Vittorio Pelligra

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Vittorio Pelligra, PhD

Vittorio Pelligra, PhD

Department of Economics University of Cagliari
&
BERG - Behavioural Economics Research Group
V.le S.Ignazio 17 - 09100 Cagliari
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L’ azzardo non è un gioco.

di Vittorio Pelligra

pubblicato su Il Portico il 3/04/2016

Azzardo 03 ridL’azzardo non è un gioco, tutt’altro, è un “cancro sociale”, così lo ha definito Papa Francesco ritornando anche recentemente sul tema per chiedere “che si lotti con tutte le forze per sconfiggere le diffuse piaghe sociali dell'usura e dell'azzardo".

E se pensate che “cancro sociale” sia un’espressione esagerata, provate a parlare con un giocatore patologico, o meglio ancora con i suoi familiari. Ascoltate le storie di sofferenza, disperazione, solitudine, fallimento, delusione cui invariabilmente queste famiglie vanno incontro. Si perdono i soldi, si perde il lavoro, i legami affettivi vengono distrutti, se ne va anche la dignità e non rimane che il gioco, ma poi quando questo rivela infine la sua vera natura, per porre fine a questa tragica spirale si cerca la morte, il suicidio.

E se pensate che questo quadro sia eccessivamente  tragico, provate a parlare con i medici, gli psicologi e i volontari dei gruppi di auto-aiuto che con sforzi enormi e spesso purtroppo con poco successo si prendono cura di queste persone. Si calcola un milione e quattrocento famiglie in Italia impoverite a causa del gioco d’azzardo e l’impressionante cifra di ottocento mila giocatori a rischio dipendenza.

Ma un danno ancora più grave, se è possibile, la legalizzazione dell’azzardo l’ha provocato a livello antropologico. La “cultura della fortuna”, strisciante e diffusissima, coinvolge i più giovani e viene continuamente alimentata da una pubblicità martellante e subdola che si avvale spesso di figure di riferimento. Francesco Totti, Federica Pellegrini, Ronaldo, Buffon, Tania Cagnotto per fare solo qualche esempio, per soldi, in maniera irresponsabile, hanno venduto la loro immagine e la loro reputazione a multinazionali dell’azzardo (il “gioco responsabile”), che lucrano ingentissimi profitti sulle fragilità dei più vulnerabili. Un’industria che in Italia è la terza per fatturato, dopo Eni e Fiat. Un’industria che muove miliardi e finanzia e quindi orienta la politica attraverso potentissime lobbies.
In Italia il gioco d’azzardo è vietato, ma lo Stato concede ad alcuni soggetti privati  delle deroghe in cambio di pochi spicci. Le multinazionali, così lucrano ingenti profitti favorendo l’insorgenza del gioco patologico, che poi lo Stato si trova a dover curare attraverso il sistema sanitario nazionale. A pensarci bene è proprio una follia, un “cancro sociale”, appunto, che distrugge famiglie, trasforma le città e affonda la nostra economia: sempre più sale slot e compro-oro nei nostri quartieri e meno artigiani e piccoli esercizi. Prendete la DeAgostini, un tempo faceva le cartine geografiche e gli atlanti su cui abbiamo imparato a conoscere il mondo, oggi chiude i suoi stabilimenti di Rapallo e di Mantova, un secolo di storia, acquista Lottomatica, concessionaria del lotto in Italia, rileva Gtech, multinazionale americana e fonda la IGT, con sede a Londra e interessi in cento paesi diversi, che è la più grande azienda al mondo nel settore dell’azzardo, con buona pace della geografia.

E noi che possiamo fare? Come possiamo rispondere all’appello di Papa Francesco a  “lottare con tutte le forze” contro questi “ladri di speranza”? Possiamo fare molto, anche singolarmente, ma ancora di più insieme, come Chiesa, come associazioni, come cittadini responsabili. Possiamo per esempio iniziare a chiederci che cosa hanno votato i nostri parlamentari ogni qual volta si è dovuto legiferare in materia d’azzardo: a favore o contro? Bisogna chiederlo ed esigere risposte. E cosa hanno fatto i nostri consiglieri regionali per contrastare il fenomeno? La Lombardia per esempio ha appena introdotto una nuova e restrittiva legge per regolamentare il settore; e qui in Sardegna? E i nostri consiglieri comunali, poi, in che modo si sono occupati del tema? Molti comuni hanno già introdotto regolamenti stringenti per ridurre ad esempio gli orari di apertura delle sale slot e per vietarne la localizzazione nei pressi di scuole, chiese e ospedali. E cosa fanno gli insegnanti dei nostri figli? E i loro catechisti? E noi genitori come ci poniamo a riguardo?

Ma ogni gesto, anche piccolo, può fare la differenza. Nel 2013 a Cagliari è nato il movimento Slotmob con una semplice proposta: prendiamo il caffè, il cappuccino o l’aperitivo, solo in quei bar che hanno rinunciato alle slot, per premiare, con il nostro consumo, una scelta coraggiosa e etica. Quella proposta ha contagiato in questi anni migliaia di persone in centinaia di città in tutta Italia, sensibilizzando giovani e adulti e spingendo molte amministrazioni locali, scuole e parrocchie verso impegni concreti. All’ultimo Slotmob di Abano Terme, assieme ai cittadini locali, c’erano anche i partecipanti, da tutte le diocesi italiane, al seminario nazionale di pastorale sociale; lo Slotmob era parte integrante del programma dei lavori.
Pensiamoci la prossima volta che entriamo in un bar, anche una tazzina di caffè, nel suo piccolo, può fare cultura, può fare la differenza.

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