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Dalla riscoperta di valori comunitari il corretto utilizzo dei beni comuni

Economia. Come evitare che il consumo di una risorsa danneggi le future generazioni

di Vittorio Pelligra

pubblicato su Il Portico del 30/09/2012

Elinor_Ostorm_ridQuali beni sono più necessari dell’aria, dell’acqua, dei mari, dell’energia, dei boschi, di internet, della conoscenza, della fiducia? Non molti, a dire il vero. Certo, le relazioni interpersonali, contano di più, ma senza fiducia diffusa anche quelle non sono certo veicolo di sviluppo o benessere. Eppure tutti questi beni, e molti altri, come abbiamo visto nell’articolo della scorsa settimana, perché beni comuni, (commons), sono al contempo fondamentali e fragili: ogni persona nella scelta di quanto consumare è portata a considerare solo i suoi benefici individuali, senza considerare i costi sociali e per questa ragione sarà indotto ad un livello eccessivo di consumo che porterà, presto o tardi, alla dissipazione e alla distruzione del bene stesso.

Questa, in poche parole, è l’essenza della “tragedia dei beni comuni”. Il problema che ci si pone davanti quando abbiamo a che fare con risorse comuni si riferisce quindi al raggiungimento di un accordo per limitare il consumo ad un livello sostenibile, che renda massimo, cioè, il beneficio presente senza comprometterne le possibilità di utilizzazione da parte delle future generazioni.  L’importanza di tale problema è tanto maggiore in quanto questi beni stanno diventando, nella transizione dall’economia industriale a quella post-industriale, sempre più importanti e determinanti. Le principali soluzioni che sono vengono generalmente proposte ed implementate per la tutela dei beni comuni mirano a ricondurre la dimensione del “comune” (cum-munus, dono reciproco), o alla logica privatistica, o a quella statalista. Purtroppo, o per fortuna dovrei dire, i beni comuni sfuggono a entrambe queste dimensioni, quella privata del mercato, e quella pubblica dello Stato. Un esempio in tal senso ce lo fornisce il recente dibattito che si è sviluppato in Italia intorno ai referendum che avevano per oggetto proprio la gestione dei servizi pubblici locali, tra cui anche acqua e acquedotti. La discussione si è nettamente polarizzata tra i fautori della privatizzazione e quelli che ritenevano che l’acqua dovesse continuare ad essere pubblica. La dimensione del “comune” è sembrata essere totalmente assente.

Questa polarità fortemente legata a schemi ideologici del passato, secondo cui i beni comuni possono essere efficacemente gestiti o solo dai privati cui vengono ceduti dalla comunità (privatizzazione) o solamente dallo Stato attraverso le sue burocrazie, è stata in questi ultimi anni messa in discussione grazie principalmente al lavoro di Elinor Ostrom, politologa americana, prima donna a vincere un premio Nobel per l’economia, scomparsa pochi mesi fa. Il lavoro della Ostrom, basato su un mix fortemente interdisciplinare di analisi teorica, sperimentale e di minuziosa osservazione sul campo, ha evidenziato una moltitudine di esempi nei quali né la dimensione privata, né quella pubblica si rivelano adatte alla gestione di beni comuni.

Uno degli esempi più interessanti si trova nella remota regione di confine tra Russia, Cina e Mongolia che ospita pascoli sconfinati, i quali dagli anni ’80 in poi, hanno costituito un interessantissimo laboratorio per gli studiosi. Lo stesso ambiente naturale, infatti, è stato soggetto a sfruttamento attraverso tre sistemi differenti: la collettivizzazione russa, la proprietà privata in Cina e una gestione comunitaria in Mongolia.

Quello che le foto satellitari mettono in luce è una nettissima differenza nel livello di degrado del suolo tra le tre regioni. Ai confini politici dei tre stati corrispondono perfettamente differenti livelli di sfruttamento, che sono allarmanti in Russia e in Cina e mostrano un territorio molto più preservato in Mongolia. Questo e molti altri esempi hanno portato gli studiosi, sulla scia della Ostrom all’identificazione di vie modalità di gestione alternative sia al privato che al pubblico. Uno dei principali meccanismi alternativi si è rivelato essere la fondato sulla “ripetizione”. Quando tra le parti si instaura una relazione stabile e duratura, la comunità, in altre parole non è soggetta a frequenti modificazioni, appare coesa e capace di comunicare e  condividere valori di fondo, diventa razionale per tutti ridurre il consumo individuale del bene comune e astenersi dallo sfruttamento eccessivo. In queste circostanze diventa quindi più semplice passare dall’esercizio della “liberta di” a quello della “libertà per”, per le future generazioni, per l’ambiente, per uno sviluppo umano integrale e sostenibile. Naturalmente la “ripetizione” non è l’unico meccanismo cui possiamo fare ricorso per la tutela dei nostri beni comuni; molti altri ci si offrono. Ma questo sarà il tema di un prossimo articolo. 

 

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