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Dalla spagnola al coronavirus, la lezione delle emergenze: nessuno è lontano

I Commenti de "Il Sole 24 Ore" - Mind the Economy, la serie di articoli di Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore

di Vittorio Pelligra

pubblicato sul Sole 24 ore del 09/03/2020

Gli elementi che trasformarono l’influenza spagnola, tra il 1918 e il 1920, in una catastrofe pandemica, che portò al contagio di cinquecento milioni di persone, furono certamente straordinari: la concomitanza con la fine della Prima guerra mondiale durante la quale milioni di persone vissero ammassate in trincee anguste in condizioni igieniche precarie e il successivo movimento di massa che vide le truppe tornare a casa dopo la fine del conflitto. Milioni di persone che si muovevano contemporaneamente da una nazione all’altra, da un continente all’altro, costituirono il veicolo ideale di diffusione per il virus. Un evento raro ed eccezionale, allora, lo spostamento di tante persone.

Piccolo mondo interconnesso
Oggi le cose sono molto diverse, radicalmente diverse. Se qualcosa ci sta insegnando questa vicenda di Covid-19 è quanto il mondo di oggi sia interconnesso e piccolo, quanto le frontiere siano una costruzione delle nostre menti e delle nostre ideologie, quanto la relazione con gli altri, dentro e fuori dai nostri confini, implichi vulnerabilità e inevitabile dipendenza. La diffusione dei virus, come un mezzo di contrasto radioattivo, sta rendendo visibili connessioni che fino a ieri risultavano invisibili, ma non per questo meno concrete e reali. Si capisce dunque, perché, per dare tempo alla scienza e non mandare in stallo i sistemi sanitari, occorra allungare la distanza sociale, limitare gli scambi, contenere i contatti e, per quanto possibile, attenuare l’intensità delle relazioni. Sono questi legami di interdipendenza che ci rendono fragili in casi di emergenza come quello che stiamo vivendo ora, ma che, allo stesso tempo, in condizioni normali, costituiscono l’infrastruttura immateriale necessaria ai processi di sviluppo sociale ed economico. Connessioni invisibili ma non per questo meno concrete; sono lì a unirci tutti anche se non le vediamo e non ne siamo consapevoli.

La lezione di «Catene»
Nel 1929 lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy pubblica un breve racconto intitolato Catene. Vi si indaga con gli strumenti della finzione letteraria il concetto di «connessione». Uno dei personaggi, intento a dimostrare quanto fosse diventato piccolo il mondo di allora, ipotizza la possibilità di unire due individui sconosciuti, selezionati a caso tra il miliardo e mezzo di abitanti che popolavano in quel tempo la Terra, attraverso una catena di conoscenti, in meno di cinque passaggi. Tra due sconosciuti qualunque ci sono certamente quattro persone che, conoscendosi a due a due, siano in grado di connetterli indirettamente. La cosa sembrava strana all’epoca. Ma ancora più strano e apparentemente impossibile è sostenere che ogni persona al Mondo sia connessa con ogni altra persona attraverso una simile catena di relazioni.

L’esperimento di Milgram
Quanto davvero è piccolo il nostro mondo? Il più famoso, anche se non il primo, tentativo di dare una risposta scientifica a questa domanda è lo studio che lo psicologo sociale Stanley Milgram – più volte apparso nei nostri appuntamenti domenicali – intraprese nel 1967. Milgram era interessato a misurare la distanza media tra due nodi, presi a caso, all’interno della rete di relazioni che avvolge ogni essere umano sulla Terra. Per questo inviò 296 lettere a ignari destinatari in due cittadine del Kansas e del Nebraska. Nelle lettere vi erano le istruzioni dell’esperimento: la lettera doveva arrivare a una persona di Boston nel Massachusetts. Per questo ogni destinatario avrebbe dovuto inoltrarla, a sua volta, a una persona che conosceva bene e che era convinto potesse, a sua volta, mandarla a un altro suo conoscente, in modo che dopo un certo numero di passaggi la lettera arrivasse sana e salva a Boston.

Sei gradi di separazione
Nel plico vi era anche un registro dove ogni destinatario doveva segnare il suo nome e indirizzo, per lasciar traccia del passaggio. Immaginate di ricevere una simile lettera. Che fareste? Molti la cestinarono immediatamente, come i più «maturi» tra noi avranno fatto, decine di volte nel passato, con le catene di Sant’Antonio che giravano quando eravamo giovani. Alcuni però stettero al gioco e si presero la briga di inoltrare la lettera di Milgram. Delle 296 spedite, 64 arrivarono regolarmente a destinazione. Il numero medio di passaggi che dovettero fare per arrivare allo sconosciuto di Boston risultò essere tra cinque e mezzo e sei; mai superiore a sei. Benché Milgram non abbia mai usato l’espressione «sei gradi di separazione», la sua origine è da ricercarsi in questi studi. Molti anni dopo l’idea si diffuse soprattutto grazie alla commedia teatrale di John Guare, Six degrees of separation, che debuttò al Lincoln Center Theater di New York nel 1990 e, forse ancora di più, a causa della sfida, a metà tra gioco ed esperimento sociale, lanciata quattro anni dopo da alcuni studenti dell’Albright College di Reading, Pennsylvania. Qual è il livello di prossimità di ogni attore del presente e del passato, vivo o morto, con Kevin Bacon? Si chiesero i quattro. Se un attore ha lavorato in un film con Kevin Bacon, allora avrà un numero pari a uno; se ha lavorato con un attore che, a sua volta, ha lavorato con Bacon, allora avrà un «numero di Bacon» pari a due, e così via. Si scoprì che in numeri di Bacon, in media, sono incredibilmente piccoli: 2,95. Il più alto in assoluto è 7, ed appartiene a William Rufus Shafter, un generale texano che recitò in due film nel 1898 (!).

La forza della connessione
Siamo connessi, è fuor di dubbio. E questa è la nostra forza, come comunità globale, sociale, economica e anche politica. Un livello di interdipendenza ormai elevatissimo. Così elevato che basta un niente perché certe prospettive si invertano, letteralmente, nel giro di pochi giorni. Fino a ieri dilagava, alimentata ad arte, la diffidenza verso quei migranti che sui barconi ci portavano scabbia e chissà quali altre terribili piaghe; oggi Israele, Capo Verde, Giamaica, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, El Salvador, Fiji, Iraq, Kuwait, Libano, Madagascar, Mauritius, Angola, Seychelles e Turkmenistan, e la lista è in continuo aggiornamento, hanno chiuso le frontiere ai visitatori provenienti dall’Italia. Giusto per fare un esempio.

L’effetto dei pari
Questo livello di connessione ha anche altre conseguenze; tra queste, il fatto che sempre più il nostro comportamento è orientato e plasmato da ciò che fanno gli altri, anche solo per il fatto che in un mondo che diventa sempre più interconnesso il numero degli altri con cui siamo a contatto, aumenta costantemente. Sappiamo bene come questo «effetto dei pari» determini, più di ogni altra cosa, la probabilità di iniziare a fumare, quella di sovraindebitarsi usando la carta di credito; anche la decisione di istallare i pannelli fotovoltaici è influenzata da ciò che hanno fatto i nostri vicini. Allo stesso modo, sui mercati finanziari, i trader che ottengono risultati peggiori sono quelli che non imparano dagli altri trader, assieme a quelli che cercano di imparare troppo. Questi ultimi, infatti, saranno portati a scegliere basandosi eccessivamente su quanto fatto dagli altri invece che sui fondamentali dei prodotti che stanno scambiando.

Quando s’impara dal comportamento altrui
Imparare dal comportamento altrui, il più delle volte sotto influenze di cui neanche ci rendiamo conto, è diventato un elemento distintivo delle nostre comunità connesse; potrebbe anche diventare un importante canale di regolazione delle scelte collettive affinché si producano risultati socialmente auspicabili. Se vogliamo ridurre l’astensionismo il giorno delle elezioni, per esempio, è utile far sapere ai cittadini che tanti loro vicini, amici e conoscenti hanno voltato e voteranno. Se vogliamo ridurre l’evasione nel pagamento del biglietto sui mezzi pubblici è utile che anche gli abbonati, quando salgono su bus, striscino la card dell’abbonamento sull’apposito lettore. Se non lo facessero potrebbero essere scambiati per free-rider, e potrebbero portare gli altri passeggeri a sovrastimare il numero degli evasori. Questa stima esagerata porterebbe, a sua volta, ad un aumento del numero dei furbetti. Lo stesso vale per l’evasione fiscale in generale. Una sovrarappresentazione del fenomeno, da parte della stampa o della politica, può portare a credere che il fenomeno sia più diffuso di quanto non sia in realtà e, in questo modo, contribuire alla sua ulteriore diffusione.

L’importanza della distanza sociale
La politica di contenimento dei virus basata sulla creazione di distanza sociale, la chiusura di scuole e università e la richiesta di diradare ogni occasione di incontro, appare tanto più necessaria ed efficace, quanto si comprende che si basa su questa idea semplice: la presenza contemporanea di numerose persone nello stesso posto, non solo favorisce la diffusione del virus, aumentando la possibilità di passaggio dello stesso da una persona infetta a soggetti sani, ma favorisce contemporaneamente l’aumento della circolazione delle persone e quindi del contagio. Vedere tante persone in giro a fare esattamente quello che si faceva prima dell’esplosione dell’epidemia può portare a una sottovalutazione del rischio di contagio e quindi a un aumento delle occasioni di contagio. Del resto, in condizioni normali, tendiamo a preferire un ristorante affollato a uno vuoto. La presenza o l’assenza di altri clienti è di solito interpretata come un segnale di qualità. Se tante persone vogliono cenare lì, vuol dire che si mangia benissimo. Se ci sono tante persone in giro, analogamente, vuol dire che il rischio di contagio è basso e, proprio per questo, il rischio aumenterà. I due effetti, biologico e psicologico, si inseguono e rafforzano a vicenda.

La responsabilità dell’individuo
Siamo di fronte a circostanze nelle quali ogni individuo, non solo è responsabile delle proprie azioni e delle conseguenze delle stesse, ma anche, in qualche misura, delle azioni degli altri e delle loro conseguenze. Abbiamo bisogno, per questo, di ragionare con un livello di responsabilità rafforzato, una coscienza allargata, una capacità di giudizio lungimirante e un livello di empatia fuori dal comune. Condizioni che, per fortuna, non di rado si verificano proprio nelle situazioni di crisi. Le comunità si stringono e diventano più coese e la solidarietà si fa più diffusa, così come si moltiplicano singoli gesti di quotidiano eroismo. La ricerca psicologica ha evidenziato, di recente, il nesso che esiste tra senso di responsabilità e volontà di agire. Coloro che vengono indotti a dubitare del libero arbitrio e del concetto di responsabilità personale, per esempio, tendono a comportarsi in modo più egoistico e opportunistico, compromettendo così il benessere dei gruppi ai quali appartengono. Dovremmo, per questo, sentirci tutti chiamati in causa, sentirci responsabili non solo per ciò che facciamo, ma per ciò che le nostre azioni potrebbero suscitare in altri. Può sembrare strano o eccessivamente esigente questa prospettiva, ma se ci pensiamo bene vi scorgiamo sotto la logica stessa dell’evoluzione. Ha scritto qualche tempo fa il primatologo Frans de Waal: «Una domanda fondamentale, che pure ancora ci poniamo raramente, è perché la selezione naturale abbia plasmato i nostri cervelli in modo da renderci capaci di sintonizzarci così perfettamente con gli altri essere umani, di sentirci angosciati per loro angoscia, di provare felicità per la loro felicità. Se solo lo sfruttamento degli altri fosse stata l’unica via per il progresso, l’evoluzione non si sarebbe mai occupata di tutta questa faccenda dell’empatia. Invece l’ha fatto» (How Bad Biology is Killing Economics, The Rsa Journal, 2009).

Cosa ci insegna l’emergenza coronavirus
Allargare la nostra sfera di responsabilità personale, in questo frangente, può voler dire stare in casa, evitare i contatti, ridurre il rischio di esposizione, ma certamente non può consegnarci all’inazione. Significa sentirsi vicini, anche a distanza, uniti anche nella separazione, solidali anche nella diversità di condizioni. Tanti esempi iniziano a conoscersi, tanti casi e nomi di persone che agiscono e hanno agito così in queste settimane. Ne va anche della tenuta del nostro sistema produttivo. Qualche giorno fa, per esempio, la Scuola di Economia Civile, ha lanciato un appello sottolineando che «questo è il momento di dimostrare che lo Stato siamo noi (…) che la responsabilità sociale di impresa non è solo uno strumento di marketing ma è una pratica reale che si attiva soprattutto nel momento della crisi: dimostrando attenzione ai beni comuni (la salute, il lavoro), praticando una comunicazione corretta, formulando proposte concrete e sostenibili con una visione d’insieme, attivando azioni concrete rivolte alle persone più fragili, valorizzando un sistema fatto da imprese, famiglie, scuole, università, organizzazioni ed enti che diventino protagonisti di una nuova e indispensabile solidarietà proattiva (…) Nessuno si salva da solo, nessuna impresa si salva da sola. Servono nuove reti, relazioni di reciprocità, percorsi di mutuo sostegno, tra imprese del Nord e del Sud, nei territori e nelle città. È una grande occasione per ricostruire un’operosa fiducia collettiva e per diventare più adulti, meno emotivi e scomposti di come ci vorrebbero certi media. E forse, davvero civili» (www.scuoladieconomiacivile.it). Così come il contagio comportamentale può portare a conseguenze disastrose, allo stesso tempo può anche essere veicolo di cambiamenti positivi. Vanno promossi, questi cambiamenti, richiesti esplicitamente e attivati con la pratica e l’esempio. A questo tutti siamo chiamati. Già decine di singoli, imprenditori, professionisti, lavoratori, hanno risposto all’appello della Sec, prendendo nuova coscienza dell’interdipendenza, del fatto che nessuno si salva da solo. È solo l’inizio di un periodo che sarà lungo e complicato. La strada è quella di mettersi a disposizione, facendosi carico di problemi e difficoltà altrui, di sconosciuti, di persone diverse e, a volte, lontane. Perché se c’è una cosa che questa epidemia ci sta insegnando, è che, nel bene e nel male, nessuno è poi, veramente, così lontano.

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