Alessandra Smerilli

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Alessandra Smerilli, PhD

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Il futuro? La sfida è nel prendersi cura

La casa comune può diventare più umana e più ospitale solo se la guardiamo e la pensiamo insieme, uomini e donne. Sarebbe uno spostare più in là dei paletti dell’umano

di Alessandra Smerilli

pubblicato su Roma Sette il 280/04/2020

Molto tempo dopo, Edipo, vecchio e cieco, camminava lungo la strada. Avvertì un odore familiare. Era la Sfinge. Edipo disse: «Voglio farti una domanda. Perché non ho riconosciuto mia madre?». «Hai dato la risposta sbagliata», disse la Sfinge. «Ma questo era ciò che ha reso tutto possibile», rispose Edipo. «No», disse. «Quando ti chiesi: “Cosa cammina a quattro zampe al mattino, due a mezzogiorno e tre la sera?”, tu hai risposto: l’uomo. Non hai detto niente sulla donna». «Quando dici Uomo – disse Edipo – includi anche le donne. Lo sanno tutti». La Sfinge rispose: «Questo è quello che tu pensi» (Myth, Muriel Rukeyser). Purtroppo, nell’economia e in altre scienze sociali, per troppo tempo abbiamo assistito a una generalizzazione degli standard maschili, come se comprendessero tutto l’umano. E come la Sfinge ci suggerisce, l’errore, perché di errore si tratta, sta ancora attraversando le nostre società. Ma le vulnerabilità, anche economiche, che questa pandemia sta rivelando, forse ci chiedono di mettere in campo sguardi nuovi.

L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando ci mostra quanto sia importante saper prenderci cura gli uni degli altri. Lo strazio del veder morire persone da sole e senza conforti ci riporta al bisogno di uno sguardo, di un conforto, di una carezza. L’essere umano è fatto per l’altro. Lungo la storia la dimensione della cura è stata molto relegata alle donne e alla sfera privata: in pubblico si deve essere forti, non ci si può commuovere, il cervello deve prevalere sull’emotività. Così facendo abbiamo espulso una delle dimensioni fondamentali dell’essere umano dalla vita pubblica, e non l’abbiamo valorizzata. In questo periodo di permanenza forzata per molti nelle proprie abitazioni, i carichi di lavoro domestico e di cura stanno trovando nuovi equilibri, e la riorganizzazione che una vita in movimento in convivenza con il virus ci richiederà potrà vedere inediti apporti di sguardi femminili all’economia e al lavoro. Per citarne solo uno, caro alla filosofa canadese Jennifer Nedelsky, le nuove norme sociali sul lavoro potrebbero prevedere meno ore di lavoro per tutti (e stiamo sperimentando che molti lavori possono essere fatti anche a distanza), e, come parte integrante di un lavoro buono, alcune ore alla settimana dedicate al prendersi cura degli altri, in famiglia o nel vicinato.

Dalla cura relegata alle donne e alla sfera privata, al prendersi cura come attività di rilevanza pubblica e di bene comune condivisa tra tutti. Sarebbe uno spostare più in là dei paletti dell’umano. La casa comune può diventare più umana e più ospitale solo se la guardiamo e la pensiamo insieme, uomini e donne. Il mondo avrà fatto un passo in avanti se quando incontriamo una persona, prima di chiederle “che lavoro fai?”, le chiederemo “di chi ti prendi cura?”. Se sapremo stimare chi sa fermarsi per offrire un gesto di attenzione a un anziano o un bambino, più di chi ha una vita così frenetica che non riesce neanche a fare una telefonata gratuita.

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