di Piero Gheddo
pubblicato sul Giornale del Popolo, 19/11/2011
“Meno male che Cristo c’è”, a firma di padre Piero Gheddo, figura storica dei missionaridel PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), è edito da Lindau e curato da Gerolamo Fazzini. Con il sottotitolo “Vangelo, sviluppo e felicità dell’uomo”,il libro traccia un percorso basato sull’importanza dell’esperienza cristiana nella critica alle teorie economiche. Anticipiamo un brano sull’economia di comunione e il commercio equo e solidale.
Come è possibile coniugare le ferree leggi dell’economia, che impongono il profitto ed esigono che «i conti tornino» con i valori indicati dal Papa? Fraternità e gratuità – apparentemente così distanti, quasi inconciliabili con il mercato – possono davvero essere incarnate nell’attività economica «ordinaria» e non solo nel mondo no-profit? In altre parole: quelle della Caritas in Veritate sono pie esortazioni, belle ma irrealizzabili, oppure esiste un «altro modo possibile» di fare economia? Rispondo con due esempi concreti ai quali la stessa enciclica accenna, seppur indirettamente.
Il primo è l’«economia di comunione », esperienza di «mercato alternativo » maturata in seno al Movimento dei Focolari. Scrive il Papa al numero 3 dell’enciclica: «Dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno e, dall’altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio digratuità come espressione di fraternità».
Ebbene, l’Economia di Comunione, che quest’anno ha festeggiato i primi vent’anni di vita (fu lanciata da Chiara Lubich nel 1991 in Brasile) punta proprio a coniugare efficienza, giustizia e fraternità. La novità principale che introduce è, a detta degli stessi promotori, «non considerare i poveri principalmente come un problema, ma come una risorsa preziosa per il bene comune». Funziona? Pare proprio di sì, se è vero che ad oggi sono almeno 800 le imprese che operano, in tutto il mondo, seguendo la logica della fraternità e della gratuità, creando ricchezza e posti di lavoro ma con un’attenzione specifica al «bene primo», ossia la persona umana.
Il secondo esempio si riferisce al commercio equo e solidale. Al numero 66, dedicato al tema della responsabilità etica del consumatore, Papa Benedetto XVI vi allude chiaramente quando scrive: «È utile inoltre favorire forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori, a condizione che si tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano solo maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione, professionalità e tecnologia». Oggi il commercio equo e solidale è una realtà economica importante a livello mondiale. Io stesso, che sovente ho polemizzato con i gruppi missionari parrocchiali che hanno abdicato all’animazione missionaria propriamente detta in favore del commercio equo e solidale, riconosco che si tratta di un fatto molto positivo, che non solo dà lavoro – secondo equità e giustizia – a tante persone, sia nel Sud del mondo che nel Nord, ma coinvolge un gran numero di volontari.
Non dimentichiamo, poi, uno dei fondatori del commercio equo è stato un prete cattolico, Frans van der Hoff, che l’ha promosso in Olanda nel 1986 insieme all’economista Nico Roozen.
| < Prec. | Succ. > |
|---|