Vittorio Pelligra

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Vittorio Pelligra, PhD

Vittorio Pelligra, PhD

Department of Economics University of Cagliari
&
BERG - Behavioural Economics Research Group
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Il vero valore dei regali di Natale. Ma quanti soldi perdiamo?

I Commenti de "Il Sole 24 Ore" - Mind the Economy, la nuova serie di articoli di Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore

di Vittorio Pelligra

Pubblicato su Il sole 24 ore il 23/12/2018

Regali natale IlSole24Ore Web ridE poi uno si stupisce che l’economia venga definita “la scienza triste”! Neanche il tradizionale scambio di doni è passato indenne dallo scrutinio degli occhiuti economisti. Qualche anno fa, in particolare apparve un controverso studio nel quale stimava la perdita netta di ricchezza legata allo scambio di doni natalizi (Waldfogel J. “The deadweight loss of Christmas”. American Economic Review 83, 2003). L’indagine di questo novello Scrooge, con grafici ed equazioni, stimava la differenza tra il valore monetario attribuito ai doni ricevuti e il loro costo effettivo; individuando in un valore oscillante tra il dieci e il trenta percento, la perdita netta.

Oggi l’ufficio studi della Confcommercio prevede che quest’anno l’ottantasei percento degli italiani compreranno dei doni, per una spesa di circa centottanta euro a testa e pari, complessivamente a circa nove miliardi. Di questi, nel caso più ottimistico, circa un miliardo verrà bruciato perché il costo di ciò che viene regalato, sarà in media superiore al valore che verrà percepito dai destinatari dei doni. Ma perché allora continuiamo con una tradizione, quella del dono, ormai vecchia di millenni e forse economicamente superata? Perché non ci scambiamo direttamente dei soldi? Del resto ci sarà pure una ragione se in inglese il dono si indica con la parola “gift” e la stessa parola in tedesco vuole invece dire “veleno”.

Comunque, pochi anni dopo la ricerca di Waldfogel, altri due esperti, Sara Solnick e David Hemenway ripeterono lo studio con un campione di soggetti più ampio e rappresentativo ottenendo un risultato opposto: ogni dollaro speso in regali veniva valutato dal destinatario 2,14 dollari. Lungi dal distruggere ricchezza, lo scambio di doni, secondo queste stime, produce un incremento del valore pari al doppio del costo dei beni scambiati. John List e Jason Shogren rifinirono, attraverso l’utilizzo di tecniche più sofisticate, tale stima giungendo, qualche anno dopo, al valore di 1,25. Farsi ii regali, dunque, conviene: fa bene all’economia e ai singoli, quindi tutti giù a spendere!

In realtà, come i più sensibili tra i lettori avranno intuito, questo discorso “economico” lascia fuori qualcosa di importante e cioè il valore dell’insopprimibile bisogno di gratuità e di relazione che, come esseri umani, continuiamo ad avere, anzi, ad avere sempre di più. E gratuità e relazione sono, alla fine, il motore e la conseguenza ultima del dono vero, sincero e disinteressato. All’homo sapiens piace dare: quando doniamo, e doniamo spontaneamente, attiviamo nel nostro cervello le stesse aree “della ricompensa” che si attivano quando mangiamo la cioccolata o che venivano implicate quando nostra mamma ci abbracciava da piccoli. Questo meccanismo neuronale sostiene, per così dire, una pratica antichissima, necessaria alla costruzione e al mantenimento di relazioni significative. Ma nel dono c’è di più. Se questo è sincero e disinteressato ha un valore espressivo importantissimo: quando faccio un regalo, sto dicendo al destinatario quanto lui o lei mi interessino davvero. Perché un dono risulti gradito, infatti, occorre farlo con impegno, mettersi nei panni dell’altro, chiedersi che cosa piacerebbe o sorprenderebbe l’altro, non noi. Questa operazione di cambio di prospettiva, legata anche alla nostra capacità di provare empatia per gli altri, è il “costo” vero del regalo, il segnale di quanto l’altro sia importante per me.

Data la nostra natura ontologicamente sociale, ricevere un segno di riconoscimento che dice quanto sono importante per qualcun altro, è moneta preziosa e generativa di relazione. Ma nel dono vero c’è ancora qualcosa di più: c’è gratuità. Anche se questo non è sempre scontato. Possono esistere infatti doni privi di gratuità e gratuità senza dono. I primi sono quei doni strumentali, fatti per ottenere qualcos’altro: i regali che si ottengono coi punti della spesa, la terza scatoletta di tonno dopo che se non sono acquistate altre due, ma anche gli omaggi della casa farmaceutica al medico, etc. Poi c’è la gratuità senza dono, ogni qualvolta nell’ambito di una relazione, pensate ad un rapporto di lavoro, per esempio, una delle parti “eccede” in quantità o qualità, i suoi doveri minimi; c’è gratuità ogni qualvolta un’azione diretta verso qualcun altro ha valore in sé, l’altro è un fine in sé e non un mezzo per qualcos’altro. Ecco che anche se non c’è uno scambio di doni, quell’azione segnala che l’altro vale. Questo valore espressivo e non-strumentale dell’atto gratuito non è, come si potrebbe pensare, la cifra esclusiva di relazioni amicali, residuali, rispetto al cuore della società. In realtà la dimensione della gratuità e del dono, “fonda”, antropologicamente e filosoficamente, la società, il nostro vivere comune. Il dono gratuito con la sua unilateralità e incondizionalità, cos’è se non l’accettazione di una vulnerabilità, di una incompletezza, di una mancanza, che solo nella vita associata trova la sua risposta? Per citare il padre dell’economia civile, Antonio Genovesi: “In che dunque diremo l’uomo essere più socievole che non sono gli altri animali? […] è il reciproco dritto di esser soccorsi, e consequentemente una reciproca obbligazione di soccorrerci nei nostri bisogni”. Il dono è quindi, quando gratuito, la scintilla della reciprocità e la reciprocità, civile, è ciò che fonda in ultimo, lo scambio, il mercato, l’economia “civile”. Una visione certo meno angusta del mercato come luogo del “mutual unconcern” smithiano. Una visione meno fashionable ma certamente più ricca, quella del mercato come luogo innanzitutto della mutua assistenza fondata sulla legge generale della società civile, la reciprocità. L’augurio per questo Natale è quello di una economia sempre più civile e civilizzante, capace di dono e gratuità, perché, per citare Simone Weil: “I beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi”.

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