto di questo meticciato, molto più ricco e variegato delle sole teologia o fede cristiana. La pietà popolare è un intreccio di molti fedi e tradizioni, le processioni hanno progressivamente preso il posto delle processioni pagane dedicate agli dèi dei campi e della natura. La grande maggioranza di italiani ed europei pre-moderni non aveva alcuna idea di che cosa fosse la Trinità, della differenza tra Gesù e Dio Padre, di quella tra Gesù, la Madonna e i santi: erano tutte divinità da cui, credeva, dipendesse la vita. Nelle loro feste gli antichi europei e italiani continuavano a cantare le solite canzoni dietro baldacchini che avevano solo cambiato la statua trasportata, e a volte neanche questa.

Come insegnare l'uso corretto del denaro ai figli? Ecco quattro regole che potrebbero risultare utili in famiglia...

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 04/12/2022

L’uso del denaro all’interno delle relazioni primarie è sempre molto delicato, soprattutto in famiglia, dove nel gioco monetario entrano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti. Potrebbe essere utile seguire quattro regole, suffragate dalle ricerche della scienza economica e dalla pratica.

25–30 mai 2026
Argentine

Un chemin
de régénération.

Image

aller à L'ARCHIVE

Langue: FRANÇAIS

Filtrer par Catégories

Nous suivre:

TELECHARGER LES DOCUMENTS

TELECHARGER LES DOCUMENTS

Les bandes dessinées de Formy!

Le Cube de l’entreprise

Le Cube de l’entreprise

La dernière révolution pour les petites Entreprises. Pliez-le ! Lancez-le ! Lisez-le ! Vivez-le ! Partagez-le ! Faites-en l'expérience !

Le Cube de l'entreprise en français!
Télécharger l'APP pour Android!

Qui est en ligne

Nous avons 1194 invités et aucun membre en ligne

© 2008 - 2026 Economia di Comunione (EdC) - Movimento dei Focolari
creative commons Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons . Progetto grafico: Marco Riccardi - info@marcoriccardi.it

Please publish modules in offcanvas position.