L'anima e la cetra

L’anima e la cetra/2 - I miti conoscono i limiti, e questo tempo tremendo diventa la loro eredità.

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 05/04/2020

"C’è qualcosa di grandioso nel vivere nella speranza, ma allo stesso tempo c’è in esso qualcosa di profondamente irreale. Diminuisce il valore specifico dell’individuo, che non può mai realizzarsi pienamente, perché l’incompletezza segna le sue imprese".

Gershom Scholem L’idea messianica nell’ebraismo

Il salmo 2 ci porta dentro il grande tema biblico dell’attesa del Messia, e quindi nell’importanza della speranza nei tempi della crisi e della mansuetudine per attraversarla con fortezza.

 «Perché le genti sono in tumulto e i popoli cospirano invano?». Con questa domanda inizia il Salmo 2. Una domanda tremenda che i profeti e i sapienti ripetono da millenni: perché nonostante la vocazione alla pace e al benessere iscritta nel cuore di ogni persona e delle comunità, gli uomini continuano a esercitarsi nell’arte della guerra, a seminare e coltivare discordia e inimicizia? Le civiltà restano vive finché non si stancano di ripetere questa domanda. 

L’anima e la cetra/14 - Sapersi <rannicchiare> in Dio come suoi figli, capire la vera benedizione

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 28/06/2020

"Ogni parola è parola parlata. Originariamente il libro sta solo al suo servizio, al servizio della parola fatta suono, cantata, pronunciata."

Franz Rosenzweig, La scrittura e la parola

La Sapienza, ci rende chiaro il Salmo 37, è l’apprendimento della postura umana con la quale guardare la giustizia e l’ingiustizia, per imparare la mitezza.

«Per i seguaci di storture, non t’inquietare, i fabbricanti di falsità non invidiare... Se in qualcuno vedi la via storta riuscire, non t’indignare» (Salmo 37,1-7). Siamo dentro uno scenario di tentazione. Quella dei giusti, poveri a causa della loro giustizia, circondati da empi che invece ottengono successo e ricchezza. Un tema classico della letteratura biblica sapienziale, al centro della Bibbia, della storia, della vita. Sono le domande di Giobbe, di Qoelet, le domande dei poveri e delle vittime, sono le nostre domande. È sempre stato molto difficile, a volte troppo, perseverare in una vita che pensiamo essere giusta quando i nostri guai aumentano e la prosperità di coloro che crediamo essere iniqui cresce. Qualche volta ci sbagliamo, ci crediamo più giusti di quanto siamo realmente. Altre volte invece non ci sbagliamo, chi "sbaglia" è semplicemente la vita; chi sbaglia, iniziamo a pensare, è Dio. 

L’anima e la cetra/30 - La libertà vera è dalla miseria, non dalla «perfetta letizia» della povertà

 di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 25/10/2020

"I giusti, nei quali il Signore ha creato il disperato bisogno della gioia, avranno la gioia."

Sergio Quinzio, Un commento alla Bibbia

C’è una gioia diversa che può nascere solo da una certa povertà. I salmi e i profeti lo sanno bene, e la liturgia ce lo ricorda ogni giorno.

La gioia non è soltanto un bisogno disperato di ogni essere umano, è anche un diritto. Un diritto alla gioia che non è scritto in nessuna Carta costituzionale ma nell’anima delle persone e dei popoli. Un diritto fondamentale che va difeso soprattutto durante i tempi delle grandi crisi, quando è minacciato fino a negarlo. Ogni impero, non solo quello egiziano al tempo di Mosè, cerca di negare il diritto alla festa dei suoi sudditi, perché troppo forte è la tentazione di negare il diritto alla gioia per uccidere la speranza in un altro futuro: non ci riesce mai del tutto, ma ci prova sempre e tenacemente. Ma esiste anche un dovere alla gioia, ed è un dovere essenziale. Perché quando in una comunità o in una società sparisce la gioia, con essa sparisce la speranza e la fede nella vita. C’è, qualche volta, più agape nel custodire l’ultima gioia che nell’amare il dolore, perché una gioia custodita dall’avanzare della tristezza degli anni e degli eventi è un bene collettivo, è una benedizione per tutti, è l’annuncio tenace che siamo più grandi del nostro destino. 

L’anima e la cetra/4 - Capire il peso di Dio e la gloria dell’uomo

di Luigino Bruni

 Pubblicato su Avvenire 19/04/2020

Chiuso
fra cose mortali
(anche il cielo
stellato finirà)
perché bramo Dio?

Giuseppe Ungaretti,Dannazione

La preghiera è una dimensione essenziale e universale della vita umana. Il salmo quattro ce la rivela, e ci offre il senso di una grande speranza in questi tempi difficili.

«Al mio grido sei tu, mio Dio, la risposta che salva! Dagli spazi ristretti portami in spazi liberi; pietà di me, ascolta la mia preghiera» (Salmo 4,2). Dagli spazi ristretti salvami o Dio. Le parole si imparano una alla volta. Nei nostri spazi divenuti improvvisamente ristretti in tempo di pandemia, possiamo capire la metafora con cui inizia il Salmo 4. Forse solo chi è abituato agli orizzonti liberi e si ritrova nell’angustia forzata scopre il valore infinito degli «interminati spazi». 

L’anima e la cetra/10 - L’uomo e la donna hanno qualcosa che Dio non ha: parole senza verità

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 31/05/2020

"Tyr ha perduto la sua mano destra nel corso di un giuramento, quello menzognero prestato ad un lupo per persuaderlo a farsi legare. A Roma la mutilazione di Scevola è spiegabile in relazione alla mutilazione di Tyr"

D. Briquel, Sul buon uso del comparativismo europeo in materia di religione romana.

La sincerità è un tratto tipico del repertorio umano, che cresce insieme al dolore per le bugie e le menzogne. Oggi più che mai ci serve la vera forza di una nuova sincerità.

L’uomo è l’unico essere capace di menzogna. Né gli animali né Dio possono mentire, se si eccettuano le piccole bugie dette (forse) da alcune scimmie. La sincerità di un cane ci attrae e seduce perché sappiamo che non è come la nostra. Perché sappiamo che gli effetti delle nostre parole e gesti dipendono radicalmente da qualcosa di tipicamente umano: la verità. La possibilità di parole senza verità è qualcosa di talmente umano che non la possiede neanche Dio. È questo uno dei paradossi dell’umanesimo biblico (e in genere di molte religioni): la menzogna è qualcosa che l’uomo possiede e Dio no. Un "di meno" che diventa una specie di "di più". L’uomo, in tutto inferiore agli Elohim, può diventare loro "superiore" nelle sue cose più basse – menzogna, cattiveria, male. Dio non sa mentire, l’uomo e la donna sì. Sta anche qui la forza seducente del peccato: non pecchiamo solo "per essere immortali come Elohim", come disse il serpente alla donna; pecchiamo anche perché siamo attratti e illusi dal poter essere più di Dio, facendo qualcosa che Lui non può fare, perché se lo facesse sarebbe Dio a diventare come noi. Questo bizzarro primato antropologico contiene allora anche una dimensione di bellezza: la possibilità della menzogna dona alla sincerità umana una dignità altissima. Ci ha fatto "poco meno di sé" (Salmo 8), e nella sincerità ci ha fatto, paradossalmente, "più di sé". 

L'anima e la cetra / 24 - Ogni essere umano è non simulacro di Dio, ma scintilla del suo mistero

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 13/09/2020

La domanda come io sia pervenuto a una materia così arcaica non ha ancora trovato risposta. Vi influirono circostanze varie, connesse con gli anni, con l’età. Ripeness is all. Come uomo e come artista io dovevo in qualche modo trovarmi in uno stato di "ricettività" 

Thomas Mann, Appendice a Giuseppe e i suoi fratelli

Nel divieto di farsi immagini di Dio si nascondono temi di grande significato umano e religioso. Il Salmo 115 ce ne svela alcuni.

L’anima e la cetra/7 - La nostra umana somiglianza con Dio tra un "veramente" e un "eppure"

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenireil 10/05/2020

"E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito Seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?"

Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

L’antropologia biblica è un bene comune globale dell’umanità. Anche il Salmo 8 ce la ricorda, continuandoci ancora a stupire per la sua straordinaria bellezza profetica.

Alcune persone ricordano per tutta la vita il giorno in cui hanno visto per la prima volta il cielo stellato. Lo avevano "visto" altre volte, ma in una benedetta notte è successo qualcosa di speciale e lo hanno visto veramente. Hanno fatto l’esperienza metafisica dell’immensità e, simultaneamente, hanno avvertito tutta la propria piccolezza e fragilità. Si sono, ci siamo, visti infinitamente piccoli. E lì, sotto il firmamento, sono fiorite domande diverse, quelle che quando arrivano segnano una tappa nuova e decisiva della vita: dove sono e cosa sono i miei affari? e i miei problemi? cosa è la mia vita? cosa i miei amori, i miei dolori? E poi è arrivata la domanda più difficile: e io, che sono? È il giorno tremendo e bellissimo; per alcuni segna l’inizio della domanda religiosa, per altri la fine della prima fede e l’inizio dell’ateismo – per poi scoprire, ma solo alla fine, che le due esperienze erano simili, che magari c’era molto mistero nella risposta atea e molta illusione in quella religiosa, ma lì non potevamo saperlo. Non tutti fanno questa esperienza, ma se la desideriamo possiamo provare a uscire di casa in queste notti fatte più calme e nitide dai mesi sabbatici, cercare le stelle, fare silenzio, attendere le domande – che, mi hanno detto, qualche volta arrivano. 

L’anima e la cetra/28 - Dalla nostra intimità abitata impariamo che l’universo intero è abitato da Dio

di Luigino Bruni

Pubblicato su Avvenire il 11/10/2020

"Se c’è un Altro, chiunque esso sia, ovunque sia, e quali che siano i suoi rapporti con me, anche se non agisce su di me in altro modo che con la semplice comparsa del suo essere, io ho un di fuori, una natura; il mio peccato originale è l’esistenza dell’altro".

Jean Paul Sartre,L’essere e il nulla

Il Salmo 139 è un grande messaggio poetico sull’essenza della fede e sul mistero della persona, che mentre si scopre guardata comprende una bellezza più profonda e più grande.

Nell’anima c’è un luogo segreto e profondissimo dove abita una sottile e delicata malinconia. È quella che affiora quando ci accorgiamo che anche la comunione con chi ci ama si arresta sull’uscio di una intimità segreta, quella dove si trova la parte più bella e vera di noi. Sappiamo che i nostri amici, i genitori, la moglie, i figli, ci vogliono davvero bene e ci conoscono davvero, ma la conoscenza amorosa che hanno di noi non riesce a raggiungere la cella vinaria del nostro cuore. Solo se arrivassero lì ci conoscerebbero veramente, perché vedrebbero una bellezza sconosciuta, se qualcuno riuscisse a raggiungerci in quel fondo capirebbe che siamo migliori di come appariamo, che siamo più belli della persona che finora ha conosciuto. Se è vero che l’altro è «colui che mi guarda» (J. P. Sartre), è ancora più vero che l’altro non mi guarda mai abbastanza, non vede la parte migliore di me. Gli altri conoscono qualcosa, alcuni conoscono anche l’essenziale, ma l’essenziale non ci basta, in queste cose l’essenziale è troppo poco. 

Luigino Bruni legge il suo articolo: "E l'abbandonato svegliò Dio", a commento del Salmo 22, pubblicato su Avvenire il 14/06/2020 per la serie "L'anima e la cetra", a commento del libro dei Salmi

pubblicato sul canale Vimeo EdC il 15/06/2020

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