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Antonio Genovesi: un abate per la felicità pubblica

Le stanze di Cronos, Utopia. Incontri impossibili

di Attilio Ianniello

pubblicato su: Margutte.com , Non-rivista online di letteratura e altro, il 17/09/2015

Mondovi Orologio solare 300 ridNella parte alta della cittadina di Mondovì, intorno alla torre civica si stende un piccolo giardino che gli abitanti del luogo chiamano Belvedere. Il nome evidentemente deriva dal fatto che dalla sua posizione (m.559 s.l.m.) lo sguardo spazia a 360 gradi sulle Alpi, la pianura cuneese e le Langhe. Lo spazio, che spinge gli occhi a misurarsi con i diversi orizzonti, si riempie di quando in quando dei rintocchi della campana che segna il trascorrere del tempo. Forse proprio per la forza di questo suono che scende fino a valle e scorre verso le frazioni e i comuni vicini, la municipalità monregalese ha voluto chiamare questo giardino “Parco del tempo”, arricchendolo con tre orologi solari orizzontali.

Una bella intuizione che corroborava quanto alcuni abitanti del quartiere alto della cittadina già sapevano: in quel giardino il tempo sapeva giocare con i suoi tempi (passato, presente e futuro) insieme a coloro che avevano occhi per vedere, orecchie per udire e cuori per accogliere.

Ora, un giorno di tarda estate sul far della sera, quando gli ultimi bambini abbandonavano scivolo e altalena e gli ultimi anziani si incamminavano verso casa, fui colpito dalla figura di una persona che, seduta su una panchina, parlava ad alcuni giovani intenti a prendere appunti su inusuali fogli di carta.

Passeggiando mi avvicinai al gruppo. Chi parlava era un uomo di mezza età con un’aria professorale d’altri tempi unita tuttavia ad uno sguardo bonario e ad una eloquenza ricca di gesti come se mani ed aggrottar di ciglia potessero rendere più facili le diverse idee che presentava ai giovani ascoltatori.

Mentre passavo accanto al gruppo, l’uomo mi squadrò con una certa intensità e mi fece Antonio Genovesi rid 300cenno di avvicinarmi: «Venga », mi disse. «Credo che le cose di cui stiamo parlando possano essere anche di suo interesse». Alcuni giovani si spostarono per farmi posto ed io mi sedetti sulla panchina a fianco dell’uomo.

«Lasci che mi presenti», continuò l’uomo. «Mi chiamo Antonio… Antonio Genovesi. Lei certamente non ne ha memoria, ma ci siamo già incontrati nel passato; proprio qui, in questo giardino. Lei era giovane e qui veniva con i suoi amici, Gianni, Gigi ed altri. A volte c’era con voi un signore più anziano, Davide. Parlavate di felicità e di impegno per cambiare la società. È per questo che vi avevo notato ed avete suscitato in me grande simpatia».

Genovesi continuò a rivolgersi a me dicendo che non si era palesato allora con nome e cognome e fisicamente, ma solo suggerendo idee ai nostri discorsi. «Ora però», riprese, «è di nuovo il momento di pensare ed agire. Il mondo e l’umanità nel suo complesso sono sull’orlo del baratro e non è solo una figura retorica. L’economia capitalista si sta comportando come Phileas Fogg nel suo viaggio tra New York e l’Europa».

Dopo un attimo di silenzio, rivolgendosi ai giovani disse: «Certamente avete letto “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne. Bene. Fogg è il personaggio principale; deve compiere il giro del mondo in ottanta giorni per vincere la scommessa intrapresa con gli amici di un prestigioso club londinese; la posta in palio era di 20mila sterline, una bella cifra, no? Arrivato a News York affitta un vaporetto per la traversata dell’Atlantico ma poiché spinge il motore al massimo a metà percorso rimane senza carburante, allora per proseguire brucia nella caldaia tutto ciò che è combustibile. Arriverà quindi in Europa con il vaporetto ridotto ad uno scheletro di ferraglia. Forse l’economia capitalista che si è affermata non sta bruciando beni, terra, uomini, popoli, lo stesso futuro del nostro pianeta per raggiungere la massimizzazione del profitto?». Genovesi lasciò che la domanda aleggiasse sul nostro silenzio, poi bruscamente chiese: «Ma qual è il nostro desiderio più grande?». Mentre stavo articolando un pensiero per dare una risposta Castiglione del Genovesi 300 ridcompleta, alta, un giovane visibilmente commosso quasi gridò: «Essere felici!»

«Ecco è questo il punto da cui partire» disse Genovesi, e poi come se pescasse dai suoi ricordi più antichi proseguì: «Quando ero bambino per me felicità era correre tra i vicoli di Castiglione, dove sono nato, era passare un po’ di tempo nella bottega da ciabattino di mio padre. Erano gli anni tra il 1713 e il 1730. Il sommo della felicità poi era andare con gli amici a scorrazzare sulle pendici del Monna, del Montecchia, del Tubenna. E che spasso quando era stagione di castagne». Poi rivolgendosi a me continuò: «Forse è per questo che amo questo giardino. Di luoghi dove il tempo unisce passato e presente ce ne sono diversi, ma qui vedo vallate con boschi di castagneti tra i più belli d’Italia».

Antonio Genovesi si lasciò quindi andare a raccontare molti episodi della sua infanzia a Castiglione, parlò a lungo anche del padre Salvatore e della mamma Adriana Alfinito e dei loro sforzi economici per farlo studiare. Raccontò anche del suo giovanile amore per Angela Dragone («“Io ne fui preso che impallidii e tremai”, tuttavia mai ci fu un bacio o una carezza, il nostro fu amore platonico; io avevo all’incirca diciotto anni e mi stavo preparando al sacerdozio») a causa del quale venne mandato dal padre a vivere presso parenti a Buccino.

Quando poi nel 1737 fu ordinato sacerdote, si trasferì a Napoli dove perfezionò i suoi studi in filosofia (fu allievo di Giovanni battista Vico) e in teologia, diventando in seguito lui stesso insegnante.

«Ecco torniamo al nostro discorso, quello sulla felicità», disse ad un certo punto Genovesi.Castiglione del Genovesi Casa natale di Antonio Genovesi 300 rid «Negli anni in cui studiai i pensatori classici rimasi colpito da una frase di Aristotele presa dalla sua Etica Nicomachea che associava la felicità dell’uomo al suo essere sociale, al suo far parte della comunità civile[1]; lo stesso san Tommaso d’Aquino riprende questa tesi ed è su questi due pilastri che ho formulato la mia proposta di economia».

Il sacerdote di Castiglione iniziava quindi a raccontare dei fermenti ideali illuministi che circolavano in Napoli in quegli anni, le discussioni sui diritti dell’uomo, la consapevolezza che occorreva fare qualcosa, indirizzare l’economia verso un agire che tutelasse da una parte i diritti delle persone e dall’altra contribuisse ad eliminare la grande massa di poveri e vagabondi che popolavano diversi quartieri della città del Vesuvio.

«A Napoli, ma non solo ovviamente, vi erano tante persone senza lavoro», raccontava Antonio Genovesi. «Non poteva esserci una società civile a quelle condizioni sociali. Ogni persona ha diritto “di esistere, un diritto di essere quel che è, un diritto a ciascuna sua parte e facoltà e forza, un diritto di servirsi di queste sue facoltà e forze… per la sua felicità” [2]. E la felicità non si declina in solitudine ma nell’ambito della società civile. Questi furono i punti di partenza per le mie lezioni di economia civile che tenni all’università di Napoli a partire dalla metà degli anni Sessanta del Settecento».
Uno studente chiese allora cosa intendesse per società civile e Genovesi dedicò molto tempo a parlare di “virtù” civiche e di “fede pubblica”[3].

«Vedete», disse a un certo punto, «proprio grazie alla naturale inclinazione alle virtù e grazie all’educazione e al quotidiano confronto con gli altri, non solo ogni persona cercherà la propria felicità, ma poiché la società o corpo politico è formato da persone, “tutto il corpo politico e ciascun membro è nell’obbligazione di fare quanto è dalla sua parte… per la comune prosperità” [4]. Voi mi direte: “E se qualcuno non è in grado per ragioni di salute o altro di cercare la propria felicità e di conseguenza quella sociale?”. Bene, io penso che da quanto detto prima, cioè dal legame profondo che unisce tutti gli umani, discenda che trovandosi nel bisogno una persona abbia diritto di essere soccorsa e a questo diritto discende altresì “ l’obbligazione di soccorrere”… Questo diritto, che chiamasi Umanità, non è diritto di una parte degli uomini, ma comune del genere umano” [5]».

Il Castiglionese entrava poi in un complesso discorso sul lavoro e sul mercato in un’ottica mutualistica non solamente tra persone [6] ma anche tra nazioni [7].

«Quest’ottica mutualistica può sussistere se l’intera società crede nei valori, nelle virtù civiche», proseguì Antonio Genovesi. «Se non si promuove con l’educazione e la cultura la “forza diffusiva”, la ricerca del bene comune, poco per volta cresce e si afferma la “forza concentrativa”, la ricerca esclusiva del proprio bene, creando ingiustizie sociali sia nell’ordine interno di un Paese, sia a livello internazionale. Ecco perché penso sia bene parlare di economia civile, un’economia che coniuga mercato e democrazia. E questo», disse rivolgendosi a me, «vale ancor di più in questi vostri tempi che ignorano volontariamente tutte le declinazioni suscitate dal pensiero che ho cercato di esporre con le mie lezioni all’università di Napoli: pensate ai socialisti utopisti, ai liberali progressisti, ai cattolici sociali e così via. Oggi in questi vostri tempi addirittura la finanza è diventata autoreferenziale, un fine a sé e quindi ritiene di poter fare a meno della questione del Castiglione del Genovesi castagneto 300 ridsenso, del fondamento dell’umana civiltà. Questo lo vedete sotto i vostri occhi: disoccupazione, povertà, crisi ecologica, migrazioni, guerre, fondamentalismi, nazionalismi e così via. Penso che per iniziare a rigenerare le idee dell’economia civile si potrebbe, per esempio, prendere sul serio quella proposta che l’economista Luigino Bruni[8] ha fatto, ossia, di instaurare per i neolaureati in Economia un giuramento simile al “Giuramento di Ippocrate” dei medici. Tra il resto lo ha chiamato col mio nome “Il Giuramento di Genovesi” e recita così: “Nel ricevere oggi questa laurea in Economia prometto che mi impegnerò nel: a) Guardare al mercato come un insieme di opportunità di mutuo vantaggio senza discriminazioni di lingua, sesso, credo, colore della pelle, e non come una lotta né una gara dove qualcuno vince a spese di altri; b) trattare i lavoratori mai solo come un costo, né solo come un capitale o una risorsa dell’impresa; c) riconoscere nella mia pratica professionale che lavoratori, soci, colleghi, fornitori, clienti sono prima di tutto persone, e con questa dignità vorrò rispettarle, valorizzarle, onorarle; d) rapportarmi con i miei interlocutori con benevolenza, fiducia, correttezza, giustizia, magnanimità, moralità e rispetto di ogni persona, convinto/a che l’etica della persona sia anche la migliore strada per una economia buona e sostenibile; e) vivere il mio lavoro come luogo di realizzazione e contributo al Bene comune”. Certo questo non basta, occorre anche e soprattutto rigenerare la coscienza civile in tutto il corpo sociale, e allora bisogna avere il coraggio di resistere al pensiero unico dominante, il coraggio di ridare dignità alle culture oggi considerate marginali ma che hanno in sé il seme di un futuro migliore, il coraggio di difendere e fare conoscere chi opera bene, chi crea lavoro nel rispetto della dignità delle persone, chi crea mutualità e cooperazione, chi ha ancora voglia di pensare con la propria testa».

Antonio Genovesi rimase in silenzio per qualche minuto, poi si alzò e seguito dai suoi studenti si allontanò. Mentre andava si voltò e salutandomi mi disse: «Si ricordi l’homo homini lupus è un pensiero profondamente errato. L’uomo è homo homini natura amicus, l’uomo è per natura amico degli altri uomini, è un essere relazionale, è un essere votato alla felicità, alla felicità sociale».


Si ringrazia Mimmo Benivento per averci concesso alcune sue fotografie di Castiglione del Genovesi. Mimmo Benivento ama ritrarre paesaggi e particolari architettonici dal Salernitano all’Irpinia e alla Lucania, territori di grande fascino e antica storia: http://www.panoramio.com/user/6060517

Note
[1] Aristotele, Etica Nicomachea, (IX,9,1169b 7-28), 1979, pag. 398: «… sembra assurdo attribuire all’uomo felice tutti i beni e non attribuirgli gli amici, il che è generalmente ritenuto il più grande dei beni esteriori… nessuno infatti sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo; l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per sua natura a vivere insieme con gli altri».
[2] Genovesi Antonio, Lezioni di economia civile, Peschiera Borromeo (MI), 2013, pag. 20.
[3] Ibidem: «Intendo qui per virtù in generale l’accordo armonico tra le passioni e la ragione, così per riguardo a noi medesimi, come per rispetto all’affezione del ben pubblico» (pag. 38, nota 41); «Questa parola fides de’ Latini [significa] corda legame… donde sono a’ Latini fidicen, colui che suona strignendo le corde di un istrumento musico, e fidicina, se è una donna. La fede pubblica è dunque la corda che lega e stringe le persone e le famiglie di una Stato fra loro» (pag. 341, nota 121).
[4] Ibidem, pag. 30.
[5] Ibidem, pag. 23.
[6]Ibidem, pag. 183: «Il commercio…debb’esser sottoposto alle leggi del tutto e servire all’ingrandimento… della civile società. ma perché questo avvenga così, fa mestieri che egli sia ordinato al pubblico bene, non al privato».
[7] Ibidem, pag. 172. Si parla di come tra nazioni si possono scambiare beni per arricchirsi reciprocamente.
[8] Per conoscere il pensiero di L. Bruni si veda:http://www.edc-online.org/it/pubblicazioni/articoli-di/luigino-bruni.html

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