Più grandi della colpa/13 - Non uccidere, salvare il nome, tagliare il lembo del mantello

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/04/2018

Piu grandi della colpa 13 rid«Caro male,
non ti chiedo ragioni
è questa la legge dell’ospitalità…
ti do riparo
proprio a te che mi scoperchi.
Non ti voglio bene male
ti so sapiente ti tengo d’occhio
e nido sono
di te che mi assapori
e poi sputi il nocciolo
»

Chandra Livia Candiani, Fatti vivo

Le forme del conflitto sono molte. Ogni epoca ne aggiunge di nuove, lasciando inalterate quelle ricevute in eredità. Anche la Bibbia ne conosce diverse. Il conflitto tra Caino e Abele, dove una frustrazione verticale (tra Caino e Dio che rifiutava le sue offerte) diventa violenza orizzontale (verso Abele). Il conflitto tra i fratelli maggiori e Giuseppe, dove l’invidia produce l’eliminazione dell’invidiato, venduto ai cammellieri in viaggio verso l’Egitto. O quello tra Abramo e suo nipote Lot, dovuta all’abbondanza di risorse in uno spazio comune troppo piccolo, che viene risolto per separazione, grazie alla generosità di Abramo che lascia a Lot la scelta della terra (“Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra”: Genesi 13,9).

Il conflitto tra Davide e Saul assume ancora un’altra forma. È il paradigma di quel tipico conflitto che si viene a creare tra chi, in genere più giovane, ha ricevuto una autentica chiamata a svolgere un compito e si trova di fronte ad ostacolarlo qualcuno che sta già svolgendo lo stesso compito per una chiamata ricevuta in un momento precedente, e che legge l’arrivo del nuovo come una minaccia e un messaggio funesto per la sua vocazione. Questo tipo di conflitti è particolarmente doloroso per entrambe le parti, perché è uno scontro identitario e necessario, dove ciascuno pensa di essere (perché lo è) legittimamente al suo posto. Questi conflitti si possono risolvere o prevenire solo con la resa di una delle due parti, che può assumere molte forme - paura o debolezza, o obbedienza ad una nuova voce che  ci chiama altrove. Nella maggioranza dei casi, noi non riusciamo a risolvere questi conflitti, o li risolviamo troppo tardi e con gravi danni reciproci che finiscono per peggiorarci fino a snaturarci e deformarci il cuore. Il racconto biblico della guerra tra Saul e Davide è importante anche perché ci dona un paradigma di un possibile buon accudimento di questi conflitti, così devastanti e così comuni.

Dalle caverne di Adullam David si recò nella di Moab, dove chiede al re locale di ospitare suo padre e sua madre. Moab ci evoca immediatamente Ruth e la sua storia meravigliosa. I moabiti erano amici dei giudei, e così ospitarono i genitori di Davide. Ma un altro profeta, Gad, entra in scena e dice a Davide: “‘non dovresti restare barricato sui monti! Scendi e va nella terra di Giuda’. Allora Davide scese” (Samuele 1 22,5). I libri di Samuele ci mostrano Davide amico dei sacerdoti e, soprattutto, amico dei profeti, che ascolta. Sta anche in questa capacità di ascoltare i profeti la bellezza di Davide e una spiegazione dell’amore che la Bibbia manifesta in abbondanza per questo suo re-messia.

Davide continua la sua fuga da Saul, e pone la sua tenda nel deserto di Sif. Qui lo raggiunge il suo amico Gionata, e i due rinnovano il loro ‘patto di sale’: “Non temere, gli disse Gionata, la mano di mio padre Saul non ti troverà”. E così “strinsero un patto davanti a YHWH” (23,17-18). Davide poi riparte, e si stabilisce nel deserto montagnoso di Engedi, verso il Mar Morto, dove lo attendeva un incontro decisivo.

Saul, avvertito della presenza di Davide in quelle montagne, prende tremila soldati e parte alla sua caccia. Lungo la strada, Saul entra in una grotta per fare i suoi bisogni, ma in fondo a quella stessa grotta, in una camera più interna, si trovavano, nascosti, Davide con alcuni compagni: “Gli uomini di Davide gli dissero: ‘Ecco il giorno in cui il Signore ti dice: Vedi, metto nelle tue mani il tuo nemico, trattalo come vuoi’” (24,5). I compagni di Davide si fanno interpreti della volontà di Dio e dei sentimenti dell’antico ascoltatore di questo racconto, e invitano Davide a cogliere quell’occasione di assoluta vulnerabilità di Saul (solo e di spalle) per eliminarlo. Ma Davide non considera la vox populi come vox Dei. Si avvicina a Saul, e invece di colpirlo “tagliò un lembo del mantello di Saul, senza farsene accorgere” (24,5). Non solo Davide non ascolta il consiglio dei suoi uomini, ma “si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul” (24,6). E quindi “rimproverò con parole severe i suoi uomini e non permise che si avventassero contro Saul” (24,8). E disse loro: “Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, all’unto di YHWH, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato” (24,7). Abbiamo qui un racconto complesso, narrativamente molto efficace e denso di pathos, che, tra l’altro, ci illustra quel fenomeno che Freud chiamava ‘il tabù dei dominatori’ o dell’intoccabilità del sovrano. In molte civiltà arcaiche (e non solo in quelle) il re è circondato da un divieto di ‘toccabilità’, che nasce dal profondo desiderio che hanno il popolo e i suoi eredi di ucciderlo (nel testo espresso dal consiglio dei compagni). Ma ancora più bello è quel lembo di mantello nella mano di Davide, che a chi ha seguito dall’inizio l’epopea di Saul richiama subito il lembo del mantello di Samuele che rimase nella mano di Saul quando cercava di fermare il profeta il giorno del suo ripudio.

Saul, finiti i suoi bisogni, esce dalla grotta, e lì lo raggiunge Davide con in mano il lembo tagliato del mantello. Molto bello e sincero è il dialogo tra questi due uomini. Dopo essersi prostrato di fronte a Saul, Davide gli dice: “Mi fu suggerito di ucciderti, ma io ho avuto pietà di te e ho detto: Non stenderò la mano sul mio signore, perché egli è il consacrato del Signore. Guarda, padre mio, il lembo del tuo mantello nella mia mano” (24,12). Saul risponde a Davide: “‘E' questa la tua voce, Davide figlio mio?’. Saul alzò la voce e pianse. Poi continuò verso Davide: ‘Tu sei stato più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male. Oggi mi hai dimostrato che agisci bene con me, che il Signore mi aveva messo nelle tue mani e tu non mi hai ucciso’” (25,17-19).

Ancora una volta Saul è capace di provare autentici sentimenti di pentimento, di piangere  a ‘voce alta’ per il male che sta facendo. Chiama Davide ‘figlio mio’, riconosce il suo errore e la sua cattiveria. E suscita in noi una sincera compassione e la stessa pietà di Davide. Tutta la tragica storia di Saul continua ad essere irrorata da questi fugaci ma intensi sguardi buoni del testo, che sembra voler attribuire la cattiveria di Saul allo spirito malvagio di Dio che un giorno si è impossessato del suo cuore (un modo, efficace e umanissimo, di riscattare qualcosa di questo primo triste e sfortunato re). Non appena questo spirito malvagio lo lascia, Saul torna capace di dire cose belle e buone: “Il Signore ti renda felicità per quanto hai fatto a me oggi” (24,20).

Questo grande incontro tra Saul e Davide si conclude con queste parole di Saul: “Ma tu giurami ora per il Signore che non sopprimerai la mia discendenza quando io non ci sarò più e non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre». Davide giurò a Saul.” (24,20-23). Saul sente la sua fine vicina e, come i grandi personaggi biblici, pensa  subito ai padri e ai figli. In quell’umanesimo la salvezza più importante non è la propria ma quella dei figli e quella dei padri, che sono, insieme, il nostro vero nome. In quel breve momento di lucidità spirituale Saul menziona allora il nome del padre e il nome dei figli. Non vuole che il fallimento della sua vocazione diventi anche il fallimento del passato e del futuro. Quando ci accorgiamo che la nostra vita non ha funzionato, che non è diventata quello che poteva e doveva diventare, possiamo ancora salvare qualcosa di buono e vero se proteggiamo il nome, se cerchiamo di impedire che i nostri errori e peccati contaminino la radice e le gemme, perché sappiamo che sono innocenti, e vogliamo che restino tali. In queste salvezze del nome rigeneriamo ancora i nostri figli e diventiamo padri dei nostri genitori, e qualche volte riusciamo ad ascoltare il loro ‘grazie’ che ci raggiunge nel buio dei nostri abissi, e li rischiarano. Ci sono famiglie salvate da un ultimo atto d’amore di chi aveva sbagliato ma è riuscito a salvare l’innocenza del nome.    

Dopo questo intenso incontro, Davide riprende la sua fuga. Non si arrende perché non può rinunciare alla sua vocazione. Fugge ma non rinuncia a diventare legittimo re del suo popolo. E mentre fugge, soffre e vede le cattiverie di Saul, lo rispetta, lo chiama ‘padre mio’ ‘signore mio’, lo riconosce come legittimo sovrano. E quando  potrebbe ucciderlo e così porre fine alle sue sofferenze, non lo fa. Preferisce restare nel conflitto rispetto ad una soluzione più semplice ma meno vera. E così la Bibbia ci lancia un suo ennesimo messaggio di vita: imparare ad abitare le contraddizioni, ad accudire i conflitti, a preferire una non-soluzione difficile ma più vera ad una soluzione che appare più semplice solo perché è meno vera. Accostarci in silenzio a chi ci fa del male, tagliare solo un lembo del suo mantello, e ritrovarci nella mano un umile pezzo di stoffa lacerato al posto del coltello omicida. Perché è anche restando, con lealtà e mitezza, dentro un conflitto nel quale ci siamo ritrovati senza cercarlo né volerlo, che le vocazioni maturano, quando scegliamo di usare il coltello solo per tagliare un lembo di stoffa. Ci si può salvare da certi conflitti solo ricorrendo alla forza-debole di un brandello di panno.

Davide era stato scelto e consacrato re quando era ancora un ragazzo. Un giorno divenne re, e fu il più grande di tutti. Quella lealtà costosa e generosa imparata e esibita nel conflitto con Saul lo fece diventare il re più amato, oltre le sue molte colpe. Anche dopo grandi peccati e infedeltà possiamo sperare di essere perdonati dalla vita, da Dio, dai nostri amici, dall’angelo della morte, se siamo stati capaci di rispettare un nemico posseduto da uno spirito cattivo, se non abbiamo abusato della sua vulnerabilità, se lo abbiamo chiamato ‘padre’ o ‘amico’ anche quando non lo meritava più. Se lo abbiamo fatto almeno una volta.

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