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Le falsità sull’Europa

Dietro la disputa sui conti pubblici c’è un malinteso della propaganda sovranista che rischia di condurci a scelte sbagliate: l'opinione di un economista, per stimolare un confronto sull'argomento

di Benedetto Gui

pubblicato su Città Nuova il 18/06/2019

Sarebbe difficile capire perché un ragazzo insista a fumare, nonostante l’iniziale disgusto con relativa tosse, se non ci fosse qualcuno che mette in dubbio il suo essere abbastanza grande per avere una sigaretta tra le dita. E se qualche coetaneo si mette d’impegno a battere su questo tasto, è molto probabile che il nostro adolescente diventi un adulto fumatore.

Quando ascolto le affermazioni di alcuni esponenti del governo a riguardo delle nostre finanze pubbliche vedo in azione lo stesso meccanismo. A qualunque padre o madre di famiglia viene subito in mente che un debito che continua a crescere è un problema, e che quindi possa esser meglio tenere i propri conti sotto controllo. Ma se è qualcun altro, magari pure malevolo, a voler imporre delle rinunce alla famiglia, beh allora le cose cambiano, e così ogni sacrificio – quand’anche comunque necessario – rinfocola l’avversione verso quel qualcuno, mentre ogni spesa in più diventa una conquista.

Qui sta il capolavoro politico della predicazione sovranista: aver convinto mezza Italia che i vincoli da noi liberamente sottoscritti non sono lì per evitare che l’irresponsabilità finanziaria di un Paese danneggi anche i partner, bensì per l’arbitrio o la prepotenza di qualche euroburocrate; e similmente aver dipinto l’Unione Europea – fortemente voluta dall’Italia di De Gasperi e Spinelli per non restare fragile, provinciale e isolata – non come un’associazione di cui siamo membri influenti (italiani sono il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, l’Alto rappresentante  per gli Affari esteri e vicepresidente della Commissione Federica Mogherini, nonché il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi), ma invece come un potere estraneo e ostile che ci vuole deboli e sottomessi.

A questo punto scatta l’orgoglio nazionale: se si tratta di fargliela vedere a quelli lì di Bruxelles, o di Parigi o di Berlino, allora le ragioni della prudenza finanziaria e della responsabilità verso le nuove generazioni passano in secondo piano: una situazione davvero ideale per un politico demagogo, che potrà elargire generosamente tagli di tasse o erogazioni di denaro pubblico e, anziché apparire sconsiderato, potrà invece presentarsi come padre protettore dei 60 milioni di italiani dall’oppressione economica dei nemici esterni!

Un caso illuminante è quello dei debiti della Pubblica amministrazione verso i suoi fornitori, questione che improvvisamente è emersa nel pubblico dibattito come un’emergenza. Il problema esiste: si tratta di 53 miliardi di euro (pari quasi al 3% del Prodotto interno lordo, un triste primato in Europa) che mettono in serie difficoltà molte imprese.

Ma perché sollevarlo proprio adesso, dopo tanto silenzio? La cifra è in continuo calo dal 2012, quando ammontava a 90 miliardi. E poi, perché non lo si è affrontato nella manovra di bilancio del dicembre scorso, quando i soldi si è preferito usarli per mandare in pensione anticipata un gruppo di lavoratori che il posto ce l’aveva (tra l’altro lasciando dei buchi vuoti senza possibilità di rimpiazzo nella Pubblica amministrazione)?

L’invenzione dell’emergenza “debiti verso i fornitori” sembra fatta apposta per poter polemizzare con l’Unione europea, che è lì a chiederci il rispetto degli equilibri di finanza pubblica, e per giunta – ciliegina sulla torta! – per poterla sfidare con la risibile ma dirompente trovata dei “minibot”.

In questi tempi di sfida tra i giganti USA e Cina, con la Russia di Putin che cerca di riprendersi il ruolo di superpotenza, appare sempre più grave il rischio di un’emarginazione tecnologica, economica e politica del Vecchio Continente. Il quale pure, se lo volesse, sarebbe un gigante e per giunta capace di spingere il pianeta in direzioni più eque e lungimiranti. Ma pare invece che le sue piccole patrie preferiscano un futuro da nani litigiosi.

E qui nasce la domanda: cari concittadini, non è che facendo la guerra all’Unione Europea forse stiamo sbagliando nemico, a beneficio di qualcun altro che da fuori benedice i sovranismi, osserva l’allargarsi delle divisioni e si sfrega soddisfatto le mani di fronte alla nostra crescente irrilevanza?

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