Notiziario EdC
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
di Alberto Ferrucci
Quando giovani di varie nazioni hanno letto il loro “Messaggio al mondo” ai 1600 tra imprenditori e studiosi di 43 nazioni convenuti nel Memoriale dell’America Latina a San Paolo, in Brasile, si è colta la determinazione delle nuove generazioni a pagare di persona per applicare e diffondere la cultura di comunione del progetto EdC. Tutti noi, che da anni operiamo nel progetto, abbiamo avvertito come preziosa quella richiesta di un urgente salto di qualità, di una nuova strategia per la diffusione della cultura di comunione verso il mondo per il quale ci è stata donata.
Fino a oggi le risorse umane e finanziarie disponibili sono state spese per creare poli produttivi, per il riscatto dei poveri e per la formazione di uomini nuovi, per di più nell’ambito di quanti si sono sentiti chiamati ad aderirvi, molti vicini al Movimento dei focolari. In questi anni i nostri studiosi hanno tratto dalle esperienze di chi cercava di praticare questa cultura le riflessioni necessarie a elaborarne le fondamenta teoriche e i giovani, con le loro tesi, le hanno diffuse nelle università, attivando così un dialogo con il mondo accademico dell’economia e dello sviluppo.
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
di Luigino Bruni
Abbiamo appena concluso l’anno EdC 2010-2011 e dobbiamo riconoscere, con gratitudine, che i frutti sono stati abbondanti. Uno è molto eloquente e significativo: gli utili delle imprese EdC sono aumentati del 7,6 per cento, attestandosi attorno ai 770 mila euro, un importo, questo, che ovviamente non include le tante donazioni e condivisioni di utili che le aziende EdC praticano costantemente nel loro quotidiano.
Questo è un risultato molto positivo, considerando la crisi economica che coinvolge tutti, e non posso non esprimere un sincero e profondo grazie a tutti gli attori dell’EdC, quest’anno in modo tutto nuovo e particolare agli imprenditori, per la fedeltà, la costanza, in certi casi l’eroicità che c’è dietro a ogni utile donato, e forse ancor più a quelli non donati perché magari l’impresa attraversa difficoltà o è in perdita. Certo, non basta donare gli utili perché non ci sia «più nessun indigente»: c’è bisogno di molto di più. Ma senza questi utili donati l’EdC non esisterebbe, o quantomeno non sarebbe credibile né imitabile.
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
A San Paolo, anche se colpita dall’atmosfera soprannaturale tra tante persone di ogni parte del mondo, all’inizio non riuscivo a capire l’effettiva novità di EdC. D’accordo, essa propone di dividere gli utili in tre parti – una per i poveri, una per la formazione e una per il reinvestire in azienda –, tutte proposte già presenti nel commercio equo, nella responsabilità sociale, nella formazione continua e nelle opere sociali di molte aziende: quale, allora, la novità?
L’ho capito dopo il primo giorno. La novità sta nell’unica risposta dell’EdC a ogni domanda dell’imprenditore: «Per amare»; ma come vivere questo “amare” operando in una economia volta all’avere?
In quei giorni ho compreso che questo “amore” dovevo praticarlo prima di tutto nella mia vita di imprenditrice, rimanendo in una permanente contemplazione – proprio contemplazione – cercando che Lui abiti in me con ogni mezzo, come l’Eucaristia.
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
di Teresa Ganzon
Nel maggio 2011 si sono compiuti i vent’anni dal lancio in Brasile da parte di Chiara Lubich dell’Economia di Comunione. L’accorata sfida di Chiara alle imprese – mettersi al servizio delle persone in necessità – venne diffusa in tutto il mondo e giunse anche in Asia, dopo pochi mesi, attraverso la registrazione video del suo intervento fondativo.
Da allora l’EdC si è sviluppata, mettendo radici anzitutto nelle Filippine, grazie alla risposta di professionisti, pensionati e imprenditori, spinti dal desiderio di realizzare un sistema economico diverso, in cui l’uomo non sia solo un fattore di produzione, ma venga messo al centro dell’impresa.
Nacquero diversi tipi di aziende: da semplici lavori a uncinetto, che davano lavoro a una persona, al negozietto che sosteneva una coppia, a un’azienda di consulenza gestionale, che iniziava la propria attività con un ufficio sopra un garage; altre aziende già esistenti aderirono, come per esempio una piccola istituzione finanziaria rurale con venticinque persone e un’impresa di distribuzione.
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di Roseli Tortelli
Il 7 ottobre 2011 è una data importante per la nostra famiglia, la realizzazione di un sogno: avere qualcosa di “nostro”. L’azienda era nata nel 1990 quando Armando aveva avviato la rappresentanza commerciale di prodotti per la nutrizione medicalmente assistita, crescendo negli anni in questo settore e in quello farmaceutico. Nel 2004 il nostro fi glio più grande Lucas, pienamente coinvolto nella direzione dell’azienda, ci aveva manifestato il desiderio di “far nascere” qualcosa che fosse della famiglia Tortelli e l’idea fu quella di puntare ai prodotti nutrizionali, un settore in Brasile ancora poco esplorato. Siamo partiti con un progetto di ricerca su 14 prodotti, durato tre anni e condotto da un’équipe di tre nutrizioniste esperte. La ricerca si è svolta nei laboratori della Pontifi cia università Cattolica (Puc-PR) grazie al prof. Alvaro Cesar Camargo do Amarante, che, appena rientrato dalla Francia con un grande bagaglio di esperienza in questo campo, ci ha spalancato le porte.
Nel luglio 2007 abbiamo inaugurato al Polo Spartaco con Gabriel, il nostro secondo figlio, e Ana Paula Celes (rispettivamente all’amministrazione e alla direzione), la Prodiet Nutrizione Clinica, che, pur avendo il nostro marchio, ancora commissionava la produzione a terzi. Da allora, con un notevole lavoro di équipe, ci siamo dati da fare per trovare la collocazione migliore (rispetto alle esigenze dell’Anvisa – Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria), per produrre direttamente i nostri prodotti e completare così tutto il processo.
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di Genevieve A. M. Sanze
Se qualcuno aveva il dubbio che l’Economia di Comunione non fosse adatta ai Paesi di cultura africana, questo è stato fugato dall’esito del Congresso panafricano di Nairobi 2011, a cui hanno partecipato imprenditori, studenti e studiosi di 11 nazioni dell’Africa Sub Sahariana. Sono stati proprio gli imprenditori e i giovani a sentire la proposta EdC particolarmente adatta a loro: subito si sono impegnati a far nascere piccole attività per alleviare le sofferenze delle loro comunità e realizzare la comunione in Africa e nel mondo.
In Kenya una giovane ha subito avviato una produzione di torte e versa con fedeltà un terzo dei profi tti per i poveri e un terzo per la formazione di uomini nuovi.
In Congo l’associazione AecoMabl ha favorito l’avvio di un’azienda per la produzione di sapone, di una per il noleggio di carriole, di due commerci, uno di materiale elettrico, di una peschicoltura, di un mulino per cereali e di un negozio di prodotti di prima necessità, in un quartiere povero.
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di Ivan Vitali
Chi fosse venuto a LoppianoLab nei giorni dal 15 al 18 settembre con l’aspettativa di prendere parte a una “normale” convention, o avesse avuto aspettative anche più ambiziose, non sarebbe tornato a casa deluso: avrebbe trovato infatti un programma ricco,
relatori e docenti di prestigio, imprenditori con esperienze e storie interessanti da raccontare, momenti artistici e testimonianze di alto valore, hospitality e organizzazione sempre all’altezza della situazione.
Ma non si è trattato di una normale convention. Per chi non ha avuto modo di essere presente, non credo possibile replicare il valore e le sensazioni suscitate dall’esserne stato parte, neppure disponendo dei video di tutti gli interventi, di tutte le esposizioni, di tutte le giornate.
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di Pietro Comper
Fin da giovane, mi sono subito inserito nel campo del lavoro metalmeccanico. Mi ingegnavo a cercare il modo migliore per produrre di più e aumentare la qualità del prodotto. Nacque ben presto in me la consapevolezza che sarei stato capace di lavorare in proprio. Dopo sposati, con mia moglie Maria Pia inizia questa avventura: produzione di parti di ascensori e macchinari per una multinazionale. Il mio obiettivo era fare felice mia moglie guadagnando tanto, ma mi accorsi che questa scelta non dava la felicità. Ed ero sempre impegnato tanto che un giorno lei mi disse: «Hai sposato me o l’azienda?».
Ho capito che dovevo cambiare. Erano gli anni Ottanta, un periodo di crisi, ma pensai di creare con altri una società. Con altri soci ci saremmo divisi mansioni e avrei goduto di maggior tempo per la famiglia. Però sono caduto in un vero imbroglio e nel giro di pochi mesi la nuova azienda ha dovuto chiudere.
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di Simona Di Ciaccio
Un questionario distribuito in occasione dell’assemblea dei 20 anni dell’EdC ha dato risultati interessanti, in parte inaspettati. Delle 319 persone che hanno risposto, circa il 60 per cento sono sudamericani e il 30 per cento europei, quasi il 50 per cento donne e il 44 per cento imprenditori.
Secondo i protagonisti dell’EdC la «fraternità» è il valore che meglio esprime l’identità del progetto, più di «reciprocità», «gratuità» e «responsabilità sociale».
Tra le motivazioni che spingono gli imprenditori a aderire all’EdC – quella di «contribuire alla fraternità universale» è il fattore decisivo. Ne è convinto il 54 per cento di tutti gli intervistati e il 56 per cento degli imprenditori.
Quando si domanda qual è lo scopo dell’EdC, il 74,5 per cento degli imprenditori europei risponde: «Innestare la fraternità nelle relazioni economiche» e non soltanto «incrementare la comunione dei beni all’interno del movimento» e neanche «ridurre le disuguaglianze di reddito in una sfera più ampia». E infine: la fraternità non motiva soltanto il rischio delle decisioni dell’imprenditore, ma è il valore che orienta la sua creatività nella realizzazione di un «umanesimo nuovo, basato sulla fraternità».
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
di John Mundell
Ad ottobre 2011 delle 800 aziende EdC, 219 (il 27 per cento) erano già registrate sul sito B2B (business-tobusiness, da azienda ad azienda) (www.edc-info.org), e speriamo che presto tante altre aziende vengano a conoscenza di questa opportunità e intraprendano con noi questa avventura.
Partecipare a questa rete globale è infatti uno dei doni più grandi che le aziende EdC possono offrire una all’altra: il comune obiettivo di promuovere una società in cui nessuno sia indigente, condividendo “missione” e “visione” aziendale, creano un legame speciale tra imprese di diverse nazioni, attività e dimensioni. Rimanendo in contatto, condividendo risorse e bisogni, successi e sfide, si può vivere su scala globale una vera comunione: è una potenzialità importante offerta dalla rete, che può essere sempre più esplorata ed arricchita. Ne sono una prova i notevoli risultati ottenuti grazie al progressivo miglioramento del sito ufficiale di Economia di Comunione (www.edc-online.org), che, mettendo a disposizione sempre nuove notizie ed articoli, ha reso disponibili risorse importanti per la diffusione di EdC.
di Antonella Ferrucci
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
Sono nove le tesi che sono pervenute al nostro archivio negli ultimi mesi: quattro di primo livello (lauree triennali) e cinque di secondo livello (lauree magistrali o corsi post-laurea). Le tesi sono state tutte discusse in università italiane, con una predominanza al Sud (cinque tesi su nove) e da parte di studentesse (sette su nove). Due le tesi discusse all’Istituto universitario Sophia di Loppiano, da parte di una studentessa cilena e di una coreana.
Le site officiel de l'ÉdeC est en ligne:
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