Vittorio Pelligra

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Vittorio Pelligra, PhD

Vittorio Pelligra, PhD

Department of Economics University of Cagliari
&
BERG - Behavioural Economics Research Group
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E ora investiamo nel nostro bene più prezioso, i bambini

I Commenti de "Il Sole 24 Ore" - Mind the Economy, la serie di articoli di Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore

di Vittorio Pelligra

pubblicato sul Sole 24 ore del 24/05/2020

Da dove ripartire? Questo interrogativo chiama una risposta urgente, ma ragionata e condivisa. Quali sono le priorità che vogliamo porci per i prossimi mesi e per i prossimi anni? Una volta affrontate le prime emergenze, la cura dei malati, il controllo dei contagi, la riapertura in sicurezza, questa fase di ripartenza può offrirci possibilità inedite, fino a pochi mesi fa, per progettare e cominciare a costruire il futuro. L'attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, ci consente una nuova flessibilità nelle azioni di politica economica, nella possibilità di fare debito e investimenti pubblici per cercare di dare ossigeno all'economia e riattivare il processo di crescita drammaticamente interrotto dalla pandemia.

Lo shock e il post-virus
Lo shock antropologico che abbiamo vissuto ci predispone naturalmente al cambiamento. La prospettiva peggiore che potremmo assumere, al riguardo, è quella di impegnarci a ricostruire il nostro sistema sociale ed economico sull'impianto di quello pre-virus. Non sarebbe una ripartenza, sarebbe un passo indietro. Davanti a uno schianto esogeno di tali proporzioni e ad un cambiamento delle condizioni esterne così evidente, chi non sceglie convintamente di andare avanti, non può che rimanere indietro. E non è esattamente di una regressione a modelli obsoleti ciò di cui, ora, più abbiamo bisogno. Ci si pone un'occasione unica per progettare il nostro futuro e per porre le basi di un processo che determinerà il futuro del nostro paese nei prossimi decenni.

L’importanza di una rete internazionale

Sapremo sfruttare appieno questa occasione? Dipende essenzialmente dalle priorità che sapremo darci, già ora, subito. Ci sono alcune scelte comuni che si pongono all'attenzione di tutti i paesi avanzati e che i commentatori internazionali stanno evidenziando in queste settimane. L'esperienza della pandemia ci ha fatto comprendere il ruolo cruciale del coordinamento internazionale. Problemi come quelli sanitari a livello globale, ma lo stesso vale per le sfide ambientali e quelle legate ai movimenti migratori, non si possono affrontare in assenza di uno stretto coordinamento tra paesi. Politiche coordinate, progettate e accompagnate da una solida leadership partecipata, rappresentano l'unica risposta efficace a problemi che hanno origine oltre le frontiere e ricadute interne. L'unica alternativa disponibile è la ricetta sovranista che ci condanna a risposte a base di muri sempre più alti, barriere doganali in entrata e, inevitabilmente, anche in uscita, una strategia di pura difesa, la fine degli assediati in una roccaforte pronta a capitolare sotto la pressione della storia. Strategie penose per il respiro corto e l'inefficacia.

Una nuova Italia?
Sul piano interno, la prospettiva di una profonda e duratura recessione potrà essere evitata se saremo capaci di intervenire prontamente ed efficacemente non solo nel tamponare le immediate e pur gravi emergenze, ma a pensare alla progettazione di un nuovo paese, migliore di quello che ci siamo lasciati alle spalle con l'avvio di questo cruciale 2020. Un anno cruciale, appunto che ci pone davanti ad un bivio: tornare indietro, ripristinare le condizioni pre-epidemia o imboccare un nuovo sentiero di cambiamento sostenuto e di innovazione radicale? Dovremmo iniziare a puntare sulle infrastrutture. Il nostro paese, dove crollano i ponti e si chiudono le gallerie, dove si rischia di morire per frane ed alluvioni o in edifici cadenti alla prima scossa di terremoto, ne ha estremo bisogno. Sono un pre-requisito per la ripartenza. Abbiamo la possibilità di finanziare un grande piano di ammodernamento che avrebbe, nel lungo periodo, un moltiplicatore estremamente elevato. Soldi ben spesi, dunque. C'è il tema dell'università e della ricerca scientifica. La spinta alla crescita economica, e non da oggi, viene prevalentemente dall'innovazione tecnologica e dalla ricerca.

Ricerca universitaria e sviluppo
Abbiamo pochissimi laureati, pochissimi dottorati, bassissimi investimenti pubblici in ricerca e sviluppo. Probabilmente è giunto il momento che, dopo anni di blocchi e disinvestimenti, lo Stato si faccia coraggioso e investa massicciamente in futuro. Ne gioverebbe la nostra capacità di affrontare da un punto di vista medico e biologico futuri shock, la nostra capacità di anticipare e gestire radicali cambiamenti sociali già in atto e di traghettare fasce sempre più ampie della popolazione verso le professioni dei prossimi decenni.

Migrazioni, globalizzazione, Europa
Una terza priorità riguarda il tema delle frontiere, degli scambi commerciali e dei movimenti migratori. La tentazione alla quale occorre resistere con tutte le forze è quella di rispondere ad una minaccia come quella pandemica con un attacco a nemici costruiti ad arte: i cinesi che mangiano i topi crudi – che tutti abbiamo visto – o che fabbricano virus in laboratorio, o tutti quegli altri che ci rubano il lavoro e, in più, portano le malattie. La globalizzazione non è solo delocalizzazione. Questo dipende da come i nostri imprenditori la interpretano.

La globalizzazione e lo sviluppo del commercio internazionale hanno ridotto il numero di coloro che vivono in condizioni di estrema povertà da due miliardi a seicentocinquanta milioni in meno di quarant'anni. Moltissimo c'è ancora da fare, ma molto è stato fatto, tenendo conto del fatto che l'aumento del tenore di vita ha avuto ripercussioni positive sulla salute e sul livello di istruzione di una moltitudine di persone. Lo stesso processo di apertura dei commerci e delle frontiere ha ridotto di dieci volte il numero di conflitti militari tra stati nel periodo 1950-2000, rispetto agli anni 1820-1949. Legami commerciali più solidi hanno eliminato gli incentivi ad un attacco militare e accresciuto quelli orientati ad una protezione reciproca (Jackson, M.O., Nei, S., 2015. Networks of military alliances, wars, and international trade. PNAS 112 (50), pp. 15277-15284). In questo senso è indispensabile che l'Europa si presenti sui mercati internazionali come un'entità coesa e credibile, unitaria e omogenea. Ogni tentativo di delegittimarne il ruolo o la sua stessa esistenza, rappresenta un pericoloso passo indietro ed un affronto alla nostra storia.

I bambini, la nostra cruciale infrastruttura
Una quarta priorità riguarda la rete di protezione sociale. Un'architettura di welfare moderna che veda la spesa pubblica come investimento in inclusione, sicurezza, capacitazione, piuttosto che, come ancora troppo spesso avviene, un costo netto per finanziare degradante assistenzialismo e controllo sociale.

Ma la priorità prima alla quale dovremmo dedicare il massimo degli sforzi e delle risorse è un'altra, riguarda il futuro stesso. Sono i bambini, i giovani e le loro famiglie, il loro benessere la loro educazione, la formazione delle loro capacità di viaggiare il mondo e la storia. Sono loro la nostra infrastruttura più importante.

Lo studio dell'Università di Harvard
Uno studio appena pubblicato dall'Opportunity Insights Team dell'Università di Harvard, ha preso in considerazione e analizzato a fondo 133 diverse politiche pubbliche, attuate negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Interventi in ambito educativo, fiscale, occupazionale e sanitario. Lo studio stima il cosiddetto “Marginal Value of Public Funds” di ognuna di queste misure, il rapporto, cioè, tra i vantaggi per i beneficiari e il costo per il governo.

Quando questo parametro è molto alto (al limite infinito) vuol dire che nel lungo periodo i benefici superano i costi, cioè, che gli investimenti si ripagano da soli. Uno dei risultati più interessanti che emerge dall'analisi di questi dati è che le politiche più efficaci risultano essere quelle rivolte ai beneficiari più giovani: i bambini, i ragazzi e le famiglie con figli piccoli (Hendren, N., Sprung-Keyser, B., 2020. “A Unified Welfare Analysis of Government Policies”, Opportunity Insights Team, Harvard University). Gli interventi per combattere il disagio, l'isolamento sociale, la ghettizzazione, la mancanza di occasioni di socializzazione e la povertà educativa dei giovani e delle loro famiglie hanno un effetto diretto sul cosiddetto capitale umano non-cognitivo.

Il capitale non-cognitivo
Mentre il capitale umano cognitivo è dato dalle competenze e dalle conoscenze che si possono acquisire durante un percorso scolastico, il capitale non-cognitivo ha a che fare con il “carattere”, con la perseveranza, la capacità di pianificazione, la determinazione a resistere alle gratificazioni immediate e con la capacità di auto-controllo. Questi sono quei fattori che ci servono ad imparare. A parità di percorso scolastico, infatti, una dotazione più elevata di capitale umano non-cognitivo, porta a risultati migliori.

La questione cruciale diventa, allora, come e soprattutto quando si acquisisce tale capitale. Si acquisisce attraverso la socializzazione, la possibilità di esercitare autocontrollo e di “formarsi il carattere”, si sarebbe detto un tempo. Ma la vera questione è il quando. Tutti gli studi concordano nel sostenere che buona parte di queste capacità si sviluppano molto precocemente, nei primi anni di età, prima di entrare a scuola. Questo significa che, in presenza di dotazioni differenti di capitale umano non-cognitivo, la scuola non fa altro che esacerbare le differenze rispetto alle condizioni di partenza: i fortunati diventano sempre più bravi, gli sfortunati, quelli che si portano dietro la zavorra dello svantaggio iniziale, invece perdono sempre più terreno.

Cosa deve fare la scuola
E’ esattamente il contrario di ciò che la scuola dovrebbe fare. La diseguaglianza nelle condizioni di partenza, infatti, genera la polarizzazione della nostra società, sentieri di crescita e sviluppo differenti, esiti ingiusti. C'è un dato illuminante a riguardo che deve farci riflettere. Nel nostro Paese, in questi ultimi anni, è aumentato sia il numero dei ragazzi e delle ragazze che riescono ad ottenere un titolo di studio universitario, ma anche, allo stesso tempo, il numero dei NEET (Nor in Employment, Education or Training), di coloro, cioè, che non lavorano, non studiano, né si addestrano in altri modi per entrare nel mercato del lavoro. Sono gli inattivi totali, gli scoraggiati, quelli che pur non lavorando, non si attivano per aumentare le loro probabilità di un inserimento nel mondo del lavoro.

Sfatare un luogo comune: chi studia guadagna
Questo fotografa una realtà anomala perché, contrariamente a quanto si pensa generalmente, in questi anni il salario reale dei laureati è cresciuto relativamente a quello dei diplomati e a sua volta questo è cresciuto rispetto a quello dei “dispersi”. Studiare, formarsi, accumulare capitale umano, non solo fa aumentare la probabilità di trovare un lavoro, ma, in media, conduce anche a un salario più elevato. Quindi, da una parte, l'incentivo a studiare aumenta, ma al contempo aumenta anche il numero di coloro che rinunciano ad ogni tipo di formazione. Si produce in questo modo una forte polarizzazione tra coloro che riescono ad arrivare ai gradi più alti dell'istruzione e coloro che, al contrario, vi rinunciano precocemente e definitivamente.

Qui entra in gioco il tema delle pari opportunità e in particolare delle opportunità che derivano dal nascere in contesti familiari differenti. La causa remota, infatti, della polarizzazione che osserviamo nel processo di formazione del capitale umano e poi sul mercato del lavoro e nella società in generale, trova origine in gran parte in un altro tipo di polarizzazione, e cioè, quella tra famiglie benestanti e famiglie svantaggiate. Dato, infatti, che gran parte delle abilità non-cognitive, che influenzeranno gli esiti educativi e occupazionali dei giovani nel resto della loro vita, vengono acquisite prima dell'entrata alla scuola elementare, o negli anni immediatamente successivi, ciò che determina i differenti livelli di accumulazione delle stesse, dipende dalla qualità dell'ambiente familiare, molto più che dalla qualità del percorso formativo che interviene negli anni dell'adolescenza. Un vantaggio o uno svantaggio in questi anni precoci, avrà affetti cumulativi e concorrerà ad aumentare il gap tra i giovani in termini di titolo di studio, possibilità occupazionali, reddito atteso, comportamenti devianti.

Eliminare le disesguaglianze alla nascita
Come hanno dimostrato gli studi di James Heckman, l'economista premio Nobel, che più di tutti ha approfondito la questione, l'accumulazione di capitale umano, indispensabile per la crescita di una comunità e di un sistema socio-economico in generale, è un processo caratterizzato da complementarietà dinamica. Ciò significa che le abilità acquisite in una data fase influenzano sia le condizioni iniziali, che il processo di apprendimento nella fase successiva. Le condizioni iniziali quindi hanno un ruolo cruciale nel determinare la qualità dell'esito del processo formativo. Per questo è quasi ovvio affermare che uno dei fattori principali che rendono una scuola “di successo”, è la “qualità” delle famiglie d'origine dei suoi studenti. Del resto, come si può negare che la scuola lavori col “prodotto” che le famiglie le consegnano? Da ciò consegue, e non è una conseguenza di poco conto, che le condizioni della famiglia di nascita, attraverso l'influenza che essa ha sulle precondizioni del processo formativo scolastico, rappresentano la determinante principale della disuguaglianza sociale che oggi patiamo e che ancor più patiranno i bambini e le bambine di oggi, a decenni di distanza dalla loro nascita. La migliore evidenza a nostra disposizione mostra che la “fioritura” della vita dipende da una combinazione complessa di abilità cognitive e non-cognitive. Le abilità cognitive sono quelle che abitualmente vengono misurate dai test standardizzati: capacità logiche, comprensione di un testo, competenze matematiche, etc. Le capacità non-cognitive invece, vanno a formare ciò che comunemente indichiamo con la parola “carattere”: motivazione e determinazione, autocontrollo e pazienza, risolutezza e capacità di pianificazione nel lungo periodo; regolazione socio-emozionale e capacità relazionali. Le analisi più recenti mostrano come la qualità dell'ambiente familiare, negli anni precedenti all'ingresso a scuola, spieghi in maniera precisa quelli che saranno il titolo di studio, l'occupazione, il salario atteso, la probabilità di comportamenti a rischio, gravidanze precoci e attività criminali, dei bambini e delle bambine uscite da quelle famiglie, e questo a parità sia di reddito che di percorso formativo. L'aveva intuito già il grande economista inglese Alfred Marshall, che nel 1890 notava come “Il capitale di maggior valore è quello investito nell'essere umano e la parte più preziosa di questo investimento è la cura e l'influenza della madre e della famiglia”. La complementarietà dinamica che caratterizza il processo di produzione delle conoscenze, in virtù della quale abilità produce abilità e fallimenti determinano fallimenti, ha un legame molto importante con l'andamento del rendimento degli investimenti in capitale umano e l'età dei soggetti cui tali investimenti sono destinati. Tanto più questo investimento è precoce, tanto maggiore sarà il suo rendimento. Tanto prima s'interviene nel compensare la carenza di opportunità formative nei bambini e delle loro famiglie, tanto maggiori saranno le probabilità di raggiungere livelli adeguati di competenze cognitive e non-cognitive; probabilità che con il passare del tempo diminuiscono sempre più velocemente.

Il messaggio da Harvard
Non cogliere l'importanza che i primissimi anni di vita familiare dei bambini rivestiranno per tutto l'arco della loro vita futura, porta alla riproduzione di uno schema di polarizzazione sociale, tanto ingiusto quanto ineludibile. La scuola interviene, generalmente, quando ormai è già troppo tardi per recuperare svantaggi che si sono originati in età precocissima. Questa è una delle ragioni, forse la principale, per cui gli interventi di recupero si rivelano spesso inefficaci e tremendamente costosi. Prima è meglio è. Questo è esattamente il messaggio che arriva dallo studio di Harvard.

Le politiche pro bambini portano i rendimenti maggiori
Le politiche pubbliche rivolte ai più piccoli e alle loro famiglie sono quelle che mostrano, nel tempo, il rendimento maggiore. Sia perché più è precoce l'intervento, maggiore sarà il numero di anni per i quali la politica dispiegherà i suoi effetti benefici, ma soprattutto perché il capitale umano non-cognitivo innesca complementarietà strategiche che rendono più efficaci gli altri processi educativi. Imparare ad imparare, è questa la chiave. Migliori capacità linguistiche e funzioni esecutive più sviluppate aiuteranno i bambini ad imparare meglio e ad ottenere risultati migliori per tutto il resto della loro vita. Questo ha un effetto sulla disuguaglianza, sulla mobilità sociale, sulla qualità della cittadinanza e su tutto il sistema economico, produttivo e sociale, nel suo complesso.

Drenare risorse dai giovani e dalle loro famiglie per destinarle a provvedimenti inefficaci e dispendiosissimi – vi ricordate quota cento e il reddito di cittadinanza? - è una forma, consapevole, lenta ma inesorabile di suicidio sociale. La nostra struttura demografica e gli equilibri di potere che essa determina, non possono nascondere l'evidenza di questo dato. Si può andare alla ricerca del consenso a breve termine dell'elettore mediano, sempre più anziano, ma non si può nascondere che questo genererà crescenti disuguaglianze e inefficienze, e favorirà arretratezza e ingiustizie. Se vogliamo far sì che ogni euro investito nella ripartenza e nella ricostruzione del nostro sistema economico abbia il rendimento maggiore in assoluto, dovremmo impiegarlo così, a favore dei bambini più in difficoltà, dei ragazzi e delle loro famiglie. Non possono essere investimenti residuali, perché il loro impatto sarà infinitamente maggiore di qualunque altro investimento pubblico. In questa fase di ripartenza e di ricostruzione sarebbe opportuno tenerne conto.

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