Luigino Bruni

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Il dono del secondo racconto

L’alba della mezzanotte/22 – La vita che rinasce non è solo copia della vita bruciata

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/09/2017

170917 Geremia 22 rid«Se leggo un libro e tutto il mio corpo diventa così freddo che nessun fuoco può scaldarlo, so che è poesia»

Emy Dickinson, da una sua lettera

Anche la scrittura può essere attività spirituale. Si scrive in tanti modi, per molte ragioni, si scrivono cose molto diverse. Ma c’è sempre stato e ci sarà sempre chi scrive perché ha sentito e raccolto un comando interiore. Questo lo sanno molto bene i poeti, che scrivono per rispondere ad una voce che dice e chiama, e la loro poesia diventa il frutto di un ‘sì’ ad una incarnazione. Ci dicono che la scrittura è seconda, perché prima c’è il dono di una voce, di una parola, di uno spirito. Ci sono molte parole dette, anche parole grandi e immense, che non diventano parole scritte. Ma non ci sono scritture grandi e immense che non siano prima state dette nell’anima da una parola sussurrata. È questa dimensione vocazionale e spirituale della parola scritta che fa sì che anche le altre nostre parole scritte senza vocazione possano essere, misteriosamente, vere, o almeno non sempre e non interamente false.

Le poche parole spirituali sono un bene comune per tutti, anche se non lo sappiamo. La verità della parola di chi scrive obbedendo ad una voce, dà sostanza alle parole di tutti, ci salva dalla vanitas globale, radicale e assoluta delle chiacchiere, alla quale siamo invece condannati quando perdiamo contatto con la scrittura vocazionale, quando smettiamo di leggere i poeti. Perché i poeti e gli scrittori per vocazione sono quel giusto trovato nella nostra città di parole, che la salva dalla distruzione. I miei nonni non conoscevano le poesie dei poeti, ma le loro parole dialettali erano vere, perché figlie della verità della natura, della pietà popolare, del dolore; e perché erano impastate di proverbi antichi, di vangelo, di filastrocche, di canzoni, di santi, e di molta preghiera, di moltissime preghiere. E così quando una figlia o un nipote recitavano una poesia dei poeti imparata a scuola, sapevano intuirla col cuore oltre la semantica e la metrica, e qualche volta si commuovevano veramente, perché sentivano e amavano quelle parole prima di capirle – e amandole le capivano, almeno un po’. Oggi abbiamo perso queste altre verità delle parole. Per salvarci dalla vanitas delle chiacchiere ci resterebbero soltanto i poeti, i grandi scrittori, la Bibbia, e poco altro. Ma ci manca quel poco di silenzio interiore necessario per udire una voce diversa.

“Nel quarto anno di Ioiakìm, figlio di Giosia, re di Giuda, fu rivolta a Geremia da parte di YHWH questa parola: «Prendi un rotolo e scrivici tutte le parole che ti ho detto riguardo a Gerusalemme, a Giuda e a tutte le nazioni” (Geremia 36,1-2). Con questo nuovo comando siamo dentro un autentico evento della Bibbia. La parola che Geremia aveva detto e urlato nella prima parte della sua missione profetica, ora diventa, per un esplicito ordine di Dio, parola scritta. Geremia e Baruc ci donano una delle esperienze più intime, preziose e segrete dell’intera Bibbia. Questo verbo che diventa rotolo è un segno, un gesto profetico come gli altri, non meno solenne e decisivo di portare un giogo, frantumare una brocca, non prendere moglie. Per provare ad intuire qualcosa di questo evento, dovremmo però tornare in quel mondo mediorientale edificato sulla parola orale e sui racconti, dove il primato non apparteneva alla parola scritta ma alla parola detta. Ciò che era pronunciato con la bocca valeva più di ciò che era scritto, perché per quelle culture non vi era niente di più certo e affidabile della voce di una persona. Il tasso di verità della parola era maggiore di quello della scrittura perché maggiore era il valore dell’uomo rispetto ai suoi strumenti. Nessun giuramento scritto raggiungeva il valore di un giuramento proclamato a voce – lo possiamo ancora intuire quando pensiamo alla forza del primo ‘ti amo’ detto, o dell’ultimo ‘grazie’ sussurrato a nostra madre.

“Geremia chiamò Baruc, figlio di Neria, e Baruc scrisse su un rotolo, sotto dettatura di Geremia, tutte le cose che il Signore aveva detto a quest'ultimo. Quindi Geremia ordinò a Baruc: «Io sono impedito e non posso andare nel tempio del Signore. Andrai dunque tu nel tempio in un giorno di digiuno a leggere nel rotolo... Forse si umilieranno con suppliche dinanzi al Signore e ciascuno abbandonerà la sua condotta perversa»” (36,4-7). Geremia non scrive direttamente le sue parole (probabilmente avrebbe potuto farlo: era di famiglia sacerdotale), ma le detta al suo scriba Baruc. Forse perché per scrivere ‘tutte le parole di YHWH’ una sola persona non è sufficiente: c’è bisogno di una comunità, di almeno uno che prima ascolta la parola detta a voce alta, e poi la scrive. La scrittura è un dialogo, mai un monologo, è un evento sociale, un’azione collettiva, è una comunità, un rapporto.

Geremia, poi, non può recarsi personalmente al tempio (forse per ragioni di impurità, o perché sarebbe stato arrestato prima di poter terminare la lettura), e la traduzione della parola in scrittura, rende possibile che sia un altro a leggere e a donare la parola. È qui spiegata una caratteristica fondamentale della parola, forse la prima: una volta che la parola orale diventa scritta, si emancipa dal rapporto necessario con il suo dicitore. La scrittura libera la parola dal suo padrone, la riscatta, la chiama ad una diversa libertà. Non è l’unico strumento per questa operazione (anche le culture orali sapevano incarnare le parole e liberarle, attraverso la memoria e il racconto delle tradizioni), ma è forse il più potente, così potente che lo ‘schiavo’ liberato finisce spesso per uccidere il suo padrone, quando la parola scritta viene manipolata e pervertita.
Quella prima solenne lettura nel tempio produsse alcuni frutti. Michea, persona amica vicina al profeta, andò dai capi e “riferì loro tutte le parole che aveva udito quando Baruc leggeva nel rotolo al popolo in ascolto” (36,13). Allora i capi mandarono a dire a Baruc: “Prendi in mano il rotolo che leggevi al popolo e vieni»” (36,14). Baruc lesse di fronte ai capi, che “quando udirono tutte quelle parole, si guardarono l'un l'altro pieni di paura e dissero a Baruc: «Dobbiamo riferire al re tutte queste parole»” (36,16). I capi del popolo e alcuni sacerdoti del tempio presero sul serio le parole di Geremia. Cosa che invece non fece il re Ioakim: “Il re sedeva nel palazzo d'inverno, con un braciere acceso davanti. Ora, quando Iudì aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere, finché l'intero rotolo non fu distrutto nel fuoco del braciere… Ordinò di arrestare lo scriba Baruc e il profeta Geremia, ma il Signore li aveva nascosti” (36,22-26). Noi oggi conosciamo il cuore del rotolo letto da Baruc, e lo conosceva anche il re, che molte volte aveva ascoltato Geremia e le sue profezie sulla distruzione di Gerusalemme e del tempio. Parole che Ioachim non aveva voluto ascoltare, e che continua a non voler ascoltare. L’esito della parola scritta fu lo stesso della parola detta. Il gesto di bruciare il papiro, brano a brano, dice con un linguaggio nuovo quanto Ioachim aveva già detto molte volte: le tue parole sono paglia, vanitas, nulla. La parola scritta condivide la stessa sorte di quella detta.

Ma ecco che tra quelle fiamme e ceneri ci attende un’altra meravigliosa sorpresa. Geremia, conoscitore delle tradizioni del Nord, dell’Alleanza e dell’Esodo, ci dona un altro parallelismo con un grande episodio della storia della prima salvezza. Come YHWH dettò di nuovo a Mosè le Tavole della legge dopo che la cattiveria e l’idolatria del suo popolo le avevano spezzate, ora, dopo la distruzione del primo rotolo da parte di un re sordo e infedele, Geremia riceve un nuovo ordine: “Prendi un altro rotolo e scrivici tutte le parole che erano nel primo rotolo bruciato da Ioiakìm, re di Giuda” (36,27-28).

Il testo del libro di Geremia che la Bibbia ha conservato e tramandato è allora la seconda scrittura della parola di Geremia, quella risorta dalle ceneri della prima. Geremia era ancora vivo, libero, e quindi poté riscrivere le parole che aveva ricevuto e dette: “Geremia prese un altro rotolo e lo consegnò a Baruc, il quale vi scrisse, sotto dettatura di Geremia, tutte le parole del rotolo che Ioiakìm, re di Giuda, aveva bruciato nel fuoco” (36,32). Il fuoco del braciere non vinse il fuoco della parola.

Il racconto si chiude con una semplice frase che racchiude un messaggio splendido. Nella seconda edizione del rotolo: “vi furono aggiunte molte parole simili a quelle” che erano state scritte nel rotolo bruciato (36,32). Nella prima edizione del rotolo di Geremia, c’erano alcune parole che, probabilmente, sono andate perdute per sempre; parole simili, non identiche, a quelle che egli dettò di nuovo. Il fuoco della cattiveria e della stupidità degli uomini lascia sempre le sue tracce – è anche questa una espressione della serietà e della verità della storia umana. Ma, e ciò è davvero importante, nella seconda edizione abbiamo parole nuove che non erano nella prima dettatura. Forse quel fuoco generò la scrittura delle confessioni più intime di Geremia, le sue preghiere più belle, il racconto della sua chiamata, i suoi meravigliosi canti disperati. Forse: non possiamo saperlo, ma possiamo immaginarlo, possiamo desiderare che dalla ferita incisa nell’anima di Geremia da quel fuoco siano fiorite le sue pagine più belle (i nostri desideri su ciò che è già stato non cambiano la storia, ma cambiano sempre il nostro ‘già’ e il nostro ‘non ancora’).

La nuova vita che rinasce dalle ceneri non è mai la copia della vita bruciata. Il corpo risorto non è il primo corpo rianimato. La seconda puntata non è la replica della prima. Quando il primo copione della nostra storia è andato in fumo – perché bruciato dolosamente da qualcuno, perché incendiatosi per auto-combustione, o si è bruciato e basta, e non abbiamo capito perché –, finché siamo vivi possiamo ancora scriverne un altro. Ricordando le prime parole, e aggiungendone molte altre. Siamo vivi e fuori dalla prigione se di fronte alle ceneri di brani di vita o della vita intera, da qualche parte troviamo ancora la forza, e un amico scriba, per ricominciare un nuovo racconto. E, alla fine, scoprire che era il racconto più bello, che non avremmo scritto senza il fuoco del braciere.

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