Più grandi della colpa/12 - Il mestiere di vivere s’impara mettendosi in cammino

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 08/04/2018

Piu grandi della colpa 12 rid«Da bambino, mi è capitato di guardare con simpatia e rispetto infinito il volto mezzo avvizzito di una donna su cui era come se ci fosse scritto: "di qui sono passate la vita e la realtà." Eppure viviamo, e c’è in questo qualcosa di meraviglioso. Chiamalo pure Dio, natura umana o come vuoi, ma c’è qualcosa che non so definire in un sistema anche se è molto vivo e vero, e questo per me è Dio»

Vincent Van Gogh, Lettere, 179, 193

Quando una vocazione è vera e cresce bene, agli "osanna" della folla segue puntuale il tempo della passione. Un periodo sempre cruciale, quando il disegno e il compito di quella persona iniziano a svelarsi con maggiore chiarezza, perché lo sfondo buio degli eventi ne fa risaltare i contorni luminosi. Così Davide, dopo il primo successo alla corte e nel cuore di Saul, la vittoria con Golia, il canto di gloria della donne («Saul ne ha vinti mille, Davide diecimila»), si ritrova ora costretto a fuggire e a nascondersi, perché Saul lo vuole uccidere. Il testo allora ce lo mostra fuggiasco e nomade di città in città, in continuo pericolo di vita, senza fissa dimora, vulnerabile e povero. Come Abramo, come Mosè, come Maria e Giuseppe. Anche lui arameo errante, anche lui in cerca di benevolenza e di ospitalità; come noi, come tutti, che dal giorno in cui veniamo alla luce diventiamo mendicanti di una mano buona che ci accolga e ci ospiti, e non smettiamo più di cercarla, fino alla fine.

Giunge dapprima a Mob, da un sacerdote, Ahimelek. Davide gli dà una spiegazione (falsa) del perché si è recato da lui, e poi gli chiede "cinque pani" (un numero e un cibo che ci parlano subito). Ahimelek gli risponde: «Non ho sottomano pani comuni, ho solo pani sacri» (1 Samuele 21,5). Il pane consacrato del santuario era un pane rituale. Davide riesce a persuadere Ahimelek, riceve e mangia con i suoi uomini quei "pani dell’offerta", che secondo la Legge potevano essere consumati soltanto dai sacerdoti. Ecco perché i vangeli sinottici citano questo episodio quando, di sabato, Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli si misero a cogliere le spighe. E dopo aver citato Davide, Gesù conclude: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!» (Marco 2, 27). Davide era nel bisogno, aveva fame, e la fame viene prima della Legge, nella Bibbia e nella vita. Nessun precetto religioso, economico o politico può giustificare la negazione del pane a chi ha fame. E quando il pane (e il lavoro) sono negati in nome della legge, di ogni legge, e si lascia l’uomo senza pane, si nega la Bibbia, la fede, e ancora prima si nega la legge del pane che è la prima legge della vita: se in casa c’è pane e un uomo affamato me lo chiede, io glielo devo donare, anche se non può pagarlo, anche se non può darmi niente in cambio, anche se è pane sacro, perché niente è più sacro e santo di un uomo affamato. La Bibbia è anche una storia del pane, dalla manna all’ultima cena, ed è una storia del dono. Il pane segna simbolicamente (quindi profondamente) anche l’inizio dell’odissea di Davide, che ci viene mostrato innanzitutto come un uomo affamato, che ha bisogno di pane.

È con questi sguardi larghi e buoni sulla condizione umana elementare che la Bibbia riesce a "vedere" i tanti uomini e le tante donne che ogni giorno continuano ad avere fame e che, come Davide, devono ricorrere a stratagemmi e a bugie per non morire – spesso senza riuscirci. Sono questi sguardi che fanno della Bibbia il grande libro amico dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo, di tutte le donne e di tutti gli uomini. Non va mai dimenticato che la Bibbia prima di parlarci bene di Dio ci parla bene dell’uomo, lo bene-dice. E così lo incontra nella sua vulnerabilità e limitatezza, perché sa che è solo dentro quell’infinitamente piccolo che si possono toccare l’infinitamente grande e il suo mistero. Davide è anche disarmato, e col pane chiede al sacerdote un’arma. Con una ulteriore serie di bugie, riceve la lancia di Golia, che in quel tempio era custodita (21,10). Davide si mostra scaltro e spregiudicato, tanto che per salvarsi ricorre sistematicamente alla bugia. Le menzogne e le mezze verità non lo fanno però uscire dalla grazia di YHWH, che continua ad assisterlo, benedirlo, proteggerlo. La Bibbia, che ha una stima infinita per la capacità performativa della parola e che, nell’epoca delle continue smentite, di tutti i patti trasformati in contratti e delle fake news, continua a ricordarci l’importanza e la dignità delle parole nella vita, non ha paura di inserire nelle fondamenta del suo umanesimo anche delle bugie, dette dai suoi personaggi che ama e guarda con occhio benevolo (Abramo, Giacobbe, Mical, Gionata, Davide, Pietro...). Dire bugie è un’altra espressione della "povertà" e vulnerabilità di Davide, della sua umanità, e della nostra. È la risposta naturale ad un’altra forma di indigenza. Quelle di Davide sono le bugie dell’uomo povero, impaurito, inerme e affamato. Le bugie allora non sono tutte uguali. Quella del serpente, quella di Caino e quelle dei falsi profeti, sono sempre e solo male e quindi sono condannate dalla Bibbia, e da noi. Ma come la violazione della legge sul pane consacrato, queste bugie di Davide sono al servizio della vita.

La Bibbia non è un trattato di etica, non è un manuale di virtù civili. È molto di più. È il libro della vita, è un canto all’uomo vivente e alla terra che è la prima casa degli angeli di Elohim, che non vengono a visitarci perché siamo buoni e religiosamente perfetti ma perché sono attratti dalla nostra imperfezione quando è accompagnata da un cuore buono. La biblica sincerità del cuore è soprattutto legata alla capacità di pentirsi e di soffrire per il male fatto (Davide si pentirà per le bugie dette a quel sacerdote: 22,22), è quella benedizione che ci raggiunge nell’anima e ci sorprende quando ormai eravamo certi che la purezza l’avevamo persa per sempre. Poco prima, in un altro racconto della sua fuga, a Naiot erano stati i profeti a salvare Davide, prima dagli uomini inviati da Saul e poi dal re stesso. Saul viene così in contatto con la comunità di profeti vicina a Samuele, è "contagiato" dall’entusiasmo profetico, e cade in una sorta di esaltazione mistica: «Allora Saul si tolse le vesti di dosso, e stette anche lui in estasi profetica al cospetto di Samuele così che cadde a terra e giacque nudo tutto quel giorno e tutta la notte» (19,24). Un episodio misterioso e ambivalente, di certo suggestivo e affascinante, eco di una antica tradizione locale. Saul, ormai abbandonato dallo spirito buono e sempre più in balìa dello spirito cattivo e dei propri fantasmi, avviato inesorabilmente verso la sua fine, a contatto con quella comunità di profeti rivive qualcosa di molto simile all’entusiasmo profetico del giorno della sua vocazione, quando da Samuele ricevette l’unzione a re, e «YHWH tramutò il suo cuore in un altro» (10,9).

È molto umana e piena di pietas questa nudità di Saul, questo suo cadere stordito a terra e restarci per un giorno e una notte interi. Forse, ritrovandosi a contatto con lo spirito che aveva sentito vivo e meraviglioso in quel primo giorno benedetto, qualcosa lo scuote dentro, lo percuote, lo abbatte. Come accade a chi, quando ormai la vita lo ha condotto su sentieri dove ha smarrito la voce e la luce di quel primo lontano incontro, un giorno si imbatte casualmente con la sua prima comunità, o riascolta una vecchia canzone, rivede una foto, o torna in quel luogo dove ricevette una chiamata vera (come vera era stata quella di Saul). E dentro l’anima lo sconvolge un vento di emozioni fortissimo, lo turba e lo travolge, e lo invade una commozione profonda fatta di una nostalgia immensa per qualcosa di bellissimo che sa di aver perso per sempre – grazie a Dio, diversamente da Saul, qualche volta quei grandi pianti e quelle lunghe ore trascorse storditi a terra, sono l’inizio di una fase nuova e splendida della vita. Con l’aiuto dei profeti e dei sacerdoti, Davide si salva e continua il suo viaggio fuggiasco. Arriva a Gat, una città filistea. Viene riconosciuto, e per salvarsi «si comportò come un pazzo furioso sotto la loro mano e si mise a picchiare contro i battenti della porta della città, così che la bava gli colava lungo la barba» (21,14). Il capo di Gat, Akish, dice ai suoi servi: «Ecco guardate, un pazzo. Perché me lo portate davanti? Non ho già abbastanza matti perché voi me ne portiate un altro?» (21,15-16). Davide si spaccia per pazzo, come Ulisse. Continua a lottare e a simulare, per vivere.

Da Gat giunge poi in una regione con molte grotte: Adullam. Lì lo raggiungono i suoi familiari, che ormai non si sentivano più sicuri a Betlemme. Attorno a Davide «si raccolsero uomini onesti finiti nei guai, e anche uomini di ogni tipo, perseguitati dai creditori, e altri uomini che erano soltanto scontenti. E lui divenne il loro capitano» (22,2). È molto bella la descrizione di questa comunità che si forma attorno a Davide. Ricorda gli ebrei che lasciarono l’Egitto con Mosè, le folle che seguivano Gesù in Palestina, le prime chiese cristiane, il primo movimento monacale, gli ordini mendicanti, e le tante comunità che cercavano e cercano un liberatore per sognare un’altra vita. Persone oneste e oppresse, debitori insolventi che fuggivano dal carcere e dalla schiavitù, ed altri semplicemente scontenti. Tutti poveri, perseguitati, oppressi. Il popolo delle beatitudini. Le comunità vere, quelle capaci di riconoscere i Davide e iniziare riscatti sociali e autentiche rivoluzioni, sono sempre così: meticce, promiscue, biodiversificate, eterogenee, fatte di persone spinte da motivazioni molto diverse, che si curano e migliorano ’toccandosi’. Ed è così che restano vive e feconde. Quando invece le comunità iniziano a suddividersi e segmentarsi in comunità di onesti, comunità di insolventi e comunità di scontenti-e-basta, perdono forza profetica, generatività e capacità di cambiamento. E i debitori finiscono schiavi, gli scontenti si arrendono, gli onesti diventano troppo simili agli operai della prima ora e al fratello maggiore del figliol prodigo. Le comunità di diversi che diventano comunità di simili si impoveriscono, e presto si spengono. Davide continua il suo cammino per le strade pericolose della Palestina, affamato, bugiardo e impaurito, in compagnia di gente normale e imperfetta, come lui, come noi. Il giovane eletto, affascinante e amabile, impara il mestiere del vivere sperimentando la fragilità e la vulnerabilità della condizione umana. Come noi, come tutti.

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