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Flat tax: pensiamoci bene

La proposta, se frettolosa e demagogica, rischia di destabilizzare la finanza pubblica, di aggravare le disuguaglianze e di non semplificare nemmeno le cose.

di Benedetto Gui

pubblicato su Città Nuova il 04/06/2019

Ancora una volta viene chiesto a due paroline inglesi di fare da slogan per una battaglia politica nostrana. “Flat tax” in italiano si tradurrebbe “tassa piatta”. Stiamo parlando dell’imposta sui “redditi delle persone fisiche”, quelli della dichiarazione dei redditi personali che tutti dobbiamo fare a fine primavera. Oggi in Italia ci è chiesto di pagare il 23% di imposta sui primi 15 mila euro (il primo “scaglione” di reddito), il 27% su quella parte di reddito che è compresa tra 15 mila e i 28 mila (il secondo scaglione), e avanti così fino all’aliquota del 43% (la quinta della serie) che si applica su quella parte di reddito che supera i 75 mila euro (cosa che riguarda, ovviamente, solo chi arriva così in alto). La tassa piatta invece prevederebbe una sola percentuale (o “aliquota”) di imposta che si applica a tutti i contribuenti e a tutto il loro reddito (ad esempio, nel caso dell’Estonia l’aliquota è fissata al 20%).

“Facile e leggera! Fantastico!” – verrebbe subito da dire. Credo che questa reazione del cittadino sia proprio ciò a cui punta chi la propone. Forse però, prima di tirare conclusioni affrettate, è meglio riflettere un attimo.

Prima di procedere, teniamo presente che nel dibattito politico italiano le parole non vanno mai prese alla lettera. Infatti la modifica dell’imposizione sui redditi che si vorrebbe avviare in gran fretta per iniziativa del Governo continua tranquillamente a chiamarsi “flat tax” anche se poi le aliquote potrebbero essere due o addirittura tre.

A parte questo dettaglio comunicativo, con l’introduzione dell’una o dell’altra variante di flat tax si possono generare tre principali effetti. Il più attraente è “pagherete di meno”. A meno che non si decida simultaneamente una corrispondente riduzione di servizi pubblici o di benefici pensionistici – ma di questo mi pare che non si voglia nemmeno sentir parlare – il deficit pubblico salirà (di 30 miliardi, azzarda il vice-presidente del Consiglio Salvini).

Il solo annuncio di ciò sta già ulteriormente spaventando quelli che potrebbero prestare soldi allo Stato Italiano, con il risultato che per un prestito a cinque anni all’Italia viene chiesto un tasso del 2,32%, mentre se solo fossimo considerati affidabili al livello della Spagna potremmo cavarcela con lo 0,55% (moltiplicate la differenza per oltre 2000 miliardi e apparirà chiaro quale gigantesca palla al piede sia la titubanza – purtroppo giustificata – della comunità dei prestatori nei confronti di questa Italia).

Nonostante le dichiarazioni speranzose (o consapevolmente ingannevoli?) di chi promette che proprio togliendo quei 30 miliardi di tasse la nostra economia avrebbe un futuro dorato, il risultato sarebbe di accrescere pesantemente il fardello che lasceremo ai nostri figli e nipoti; oppure, peggio ancora, di andare incontro ad un drammatico collasso finanziario di proporzioni non ancora sperimentate (tale sarebbe inevitabilmente la rimozione del nostro Paese dal sistema dell’Euro).

Qualcuno dei proponenti, preoccupato di quanto sopra, si premura di precisare che, pur introducendo la flat tax, si potrebbe mantenere un introito fiscale corrispondente a quello di oggi eliminando tutte le deduzioni e detrazioni d’imposta che oggi alleggeriscono sensibilmente l’imposta che alla fine il contribuente è chiamato a pagare.

Ma quale sarebbe l’effetto redistributivo? Per i cittadini a reddito medio/basso l’introduzione della flat tax abbasserebbe di poche centinaia o migliaia di euro l’imposta calcolata prima di detrazioni e deduzioni, ma se poi sparissero gli alleggerimenti (per i familiari a carico, per le spese mediche, per il mutuo della casa, e così via), molti si troverebbero a pagare più di prima.

Al contrario, per i titolari di redditi dai centomila euro in su l’imposta calcolata prima di detrazioni e deduzioni scenderebbe di decine di migliaia di euro. È vero che chi riesce a sfruttare meglio le innumerevoli pieghe del nostro attuale sistema fiscale sono i titolari dei redditi più alti, anche grazie alla possibilità di pagarsi abili consulenti, ma per la gran parte di questi contribuenti il cambio di sistema sarebbe comunque un generoso regalo. Ma all’Italia di oggi l’ultima cosa che serve è un allargamento della disuguaglianza.

Il terzo potenziale effetto della proposta di flat tax, tanto più se accompagnata da un drastico taglio di deduzioni e detrazioni, è una grande semplificazione. Ma neanche questo pare interessare molto ai proponenti della flat tax, perché verrebbe data al contribuente la possibilità di scegliere tra il nuovo sistema e quello attuale. Più importante è poter rassicurare gli elettori: “State tranquilli che nessuno pagherà di più”. Ma ciò significa che il contribuente stesso, il suo CAAF (o commercialista) e anche l’amministrazione fiscale si ritroveranno comunque a dover fare ancora gli attuali complicati calcoli (e magari anche a rifarli non appena riemergesse un documento inizialmente dimenticato che potrebbe far cambiare la scelta per l’una o l’altra alternativa).

Non sono affatto un fautore dell’attuale intricato e asfissiante sistema fiscale, ma per cambiarlo occorre fare le cose seriamente. Il criterio che deve orientare la riforma non può essere la fretta di avere qualcosa che luccichi da sbandierare alla prossima, sempre imminente, tornata elettorale. Altrimenti la flat tax si trasformerebbe – tanto per restare nella lingua inglese – in una “flat tire”, una gomma a terra, che lascerebbe appiedati prima di tutto gli italiani meno benestanti.

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