Quale economia nell'era dei beni comuni?

Nell'ambito del Convegno Internazionale Chiara Lubich Carisma Storia Cultura,

Intervento di Luigino Bruni

Roma, Università La Sapienza, 14 marzo 2013

Da un carisma una Economia di comunione

La principale, sebbene non unica, eredità che Chiara ha lasciato all'economia - sia come prassi sia come 130314 Chiara Bruni ridpensiero - è l'Economia di Comunione (EdC), nel senso ampio che mi appresto a  delineare. Un'eredità  di  non  poco  conto,  se  pensiamo  che  la  crisi  economica  è  una  delle  dimensioni  più significative della crisi antropologica e relazionale del nostro tempo.  

L'EdC, sebbene sia ancora poco più di un seme, è da molti considerata una esperienza significativa all'interno delle realizzazioni economico-sociali della seconda metà del XX secolo tanto da essere citata, solo per restare in ambito cattolico, e non a caso dato l’impianto della lettera, da Benedetto XVI nell'Enciclica "Caritas in Veritate" (n. 46), come modello da sviluppare.  

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L'EdC  è  anche  una  tappa  moderna  dell'antica  storia  di  "economia  carismatica",  cioè  la  storia  di quelle  esperienze  economiche  e  civili  che  nascendo  da  carismi  sono  stati  capaci  di  grandi innovazioni  anche  in  ambito  civile  ed  economico,  proprio  perché  eccedenti  rispetto  ad  esso  -  si pensi  solo  al  ruolo  economico  fondamentale  del  Monachesimo  nel  primo  millennio,  del Francescanesimo e dei tanti carismi sociali nel Secondo Millennio fino all’epoca presente.

In particolare, cercherò di mostrare che l'EdC - le sue proposte concrete e l'umanesimo da cui nasce - risulta particolarmente rilevante in questa epoca caratterizzata non solo da crisi economiche e da grandi  cambiamenti  di  paradigmi,  ma  anche  dalla  centralità  dei  Beni  comuni  (i  cosiddetti commons), al punto da poter parlare di "era dei beni comuni". Nell'era dei beni comuni, infatti, i nemici del Bene comune non solo soltanto i vizi (antichi e nuovi), ma le stesse virtù tradizionali debbono  essere  ripensate  in  chiave  più  immediatamente  e  esplicitamente  relazionale,  altrimenti potremmo  cadere  nelle  cosiddette  "tragedie  dei  commons"  anche  con  persone  individualmente virtuose (in senso classico), ma non in grado di relazionalità e di reciprocità non solo mercantile.

L'EdC,  infatti,  propone  una  logica  economica  caratterizzata  da  due  elementi  antropologici fondamentali:
un'idea di agente economico "persona", visto cioè costitutivamente in relazione;
un'idea  di  mercato  e  di  economia  visti  come  reciprocità  e  “mutua  assistenza”  (nelle  parole dell’economista napoletano Antonio Genovesi), che non solo non si oppone all'autentica socialità e alla gratuità, ma è parte integrante ed essenziale di esse, se vogliamo che siano luoghi pienamente e autenticamente umani.

Anche per questo, ciò che accadde in quel provvido Maggio 1991 a San Paolo – che è la data del lancio da parte di Chiara del progetto economico che fu chiamato Economia di comunione, l’invito rivolto a imprenditori e imprese di farsi carico direttamente della lotta alla miseria, condividendo gli utili -, va inserito, per essere inteso correttamente e senza riduzionismi, all'interno della storia del Movimento dei Focolari già cinquantennale (in quel tempo), come punta di un iceberg molto più profondo. 

In quella proposta concreta si raccolsero molti degli elementi ideali, sociali, spirituali, che avevano caratterizzato l'esperienza e la spiritualità di Chiara e del Movimento fin dai primissimi primi tempi a  Trento.  Quella  nuova  socialità  evangelica  divenne  22  anni  fa  anche  una  nuova  economia,  ma perché lo era già, quantomeno implicitamente, sebbene senza, in quel tempo, una riflessione teorica specifica.  

L'EdC  divenne  così  una  concretizzazione  su  larga  scala  dei  pilastri  carismatici  che  avevano caratterizzato la vita del Movimento fin lì (ed ancora oggi). Tra questi:   

a) l'inclusione comunitaria dei poveri a Trento negli anni '40, dove il Movimento dei Focolari non realizzò  una  mensa  popolare  ma  le  focolarine  vivevano  assieme  ai  poveri,  invitandoli  a  casa  a pranzo  ("un  povero,  una  focolarina").  Tutto  ciò  nel  1991  è  diventato  anche  una  inclusione produttiva, dove l'invito a pranzo del povero diventa la creazione di posti di lavoro con e per loro: la tavola dell'agape fraterno diventa anche il banco di lavoro, l'officina, la fabbrica. E le tovaglie più belle della festa per accoglierli (come si racconta), diventano oggi la festa della fraternità anche con i panni del lavoro.

b) La prima forma di cura della esclusione e della miseria è la con-costruzione di rapporti nuovi di fraternità vera: è il rapporto - prima dell'oggetto materiale del rapporto - che cura e dà la forza per uscire da tutte le trappole dell'indigenza e della marginalità. La fraternità richiede la condivisione e l'abbraccio. Come la fraternità francescana ebbe nel bacio di Francesco al lebbroso un suo momento simbolico  e  fondativo,  così  l'invito  a  casa  del  povero,  ospitare  in  Focolare  anche  persone  con malattie infettive, furono gli atti della fraternità di Chiara, una fraternità che nell'EdC prese, prende, e  sempre  più  prenderà,  anche  una  specifica  forma  economica,  che  consente  di  superare  il paternalismo e assistenzialismo tipico di ogni forma di aiuto "ai" poveri che non nasca dalla vera fraternità “con” persone alle quali manca qualcosa, ma sono veramente uguali a tutti in dignità (è questa  la  base  dell’uguaglianza  e  reciprocità  sostanziale  tra  i  vari  protagonisti  del  processo  di sviluppo).

c) Sul piano delle idee e del paradigma culturale: le categorie culturali e, in alcuni ancora rari casi, teoriche  che  stanno  emergendo  dall'esperienza  dell'EdC1,  sono  tentativi  di  declinazione  nel linguaggio delle scienze economiche di quelle categorie carismatiche che costituiscono la vita e la dottrina  del  carisma  dell'unità  di  Chiara.  E  per  la  stessa  ragione,  quando  si  vuol  comprendere veramente che cosa sia l'EdC di Chiara, occorre leggerla nella prospettiva larga nella quale è stata generata: una nuova visione dell'economia, che superasse da una parte il capitalismo individualista e dall'altra l'economia collettivista illiberale. Nell'EdC si vedono imprese e poveri, ma in essa c'è anche ben altro: occorre saper scorgere in e oltre essi un nuovo umanesimo, intravvedervi in nuce la proposta, già in atto, di un nuovo paradigma economico pratico e teorico, di una nuova visione del sistema economico nel suo insieme, anche se per ora riusciamo solo a delinearne soltanto pochi tratti.

Quindi con l’EdC si scrive una nuova pagina di storia carismatica, dove sono presenti e vivi semi della tradizione cattolica (importante Francesco d’Assisi, ma anche Benedetto da Norcia e il suo “ora et labora”) e laica (la tradizione sociale e cooperativa del trentino, ad esempio). In  quanto  segue,  dopo  aver  descritto  brevemente  il  senso  della  'tragedia  dei  beni  comuni'  che caratterizza molte delle realtà economiche del nostro tempo, nella seconda parte mostrerò perché nell'EdC  si possono  trovare  elementi  per superare queste tragedie e intravvedere un orizzonte di speranza oltre la crisi del nostro tempo. Sarà una sorta di esercizio, in cui cercherò di suggerire la rilevanza di alcune di queste categorie per l'economia nell'era dei beni comuni.

1. L'era dei beni comuni

L'era dei beni comuni è un'espressione che vuole sottolineare un dato storico, e culturale: i beni più strategici  e  cruciali  oggi  non  sono  più  i  classici  beni  privati  (quelli  che  non  possono  essere consumati  o  goduti  assieme,  senza  che  uno  dei  soggetti  ne  diminuisca  il  consumo:  es.  panino, denaro, vestiti ...), ma i beni comuni, quei beni cioè caratterizzati da due elementi:

a)  si usano assieme (da due o più) (es. parco comune);
b)  per la caratteristica di cui sopra, se lasciati gestire dai soli criteri di razionalità individuale (es. dal  mercato  capitalistico),  tendono  ad  essere  consumati  troppo  (rispetto  al  livello  ottimale collettivamente, e individualmente), e spesso ad essere distrutti.

 La storia, ormai classica in economia, è quello del pascolo comune, riportato dal biologo D. Hardin (nell’articolo The tragedy of the commons, del 1968, sulla rivista Science). Il pascolo è proprietà comune  dei  pastori  di  una  valle:  nessuno  di  loro  può  essere  escluso  dal  pascolo:  che  cosa accadrebbe  allora  se  ciascuno  seguisse  la  logica  miope  dell'interesse  individuale  egoistico?  Il beneficio individuale di portare una mucca in più al pascolo è +1; il costo (la diminuzione dell’erba) invece è ripartito su tutti gli allevatori, quindi è -1/N, quindi minore del beneficio individuale. Ciò porta  ciascun  allevatore  "homo  oeconomicus"  a  portare  troppi  capi  di  bestiame  al  pascolo,  a consumare così troppo suolo, e nel tempo a distruggere il pascolo. Lo vediamo troppo spesso in troppe parti del mondo.

Dalla storia umana sappiamo anche che non sempre le comunità distruggono i pascoli comuni (basti pensare  alle  antiche  comunanze  delle  Alpi  e  degli  Appennini,  per  restare  in  Italia,  tra  cui  la millenaria  "Magnifica  comunità"  della  val  di  Fiemme  in  Trentino,  non  distante  dai  luoghi  di Chiara), e la ragione principale di ciò è che la logica, le convenzioni e le istituzioni tradizionali erano  state  evolutivamente  pensate  e  manutenute  anche  e  soprattutto  per  evitare  questo  tipo  di fallimenti  collettivi. 

L'avanzamento  oggi  della  logica  individualistica  del  mercato  capitalistico, però,  sta  moltiplicando  il  verificarsi  di  queste  tragedie  dei  commons:  dall'acqua  all'ozono,  dalle foreste  alla  finanza.  Infatti,  anche  la  crisi  finanziaria  recente  (esplosa  il  15  settembre  2008)  può essere letta anche come una tragedia di quel bene comune chiamato "fiducia": si è consumata troppa fiducia privata, scaricando fuori di loro (da parte delle banche e delle grandi imprese soprattutto) il rischio di sistema, finché ad un certo punto la reazione è esplosa.

L'Economia  nell’“era  dei  beni  comuni”  richiede  allora  una  logica  di  comportamento  che  sia immediatamente  relazionale,  che  non  ragioni  nei  termini  individualistici  tipici  del  paradigma economico  dominante.  Richiede  una  razionalità  di  comunione,  espressione  di  una  antropologia relazionale qualificata (come abbiamo ascoltato stamane, e ascolteremo domani).  

Per Chiara, infatti, l'essere umano è una realtà comunionale, cioè relazionale, e a più dimensioni: "Sulla terra tutto è in rapporto d'amore con tutto: ogni cosa con ogni cosa" (1949, § 559).

Ci  sono  alcune  operazioni  fondamentali  da  compiere  per  "comunionizzare"  la  teoria  e  prassi economica, e renderla adatta a descrivere e a prevedere i comportamenti individuali e collettivi in questa nuova fase storica, al fine di evitare le tragedie presenti e futuro. Alcune (ancora poche) di queste  "operazioni"  si  stanno  profilando,  e  costituiscono  il  "cuore"  del  programma  di  ricerca  di diversi  economisti  impegnati  nell'EdC  (intesa  nel  senso  ampio  che  ho  specificato).  Tra  queste voglio accennare qui al concetto di bene relazionale e a quello di povertà. Due temi-esercizio che non toccano altri aspetti fondamentali dell'economia di oggi, tra cui gli aspetti macro del sistema economico, sui quali la nostra riflessione è ancora solo incipiente.

2. I beni relazionali

La  scienza  economica  moderna  e  ancor  più  contemporanea  non  ha  generalmente  considerato  le relazioni umane per il loro valore intrinseco2. Gli economisti le hanno viste (quando le hanno viste) o  come  uno  sorta  di  sfondo  sul  quale  si  rappresentava  la  scena  del  mercato,  o  come  elementi strumentali e funzionali allo scambio o alla produzione di beni e servizi ben indipendenti e separati dalle relazioni umane, beni che sono i tipici oggetti di studio dell'economia. Negli ultimi decenni, però, si sta registrando  una nuova attenzione per temi relazionali quali la fiducia, il capitale sociale, le reti o i network, la reciprocità, e si iniziano a trovare parole al dir poco insolite nella tradizione economica, come fraternità, capitale spirituale, motivazioni intrinseche, ecc. All'interno di questa nuova  attenzione,  e  anche  grazie  allo  spazio  che  essa  ha  creato  all'interno  della  disciplina economica, Benedetto Gui, uno dei primi economisti teorici ad occuparsi di EdC e delle categorie culturali del carisma dell'unità, introdusse nel 1986 il concetto di "bene relazionale", in compagnia (con  un  leggerissimo  primato  di  qualche  mese)  di  altri  autori,  tra  i  quali  la  filosofa  americana Martha  Nussbaum,  e  proprio  con  lo  scopo  esplicito  di  contribuire  a  teorizzare  in  linguaggio economico  una  dimensione  centrale  del  carisma  dell'unità.  Il  tema  dei  beni  relazionali  oggi rappresenta un vero campo di indagine teorica ed empirica.  

L'idea base del concetto di bene relazionale, che presenta poi diverse varianti tecniche e in parte di contenuto, è attribuire lo status di bene (o di male) anche economico, alla relazione in sé. Ogni relazione umana è un fatto infinitamente più "grande" della sola dimensione economica, ma può essere compresa e descritta anche come un bene economico, cioè di una realtà alla quale le persone attribuiscono anche un valore economico (accanto ad altri valori non economici), e da cui ottengono benessere.

Ma  quale  è  lo  scopo  e  il  valore  aggiunto  di  una  tale  operazione  metodologica  e  teorica?  Per comprenderlo  può  essere  sufficiente  pensare  ai  problemi  (non  solo  economici),  che  hanno determinato  e  stanno  ancora  determinando  quelle  analisi  economiche  che  non  "vedono"  le dimensioni  relazionali.  Se,  ad  esempio,  quando  si  pianificano  e  disegnano  luoghi  di  lavoro,  il modello costi-benefici con cui si fanno le scelte “vede” solo i tipici beni e mali economici (tempo, efficienza, rumore, ...), si possono realizzare luoghi di lavoro nei quali le relazioni interpersonali vengono  mortificate,  o  distrutte,  determinando  poi,  tra  l'altro,  anche  pessimi  risultati  economici.

Oppure si pensi al tema della grande distribuzione: se un amministratore pubblico si rivolge ad un centro studi per analizzare la convenienza di aprire o meno grandi centri commerciali in periferia, e quindi determinare la chiusura di molti piccoli negozi del centro storico, se questi economisti non vedono il tessuto di relazioni che si creano attorno ai piccoli negozi del centro (di cui usufruiscono, tra l’altro, soprattutto anziani, bambini e i soggetti più fragili), potranno fare calcoli errati, perché nel  calcolo  mancano  alcuni  beni.  Anche  perché  dai  beni  relazionali  dipende  buona  parte  del benessere della gente, come mostra, ad esempio, ormai l'abbondante letteratura sulla felicità delle persone. E potremmo continuare con l'analisi economica del turismo, della cultura, moltissimo nei temi della cura e dei servizi alla persona, ma anche del successo dei distretti del Made in Italy, della cooperazione  sociale,  o  delle  scelte  di  cambiare  o  non  cambiare  posto  di  lavoro,  il  benessere lavorativo,  e  così  via,  fino  ad  arrivare  alla  misurazione  degli  effetti  dell'EdC  dentro  e  fuori  le imprese.

Infine,  la  relazione  non  va  solo  declinata  nella  diagonale  IO-TU:  esiste  però  senz'altro,  ed  è rilevante,  anche  una  dimensione  della  relazionalità  che  si  snoda  sulla  diagonale  IO-LUI  o  IO-LORO,  cioè  quella  relazione  che  non  è,  ad  esempio,  in  un  ospedale  il  rapporto  tra  medico  e paziente, ma quei rapporti istituzionali e di governance che fanno sì che quel paziente ben accolto e rispettato da medici e infermieri, possa contare su laboratori efficienti e sul chirurgo preparato. Per non  parlare  delle  relazioni  di  potere,  di  comando,  organizzative.  La  relazionalità  è  ma,  le relazionalità sono molte, e tutte importanti per vivere bene, o male. 

3. Cura della povertà  

La povertà o, meglio, l'indigenza e l'esclusione (la povertà è anche parola del vangelo e dei carismi, e non solo una piaga dell'umanità, perché se liberamente scelta è anche beatitudine), sta oggi di nuovo tornando a crescere in Europa e nel Mondo opulento. Ma le povertà che oggi colpiscono le società opulente come quelle europee presenta nuove forme (che si aggiungono alle antiche), come l'esclusione dalla vita pubblica, il disagio mentale (in grande aumento), sacche di immigrati non integrati,  nuove  forme  di  dipendenza  come  quelle  dal  gioco  d'azzardo, autentica epidemia che colpisce soprattutto i ceti medio-bassi della nostra società, antiche e nuove povertà che hanno in comune la caratteristica di essere, prima di tutto, povertà relazionali: non sono tanto, o soprattutto, povertà dovute alla mancanza di reddito; e anche quando si presentano come povertà di reddito e di ricchezza, la loro radice e quindi la loro cura non si trovano nell'ambito economico, ma in quello relazionale  e  quindi  sociale.  Su  questo  il  magistero  dell’economista  indiano  A. Sen,  e  la  sua domanda: “povertà, di che cosa?”, è sempre di grande rilevanza.

L'EdC in questi anni ha sperimentato e sperimenta che la prima cura della povertà è una cura di relazioni, da quelle famigliari a quelle politiche: la povertà non è soltanto un tratto individuale, ma un  insieme  di  relazioni  malate  che  poi  determinano  anche  condizioni  individuali  di  esclusione  e miseria. Per questo, la prima cura di ogni forma di povertà è l'offerta di un rapporto di fraternità e di reciprocità,  che  dona  dignità  alla  persona  in  difficoltà,  e  lo  aiuta  a  compiere  il  primo  passo  per uscire dalle trappole di povertà, un primo passo che può fare solo lei o lui.  Più in generale, in economie semplici, di sussistenza, dove i popoli uscivano ed escono da forme di miseria endemiche, e dove le relazioni famigliari e comunitarie erano e sono forti e stabili (anche se spesso inique e illiberali: pensiamo al ruolo della donna), per fare uscire le persone dalle trappole di povertà  era  necessario  prima  di  tutto  aumentare  reddito  pro-capite,  beni  pubblici  (sanità, infrastrutture, ...), e beni meritori (la scuola in un modo tutto speciale). Oggi in un'epoca in cui il bene molto fragile e scarso è il bene relazionale, se prima non si curano e ricostruiscono relazioni, i necessari interventi in termini di reddito, beni pubblici e meritori restano spesso inefficaci - come tanti  decenni  di  aiuti  pubblici,  anche  in  Europa,  ci  stanno  mostrando.  Occorre  allora  cambiare approccio, e l'esperienza dell'EdC, che parte dalla cura delle relazioni come precondizione di ogni progetto di sviluppo umano, può essere un piccolo modello.  

L'EdC dice poi che prima della povertà (come categoria) esistono i poveri, e senza l'incontro con la persona del povero, la povertà non si cura - al massimo la si può gestire, immunizzandosi da essa. La fraternità francescana ha un momento solenne di inizio quando Francesco abbraccia e bacia il lebbroso di Assisi. La cura tipica della fraternità non è mai immune, ma si lascia contaminare dal povero, che quindi diventa veramente fratello. Nell'EdC questa esperienza di abbraccio la si vive nell'aiuto  concreto  e  nell'esperienza  comunitaria  (che  è  sempre  la  precondizione  essenziale),  ma anche, e forse soprattutto, nel non darsi pace finché non si riesce ad offrire ai poveri un posto di lavoro nelle nostre imprese. Finché non si riesce a lavorare, si resta sempre indigenti.

Inoltre, Chiara ci fa scoprire che l'impresa ha una anche una vocazione di lotta all'esclusione e alla povertà. L'imprenditore non può solo accontentarsi di pagare le tasse e rispettare la legge: in questi tempi di crisi deve ancora usare il suo talento e la sua vocazione imprenditoriale per combattere miseria ed esclusione, creando nuovo lavoro. Quando Chiara ha proposto alle imprese di reinvestire utili  nell'impresa  (una  terza  parte)  per  la  creazione  di  posti  di  lavoro,  stava  dicendo  qualcosa  di molto nuovo, che cioè l'impresa combatte la povertà anche, e soprattutto, creando lavoro, e quindi includendo  produttivamente  le  persone,  e  non  primariamente  con  la  filantropia  (del  1-2%  dei profitti:  che  fine  fa  il  restante  99%?),  che  dal  modello  capitalistico  viene  invece  sempre  più presentata  come  la  regola  per  occuparsi  degli  esclusi.  In  questo  l’EdC  si  ricollega,  tra  l’altro,  al grande  movimento  cooperativo  europeo,  di  cui  il  Trentino  di  Chiara  è  una  delle  sue  terre  più feconde.

Conclusione

Due  esempi,  due  esercizi,  per  dire  che  un  carisma  che  mette  l'accento  sulla  natura  relazionale dell'essere umano porta chi ne partecipa e lo vive, economisti in questo caso, a vedere cose che restano ai più invisibili, a porre domande nuove, e a suggerire qualche soluzione.

Per  il  dono  che  ho  ricevuto  di  aver  potuto  accompagnare  Chiara  negli  ultimi  dieci  anni  di fondazione dell'EdC e nella Scuola Abba, sono convinto che la parte più interessante e innovativa dell'economia  di  Chiara  debba  ancora  incominciare:  la  penetrazione  nel  cuore  del  mistero relazionale  della  persona,  e  quindi  dei  rapporti  economici  e  sociali,  potrà  suggerire  a  presenti  e futuri economisti, in dialogo con le altre, di scoprire e delineare modelli, in questa era della storia umana dove i beni più importanti diventano i beni comuni, e dove c’è un urgente bisogno di nuove categorie economiche che diano meglio conto delle azioni di quell'essere relazionale che chiamiamo persona,  e che siano  capaci  di  ridurre  la miseria e l’esclusione, che restano  la  grande  ferita e la grande responsabilità della nostra epoca.

NOTE:

1  Tra  questi:  reciprocità,  beni  relazionali,  governance  di  comunione,  lavoro  come  dono,  gratuità,  povertà,  fiducia relazionale, we-rationality, felicità ...

2  Un discorso a parte potrebbe essere fatto per autori eterodossi, come Marx o J.S. Mill, che hanno attribuito un ruolo importante  alle  relazioni,  sebbene  il  concetto  di  bene  relazionale  come  viene  usato  all’interno  del  gruppo  di  lavoro legato all’EdC, abbia una sua originalità anche rispetto a autori che avevano visto e vedono le relazioni.

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