EdC - Economia di Comunione

L'Istituto Sturzo e l'archivio delle Generatività Genius Loci organizzano il seminario di studio:

Il modello economico italiano: le ragioni di un'alba incompiuta, le ragioni per un nuovo sviluppo

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10 febbraio 2011, ore 10.00-17.30
Istituto Luigi Sturzo
Palazzo Baldassini
Via delle Coppelle 35,
Roma

Discussant invitati: Andrea Riccardi - docente di Storia, Università degli Studi di Roma Tor Vergata; Giulio Sapelli - docente di Economia, Università degli Studi di Milano

vedi invito

Intervengono: Luigino Bruni - docente di Economia, Università Milano-Bicocca e Sophia (Loppiano); Luca Bressan - docente di Teologia, Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, Milano; Pietro Cafaro - docente di Storia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; Mauro Magatti - docente di Sociologia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; Adrian Pabst - docente di Scienze Politiche e Filosofia, Università di Kent (UK);
Pier Luigi Porta - docente di Economia, Università Milano-Bicocca, Renato Ruffini - docente di Economia aziendale, Università Carlo Cattaneo - Liuc, Castellanza; Stefano Zamagni - docente di Economia, Università degli Studi di Bologna

"Ogni Paese esprime un pensiero economico che ha una sua propria inconfondibile impronta. Una impronta che dipende dalle condizioni naturali del luogo, oltre che dalla sua collocazione nel ‘concerto dei popoli"
(Giacomo Becattini)

"Oggi vogliono [i suoi rivali politici italiani] ad ogni costo darsi l’aria di aver scoperto lo Stato sociale perché hanno letto il libro di Lord Beveridge, gli articoli dell’Esprit, qualche opuscolo di Maritain …. Lo Stato sociale esisteva prima che fosse scoperto"
(Luigi Sturzo)

L’Italia è stata, come è noto, la culla della tradizione civile. Le abbazie e i monasteri sono stati i principali luoghi nei quali si è formata la cultura dell’economia mercantile e della partecipazione, da dove sono emerse le innovazioni tecniche e contabili, e anche gli statuti delle libere città italiane. L’età comunale, prima, l’Umanesimo civile, poi, hanno dato vita alla grande stagione del civile, riprendendo e sviluppando la cultura greco romana della vita civile e delle virtù. Il Settecento napoletano, veneziano, toscano e milanese, è stata un’età di grande fioritura del tema del civile, della pubblica felicità e dell’economia, che hanno fatto dell’Italia una delle patrie della scienza economica moderna. Questa tradizione civile è stata ben viva fino al Risorgimento, per conoscere poi un'eclisse di oltre un secolo, che coincide anche con la storia dell’Italia unitaria. Da che cosa dipende l’eclisse del civile in Italia? Esiste un rapporto tra lo Stato unitario e questa eclisse della tradizione civile?

Questa storia italiana è una storia di un’“alba incompiuta del Rinascimento” e dell’Umanesimo civile, che ha anche fatto sì che in Italia il vero protagonista del modello economico del XX secolo non sia stato il mercato (come in alcuni Paesi anglosassoni), ma piuttosto lo Stato (basta pensare che ad oggi la PA produce in Italia più della metà del PIL), e non certamente la società civile. Questa assenza di un civile maturo negli ultimi centocinquant’anni la ritroviamo presente anche nella realtà e nel dibattito sul cosiddetto “terzo settore” o non-profit in Italia, un tema sul quale Luigi Sturzo ha speso molte pagine e molte battaglie.

Al tempo stesso, quella tradizione umanistica e cristiana dell’economia non si è estinta nel Novecento, ma ha continuato a vivere come fiume carsico in economisti, imprenditori e operatori economici che hanno coltivato, in vari modi, un’idea di economia intesa come incivilimento, legata alla virtù civili (e non solo agli interessi), alla pubblica felicità (e non solo alla ricchezza delle nazioni), che non dimentica il ruolo delle istituzioni (senza però diventare hobbesiana). Se oggi il sistema produttivo in Italia sta tutto sommato reggendo di fronte alla crisi lo si deve soprattutto alle centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, molte delle quali a conduzione famigliare, molte localizzate in territori distrettuali, che utilizzano la creatività e la capacità relazionale tipica del genio italico per innovare e rispondere alle sfide della competizione internazionale.

Le domande del convegno
Oggi esiste un ritorno di interesse, in Italia e fuori, per la tradizione italiana dell’economia civile, e per le sue categorie fondanti quali reciprocità, relazioni, pubblica felicità, fiducia, fraternità. E’ solo un fatto contingente e quindi passeggero, o è legittimo immaginare una sua nuova fase di sviluppo? E su quali basi storiche ed empiriche?

La vocazione relazionale e comunitaria italiana, in particolare nella sua componente più mediterranea e meridiana, è solo un residuo di un mondo feudale e arretrato culturalmente, o nasconde potenzialità per una nuova stagione di sviluppo civile ed economico?

Quali sono i caratteri di un modello, civile-politico-economico, italiano capace di futuro in un contesto postmoderno?

L’unità d’Italia è stato un evento che ha avuto la sua importanza nell’eclisse della tradizione civile: un federalismo mancato può essere un’ulteriore spiegazione dell’eclisse della tradizione civile, la tradizione delle città e dei comuni? E oggi, che fare?

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