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Dio sta accanto alle vittime

Più grandi della colpa/27 - Impariamo a trovare il Padre dove non dovrebbe essere

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 22/07/2018

Piu grandi della colpa 27«Più non ti prego, né se ancor tu l’opera partecipar volessi, io di buon grado t’accetterei: sii tu qual essere brami. Sepolcro io gli darò… E tu, se credi, disprezza pure ciò che i Numi pregiano»

Sofocle, Antigone

La storia che ci narrano i Libri di Samuele è un susseguirsi di omicidi, fratricidi, incesti, stupri, violenze efferate. YHWH, il protagonista di molte pagine bibliche, qui sembra starsene fuori dalla mischia, a osservare lo spettacolo di morte che gli uomini gli offrono. Eppure la Bibbia, in tutti i suoi libri, continua a parlarci di Dio, a contenere le sue parole e la sua parola. Ma dove? E come?.

Molti lettori, di ieri e di oggi, lo cercano e trovano nelle poche e intense preghiere di Davide, nelle sagge parole delle donne, nelle rapide apparizioni di profeti, e scartano tutte le altre parole scomode, scandalose, troppo umane per essere divine. Ma se guardiamo bene e diversamente ci potremmo accorgere che il Dio biblico si trova anche, e forse soprattutto, nella sua assenza e nel suo silenzio. Accanto a Tamar, sorella violentata e poi cacciata via, nel campo di battaglia a piangere con Davide per la morte di Gionata, nel bosco a consolare Assalonne impigliato tra gli alberi, nella via dolorosa, insieme al cireneo, sotto la croce del figlio. La Bibbia ci parla del suo Dio anche quando tace, quando non ne parla e non lo fa parlare. Come in ogni storia d’amore, dove le parole decisive sono quelle che non abbiamo mai detto perché erano diventate carne, e la carne è muta. Il Dio biblico non si lascia intrappolare dalle parole bibliche, parla tacendo, tace parlando, parla dove sembra tacere, tace dove dovrebbe parlare. E così si protegge dal nostro continuo e tenace tentativo di trasformarlo in idolo, o di idolatrare la Bibbia. Ma se impariamo a trovare Dio dove non dovrebbe esserci – nella Bibbia come nella vita – ci ritroveremo con molte più parole per provare a pregare Dio e parlare con gli uomini.

Assalonne è morto, ucciso dalle lance di Ioab mentre pendeva dall’albero. Ora Ioab deve dare la notizia a Davide, che gli aveva chiesto di trattare quel figlio “con riguardo”. La scelta del messaggero non è semplice. Alla fine Ioab invia un kuscita (18,19), un ambasciatore portante pena. Quando il re gli chiede: «Il ragazzo, Assalonne, sta bene?» (2 Samuele 18,32), il kuscita gli annuncia la tristissima notizia. Forte e piena di pathos è la reazione di Davide: «Il re cominciò a tremare e salì al piano superiore della porta della città, e scoppiò in lacrime e camminando gridava così: “Figlio mio, Assalonne, figlio mio figlio mio, Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio figlio mio”» (19,1). Alla Bibbia Davide è caro per molte cose, ma anche e forse soprattutto per il suo cuore capace di sentimenti genuini e veri, che sappiamo riconoscere e apprezzare perché sono troppo simili ai nostri. Aveva dovuto fare una guerra civile per respingere la congiura di Assalonne che si era proclamato re, ma il testo ci dice che non voleva la morte di quel giovane figlio. Davide si trova, di nuovo, dentro un conflitto tra due dimensioni fondative della sua vita. È dilaniato dalla tensione tra il re che deve respingere un nemico per salvare trono e regno, e il padre che non vorrebbe la morte del suo figlio, il più bello di tutti i figli del popolo (ogni figlio è per il genitore “il più bello di tutti”, perché senza questo sguardo generoso ed esagerato non sarebbe abbastanza bello per nessuno). Questi conflitti identitari che si svolgono all’interno della stessa persona sono quelli decisivi, e sono molto più concreti e reali dei conflitti identitari interpersonali, che invece la nostra cultura amplifica perché non sa riconoscere né, tantomeno, accudire i conflitti dentro le nostre anime.

Il testo biblico ci dice che all’inizio il padre prevale sul re, e nelle sue parole rileggiamo le tante parole simili di padri e madri di fronte alla morte del loro ragazzo. Per sette volte troviamo l’espressione “figlio mio”, un numero che dice un dolore infinito, perché infinito è il dolore per un figlio che non c’è più. Davide era un esperto uomo d’armi, conosceva molto bene il mestiere della guerra, e quindi quando lasciò Gerusalemme per prepararsi alla battaglia sapeva che la morte di Assalonne sarebbe stato l’esito più probabile. Eppure aveva cercato di cambiare quel destino, di forzare gli spietati codici di guerra, e così aveva chiesto un trattamento “di riguardo” per il suo ragazzo, pur conoscendo molto bene Ioab e le regole spietate del gioco della guerra. Per questo al messaggero come prima cosa chiede notizie sul suo ragazzo. Sapeva con quasi certezza quale sarebbe stata la tremenda risposta, ma lo stesso fa quella domanda, aggrappandosi al filo di speranza contenuto in quel quasi. Come noi, quando ci afferriamo al “quasi” di un referto medico, o al “quasi” con cui apriamo quell’ultima mail di risposta alla richiesta disperata di riprovare ancora un’ultima volta. Lo sappiamo, siamo quasi sicuri della cattiva notizia, ma facciamo di tutto per allungare la durata di quel quasi, per cercare di rubare alla morte qualche ora o qualche secondo. Poi, quando quel tempo della speranza disperata termina, ci rendiamo improvvisamente conto di aver solo coltivato un’illusione, perché la conclusione della storia era già iscritta in tanti fatti e azioni che conoscevamo, ma non potevamo non credere a quel quasi: «Allora fu riferito a Ioab: pensa, il re sta piangendo e si è imposto il lutto per Assalonne» (19,2).

Il lutto è stato per millenni uno dei più preziosi know-how che le culture avevano accumulato e custodito per evitare che insieme al defunto “morissero” mogli, mariti, genitori, sorelle. Il lutto è la trasformazione di un dolore insopportabile in un dolore possibile grazie alla creazione di beni relazionali. È quindi un’operazione squisitamente comunitaria, dove il mio dolore riesce a diventare veramente il nostro dolore. La compassione fa sì che il pianto di amici e parenti cui vogliamo bene non aumenti il nostro dolore ma lo riduca. Nel giro di un paio di generazioni, l’Occidente ha dimenticato l’arte millenaria comunitaria del lutto, e così siamo tornati infinitamente vulnerabili di fronte al dolore più grande, che ci uccide incontrastato nelle solitudini delle nostre case, dei telefonini, dei computer.

Il lutto di Davide si scontra presto con la ragion di Stato. Il suo pianto per Assalonne scoraggia e deprime l’esercito che era appena uscito vincitore dalla battaglia: «La salvezza di quel giorno divenne per tutte le truppe un lutto… E così sgusciarono via dalla città in silenzio, come entrano alla chetichella le truppe che si sono coperte di vergogna quando hanno abbandonato la battaglia fuggendo» (19,3-4). La pietas di Davide che da padre piange il figlio, entra in conflitto con il Davide re che ha il dovere di onorare e non umiliare le truppe, che si erano battute per lui. E mentre all’annuncio del messaggero il padre aveva prevalso sul re, ora la virtù pubblica del sovrano vince la virtù privata del padre. Le virtù non sono sempre allineate tra di loro, e spesso entrano in conflitto nelle zone liminari. Una “vittoria” ottenuta, ancora, grazie alla mano di Ioab: «Allora Ioab entrò dal re e gli disse: “Oggi hai insultato sulla faccia tutti i tuoi servi che proprio oggi hanno salvato la vita a te stesso, ai tuoi figli e alle tue figlie, alle tue mogli e alle tue concubine. Tu manifesti amore per coloro che ti odiano e odio per coloro che ti amano, perché tu oggi hai dichiarato apertamente che non t’importa nulla né dei comandanti né dei soldati. Perché oggi mi rendo conto che se solo Assalonne fosse vivo e noi tutti morti, questa sarebbe ai tuoi occhi la cosa giusta”» (17, 6-7). Ioab gli mostra con enorme forza un altro lato della realtà, durissimo, gli ricorda che la sua prima paternità è quella verso il popolo. Il re non è un uomo come tutti, è una personalità collettiva, un simbolo, il suo comportamento è sempre e inevitabilmente un messaggio immediato al popolo. Non può gestire i sentimenti come tutti gli altri esseri umani. Deve anteporre il bene comune al suo bene privato. Non sappiamo quanto a Ioab interessasse il bene del re e del popolo, o se in realtà gli interessava soprattutto o soltanto il bene del “comandante” Ioab. È certo comunque che il suo ragionamento ha una sua logica e una sua coerenza, le sole presenti e operanti nel mondo di Ioab e in quello del potere politico di ogni tempo.

Per questo Ioab può aggiungere: «Ma adesso ti devi alzare, uscire fuori, e parlare cortesemente con i tuoi servi. Perché lo giuro per il Signore: se non verrai fuori, neanche un solo uomo resterà qui questa notte, e questa sarà la peggiore di tutte le disgrazie che ti sono capitate da quando eri ragazzo fino ad oggi” (19,6-8). Ioab parla al suo re con una grande autorità, che Davide riconosce: «Allora il re si alzò e si mise a sedere all’interno della porta» (19,9a). Davide ascolta il suo generale, ma quella mancanza di “riguardo” per il giovane Assalonne non resta impunita. Nomina infatti Amasa, il comandante sconfitto delle truppe di Assalonne, come nuovo capo dell’esercito al posto di Ioab (19,14). Ioab non dice nulla ma, anche qui, agisce subito. E così, durante la guerra per sedare il tentativo di secessione delle tribù del Nord (Israele) guidato da Sheba (20,1), Ioab perpetra un altro dei suoi delitti. I due generali si incontrano, Ioab si avvicina a Amasa e gli dice: «“Come va fratello mio?”. E Ioab gli afferrò con la mano destra la barba per baciarlo. Ma Amasa non aveva fatto attenzione alle spada che Ioab stringeva con l’altra mano; con quella lo colpì nel basso ventre così da spargere le sue viscere per terra» (20,9-10). Ioab offre ad Amasa la mano destra disarmata e lo colpisce a tradimento con la sinistra. Poi lo abbandona mezzo morto lungo la strada, «coperto di sangue». Un uomo dell’esercito di Ioab «tolse Amasa dalla strada trascinandolo in un campo e vi gettò sopra una veste, perché chiunque passava in quel punto guardava e si fermava» (20,12).

Anche noi ci fermiamo e guardiamo quest’altra vittima abbandonata in quel campo senza sepoltura. Ma su quel sentiero di guerra si compie un’altra teofania. YHWH entra di nuovo in scena dentro l’omicidio di quest’uomo chiamato fratello e baciato, lasciato mezzo morto lungo la strada. Possiamo guardare quell’uomo insanguinato, continuare poi il cammino insieme all’esercito di Ioab, e così aggiungiamo il nostro denaro agli altri ventinove. Ma possiamo anche fermarci e aiutare YHWH a seppellire un altro uomo tradito da un bacio.

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