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Debito pubblico, chi vuole aumentarlo?

La soluzione dei problemi di finanza pubblica dell’Italia non sta nello sperare in una benevola accondiscendenza da parte delle future Istituzioni Europee. Un'opinione.

di Benedetto Gui

pubblicato su Città Nuova il 06/05/2019

Se i nostri insegnanti di matematica delle medie hanno fatto bene il loro lavoro dovremmo ricordarci delle  “proporzioni”. Oggi le vicende finanziarie italiane ce ne propongono una. Il Comune di Roma è nei guai per via di un enorme debito, temporaneamente affidato alla gestione di un commissario. Esso allora chiede al Governo italiano uno speciale occhio di riguardo (nel caso in esame, un parziale ripianamento – con ristrutturazione – del debito, noto come decreto Salva Roma).

Il Governo italiano, che amministra un Paese con un enorme debito pubblico, vorrebbe aumentare il disavanzo tra entrate e uscite oltre l’ammontare previsto. Esso allora, a sua volta,  chiede alla Commissione Europea uno speciale occhio di riguardo (nel caso in esame, il permesso di sconfinare ancora una volta rispetto al percorso concordato di riduzione del debito).

Le due situazioni appaiono molto simili. Viene allora spontaneo formulare la “proporzione”: quanto a finanza pubblica, Roma sta all’Italia come l’Italia sta all’Europa.

Ma il nostro vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno usa un’altra logica, una logica “di parte”, che gli fa vedere le due situazioni in modo del tutto diverso: per l’amministrazione di Roma, che è in mano ad un partito avversario (seppur alleato del suo) vuole che il Governo applichi la linea dura (la Capitale si prenda le sue responsabilità e metta a posto i suoi conti); quanto alla Commissione Europea, invece, ci penserà lui ad ammorbidire la linea che essa terrà verso l’Italia: se il 26 maggio arriveranno abbastanza voti al suo partito – dichiara in una intervista alla Stampa il 28 aprile – “Vedrete che nessuno ci verrà a chiedere 23 miliardi» (quelli che il Tesoro italiano deve trovare attraverso un ulteriore aumento dell’IVA, o in qualche altro modo, un impegno che il suo governo ha preso, ma che lui vorrebbe rinnegare).

Questa frase dovrebbe preoccuparci molto. Anche perché è giocata sull’ambiguità dell’espressione “chiedere”, che lascia pensare che le Istituzioni Europee vogliano avere soldi da noi, mentre il loro ruolo in questa partita è solo di sorvegliare che non ci carichiamo di troppi debiti (in teoria le Istituzioni Europee potrebbero anche svolgere un altro ruolo, quello di sostenere di più i paesi in crisi attraverso un vero e proprio Ministero del Tesoro comunitario, ma questa è una cosa ancora tutta da costruire, che richiederebbe un paziente dialogo costruttivo tra Paesi credibili e amici).

Quei 23 miliardi di ulteriore disavanzo non farebbero altro che aumentare ulteriormente la nostra esposizione finanziaria nei confronti di altri soggetti (risparmiatori e fondi di investimento); i quali giustamente quei soldi ce li chiederanno ben indietro, e anche con i relativi interessi, che sono già molto più salati da quando è apparso all’orizzonte l’attuale governo e sarebbero ancora più salati se al debito esistente si aggiungessero anche quei 23 miliardi (per inciso, nei giorni scorsi è arrivata la buona notizia che la caduta del Prodotto Interno Lordo si è arrestata e sembra iniziare una blanda ripresa, ma questo non basta perché si abbia un miglioramento del bilancio pubblico rispetto alle previsioni della manovra di dicembre).

Temo che si applichi anche al caso di cui stiamo discutendo, il detto di un mio anziano amico esperto di finanza: “I più pronti a fare debiti sono quelli che si preoccupano meno di ripagarli”.

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