Vittorio Pelligra

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Vittorio Pelligra, PhD

Vittorio Pelligra, PhD

Department of Economics University of Cagliari
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Il capitale umano oltre i numeri

Le stime dell'Istat dimostrano che ogni italiano vale 342 mila euro, ma le donne solo la metà: intervista a Vittorio Pelligra

di Chiara Santomiero

pubblicato su Aleteia il 24/2/2014

Logo AleteiaSe i numeri non sono un'opinione, le "informazioni sperimentali circa il valore monetario attribuibile allo stock del capitale umano" elaborate dall'Istat dimostrano che il valore delle donne nel mercato del lavoro è del 49% inferiore a quello degli uomini. Infatti il capitale umano di ogni italiano, inteso come capacità media di generare reddito, è stata stimato in circa 342 mila euro, mentre quello delle italiane ammonta a 231 mila euro.

La causa? Tre cattive notizie: non solo le differenze di remunerazione esistenti tra uomini e donne, ma anche il minor numero di donne che lavorano e il minor numero di anni lavorati in media dalle donne nell'arco della loro vita. Tuttavia, "consola" l'Istat "poiché le donne prevalgono di gran lunga nel lavoro domestico", le differenze di genere si riducono sommando alle attività professionali tradizionali quelle di lavoro domestico: un calcolo più equo che porta le donne a un valore pro-capite di 431mila euro (+12,3% rispetto ai maschi). Aleteia ha chiesto un commento di questi dati a Vittorio Pelligra, docente di economia all'Università di Cagliari ed autore, insieme al professore Luigino Bruni, del saggio "Economia come impegno civile" (Ed. Città Nuova). 

 

Cosa ci dicono questi dati?

La diversità di genere nell'ambito del mercato del lavoro è un dato noto da tempo. C'è una partecipazione più bassa determinata da ragioni storiche e culturali e una difficoltà di conciliare gli orari di lavoro con le esigenze della vita familiare che ha una incidenza maggiore sulle donne piuttosto che sugli uomini. Poco è stato fatto in questi anni per cambiare questo stato di cose. Non è che le donne non lavorino, tutt'altro, ma spesso lo fanno in ambito domestico o sono impegnate in lavori di cura e per questo è difficilmente capitalizzabile. Infatti i dati sono frutto di stime imprecise perchè il lavoro femminile avviene in un mercato informale, non garantito e non retribuito. Esiste una difficoltà ad inserire il capitale umano delle donne – che hanno raggiunto da tempo livelli di istruzione pari o superiori a quelli degli uomini – all'interno dei processi produttivi a causa di una differenza di ruoli che perdura nel tempo

Il capitale umano non coincide quindi con la sola capacità di produrre reddito... 

Si tratta di una lettura parziale: il reddito è una variabile economica correlata al capitale umano così come la possibilità di comportamenti sociali devianti. Non c'è un nesso causale, solo esiti possibili. Il capitale umano è considerato generalmente l'insieme delle competenze, conoscenze, abilità che si misurano a scuola secondo dei criteri standard di tipo internazionale e che mettono in grado gli individui di eseguire dei compiti. Ciò che di interessante è emerso negli ultimi anni è che il capitale umano oltre alla componente cognitiva, cioè la capacità di fare delle cose, presenta anche una componente storicamente sottovalutata: gli elementi che fanno parte del carattere come la perseveranza o la capacità di pianificare obiettivi di lungo periodo. Sono elementi fondamentali perchè innanzitutto consentono una maggiore capacità di acquisire abilità cognitive – per esempio consentono di rendere di più a scuola – e, inoltre, non si imparano a scuola. Si tratta, cioè, di quegli elementi che fanno la differenza tra un percorso scolastico che inizia sotto una "buona stella" oppure con un deficit difficilmente recuperabile. Ciò comporta che se si vuole intervenire su questi elementi occorre agire non solo sul fronte dell'apprendimento formale e quindi sulla scuola, ma anche su quello dell'apprendimento non formale e cioè della famiglia e in maniera precoce, sui bambini. A un minore capitale umano non cognitivo corrisponderanno crescenti disuguaglianze nel reddito. Se vogliamo favorire un sistema economico in cui il reddito sia distribuito in modo non diseguale, l'intervento per essere efficace deve essere precoce

Anche per incidere sulle differenze tra uomo e donna nel mondo del lavoro?

Negli anni da prendere in considerazione per intervenire non c'è differenza tra bambini e bambine. Una volta creato il capitale umano diventano però determinanti le condizioni per l'inserimento nel mondo del lavoro. Una politica che non voglia disperdere questo stock di capitale umano al femminile deve orientare una diversa organizzazione del lavoro che consenta una maggiore conciliazione con gli impegni familiari e un aumento della flessibilità degli spazi lavorativi. Il problema non è tecnico ma di volontà politica. Lo dimostra il fatto che nei Paesi scandinavi o in Francia lo si fa da tempo. Nel contesto della famiglia, inoltre, una diversa distribuzione dei carichi di lavoro tra uomo e donna consentirebbe più tempo alle donne per il lavoro esterno.

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