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Il Sole 24 ore online - 15/05/2013

Economia con l'anima di Luigino Bruni. A Tutta un'altra festa

di Anna Pozzi

pubblicato su Il Sole 24 ore.it il 15/04/2013

Economi con l anima rid-2Si può pensare e fare economia (ri)mettendo al centro l'uomo, l'ambiente, il lavoro? O recuperare temi come la cura e la festa, il dono e la comunità? O, ancora − e soprattutto − parlare di valori? Di «bene» e non solo di «beni»? Senza ingenuità o superficialità, si può. Anzi, si deve. Perché tutti questi temi non sono fuori dall'economia, ma ne sono parte integrante. Perlomeno se non si riduce l'economia a mercato, speculazione finanziaria, spread e Borse, interesse privato o evasione fiscale. Se economia non diventa meramente sinonimo di crisi e recessione, di corruzione e depressione.

 Si può se si recupera la dimensioni etica e morale che − insieme a quella economico-finanziaria − è una delle più colpite e danneggiate dall'attuale crisi. Ma senza la prospettiva del «bene comune» l'economia perde ogni orientamento e ogni direzione. E senza la dimensione di una reciprocità non mercantile o utilitaristica si perde ogni speranza. Eppure oggi, solo recuperando la speranza di un cambiamento − antropologico e culturale, oltre che economico, politico e sociale − si può pensare di ripartire per costruire il futuro.

Il professor Luigino Bruni, già fecondo esploratore dei temi dell'economia «civile», «sociale» e «di comunione», ci guida con questo libro − una selezione meditata dei suoi editoriali apparsi su Avvenire − attraverso i temi della crisi, per indicarci poi le parole della speranza e del cambiamento.

E lo fa non con statistiche, dati o percentuali (se non quelli strettamente necessari), ma attraverso percorsi di senso e significato, che recuperano la dimensione «umana» dell'economia. Il che non significa nascondere o mistificare i tempi difficili che stiamo attraversando. Ma significa provare a guardarli con occhi e occhiali − ovvero strumenti − diversi. E anche a raccontarli con categorie non scontate.

Certo, c'è la crisi. Ci sono le cattive pratiche e un modello di sviluppo non più sostenibile.

E c'è un senso di smarrimento profondo, individuale e collettivo. La fatica per la perdita di tanti posti di lavoro, che sono altrettante persone, visi, famiglie, sofferenze. Lo scoraggiamento di chi − e sono milioni di giovani – quella prospettiva di lavoro la vede come poco più di un miraggio.

C'è la vergogna e la responsabilità per l'abisso delle diseguaglianze, che non riguardano più solo il Nord e il Sud del mondo, ma che introducono fratture drammatiche nelle nostre stesse società, segnate da sperequazioni e ingiustizie, tra chi ha troppo e chi ha troppo poco.

E c'è il disagio della politica e lo squallido teatrino di molti suoi interpreti, mentre è proprio di politica che si avrebbe più bisogno in un mondo in cui c'è troppa (cattiva) economia.

E poi, però, ci sono anche le parole per credere e per crescere. Lavoro, innanzitutto. Quello che non dà solo da vivere, ma dà senso e direzione alla vita. Un modo nuovo – o forse antico, da riscoprire − di concepire l'imprenditoria, alimentata da ideali e visioni grandi almeno quanto i profitti. Il rispetto e la valorizzazione della terra e del territorio, e dunque di tutto ciò che ha a che fare con il cibo, le materie prime e l'energia. Il consolidamento di nuovi modelli di sviluppo e stili di vita. Solidarietà e servizio, gratuità e merito.

Ma anche «beni» e «bene». I primi troppo spesso ridotti a merce di consumo (comprese, a volte, le persone, meri corpi da vendere e comprare sul mercato del lavoro paraschiavistico o del sesso). E il «bene», che non può che essere innanzitutto relazionale. Fondato su una diversa gestione del tempo e dei legami. E fondativo della comunità, intesa come rete di prossimità e reciprocità, come antidoto alle troppe e troppo profonde solitudini di un mondo in cui si è smarrito il senso di appartenenza. Ma la comunità è anche un luogo privilegiato in cui possono nascere − e già ce ne sono molti − progetti etici, civili, politici e anche economici: nuove forme di finanza popolare o di impresa sociale, ad esempio, che valorizzano il territorio, la cultura, l'arte, quel patrimonio di bellezza tutto italiano, creando a loro volta valore (anche in termini economici).

E poi parole che a molti paiono strane o anacronistiche come «dono» e «perdono», «cura» e «festa», «umanità» e «dignità».

In una società dominata dal mercato e dal consumo, il dono rinvia al tema della gratuità, ma anche a quello del servizio e della cura, in contrapposizione con la logica utilitaristica del do ut des. È il «farsi prossimo»; il mettere in gioco la nostra umanità nell'incontro con l'umanità dell'altro; il prendersi cura e l'accettare di diventare responsabili della vita altrui; l'affidare la propria vita e il promuovere la buona convivenza.

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