Più grandi della colpa/4 - Dio onnipotente e sconfitto insegna la fede che cambia tutto

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/02/2018

Piu grandi della colpa 04 rid«Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.»

Alda Merini, La Terra Santa

«In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei» (4,1b). Dopo la grandiosa splendida notte della vocazione di Samuele, cambia la scena, e su Israele soffiano i venti di guerra. Compare un popolo già noto a Israele, che lo accompagnerà e combatterà per molti secoli, i filistei, un antico popolo del mare, che esercitò il predominio politico e culturale sull’intera regione, associandola al suo nome (Palestina, Philistia: la terra dei filistei). Cambia la scena, forse anche la mano del narratore, ma permangono alcuni elementi di continuità. Tra questi Eli, i suoi figli, e soprattutto l’Arca.

Samuele, dice il testo (cap.3,3), dormiva accanto all’arca nel tempio di Silo. Non è facile comprendere per noi lettori di oggi che cosa fosse veramente l’Arca dell’Alleanza, fatta costruire da Mosè durante l’Esodo su esplicito comando del Signore. Era una piccola cassa, ricoperta d’oro, contenente le Tavole della Legge. Durante le peregrinazioni nel deserto veniva trasportata coperta da un telo. Quando il popolo si accampava, l’Arca veniva posta sotto una tenda (la "tenda del convegno"). Sopra l’arca, YHWH parlava bocca-a-bocca con Mosè: «Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te» (Esodo 25,22). Quella piccola cassa mobile era sacramento della Legge, testimonianza dei dialoghi unici e straordinari di Mosè con la voce, memoriale dell’Alleanza delle dodici tribù con il loro Dio diverso.

Per l’uomo antico le cose visibili erano sempre sacramento dell’invisibile. L’Arca dell’Alleanza lo era ancora di più, perché per gli israeliti era la cosa più sacra che c’era sulla terra, custodita nel sancta sanctorum del tempio di Silo e poi in quello di Gerusalemme. Al tempo stesso, l’Arca era anche la realtà che più confinava con quegli idoli di legno o d’oro, odiatissimi dalla Bibbia e dai profeti. Somigliava molto ai baldacchini e ai sarcofagi che gli egiziani e i popoli cananei portavano in processione nelle feste sacre. Il Dio di Israele, YHWH, si era rivelato ai loro patriarchi e a Mosè come un Dio veramente diverso, ma il popolo scelto da quel Dio diverso era molto simile agli altri popoli circostanti, al loro bisogno di toccare, vedere gli dèi, usare magicamente la divinità per propiziare nascite e raccolti, per sconfiggere malattie e nemici. L’Arca si poneva allora al confine tra vecchio e nuovo, e come tutti i confini e tutte le soglie era estremamente pericolosa, vulnerabile e porosa. Dalla Bibbia (e dalla vita) sappiamo che si passa facilmente da un terreno all’altro, se sul confine non sono operanti e vigili le sentinelle. I profeti sono le sentinelle della soglia che separa la religione dall’idolatria, custodi preziosissimi soprattutto per gli uomini religiosi che sono i primi a essere esposti all’attraversamento del confine. Senza i profeti finiamo inevitabilmente per trasformare le fedi in idolatrie, anche quando chiamiamo gli idoli con i nomi di YHWH o di Gesù. Perché, come per l’Arca che fu costruita su indicazione di Dio, a trasformarsi in idoli sono le realtà più sacre che riceviamo in dono, e senza i profeti è quasi impossibile capire la loro metamorfosi da dono in idolo. Non sorprende allora che l’inizio della nuova era profetica in Israele inaugurata dalla vocazione di Samuele sia accompagnato da una grande crisi dell’Arca dell’Alleanza.

Nella prima battaglia con i filistei, Israele riporta una pesante sconfitta: «Israele fu sconfitto di fronte ai Filistei, e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini» (4,2). La disfatta viene letta come fatto teologico («perché ci ha sconfitti il Signore»: 4,3), e gli anziani propongono la loro soluzione: «Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici» (4,3). Prelevano quindi l’arca dal tempio, e la portano nel campo di battaglia, accompagnata dai due figli di Eli, sacerdoti (corrotti) del tempio di Silo dove era custodita l’Arca. Portando l’Arca in battaglia si comportano esattamente come gli altri popoli, che scendevano in campo con le statue dei loro dèi guerrieri. Annunciano un Dio diverso, ma si comportano come i loro nemici idolatrici. L’arrivo dell’arca nell’agone della battaglia fu infatti accolto con grandi urla e terrore, su entrambi i fronti combattenti, scene analoghe a quelle che, purtroppo, ancora si vedono in molte guerre tribali. Ma quando «i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto. (…) La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero trentamila fanti. In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono» (4,10).

La presenza dell’Arca non evitò una sconfitta ancora più devastante, l’arca presa dal nemico, i figli di Eli caduti in battaglia. La notizia giunge a Silo, fino al vecchio Eli, che muore di crepacuore alla notizia della morte dei suoi due figli in battaglia e della cattura dell’Arca («Eli cadde all’indietro dal seggio sul lato della porta, si ruppe la nuca e morì»: 4,18). Allo stesso annuncio, muore anche sua nuora («s’accasciò e, colta dalle doglie, partorì»: 4,19).

La sconfitta e la cattura dell’Arca rappresentano allora non solo una vicenda militare ma l’alba di una nuova epoca religiosa quindi umana: la separazione di Dio dalle cose, il santo dal sacro, la religione dalla magia. Un processo lunghissimo che accompagna l’intera Bibbia, la storia della Chiesa, e la storia di ciascun credente (religioso o laico). La sconfitta dell’Arca fu analoga, per significato e tragicità, alla conquista babilonese del 587 a.C., una immane tragedia ma anche l’inizio di una nuova fede che insegnò al popolo a pregare senza tempio e a credere in un Dio onnipotente e sconfitto.

L’Arca viene posta dai filistei nel tempio accanto alla statua del loro dio principale: Dagon. Il giorno seguente i filistei trovano Dagon caduto faccia a terra. Lo rialzano, ma l’indomani quando ritornano nel tempio vedono la statua di Dagon ancora a terra. Ma questa volta si era spezzata, e la testa e le mani avevano raggiunto la soglia del tempio: «Per questo i sacerdoti di Dagon e quanti entrano nel tempio... non calpestano la soglia di Dagon ancora oggi» (5,5). I frantumi di Dagon avevano toccato la soglia, contaminandola. Una scena che ci porta in presa diretta in quel mondo religioso arcaico, dentro la "cultura della soglia" che separava il sacro dal profano, un sacro indistinto che si mescolava sempre con il tremendum. Un mondo sacrale-magico che toccava e in buona parte abbracciava anche Israele, in questi primi secoli della sua storia.

Tra i tanti elementi di questi interessanti capitoli ricchi di dettagli narrativi, alcuni molto preziosi per le informazioni religiose, antropologiche e storiche che ci consegnano, colpisce il racconto delle strane offerte con cui i filistei corredano la restituzione dell’Arca.

La cattura dell’Arca si rivelò una sventura per i filistei. Emorroidi (o peste bubbonica) e invasioni di topi (che credevano fossero i veicoli della peste) infestarono le città nelle quali l’Arca fu collocata in quei mesi, nuove piaghe d’Egitto. Finché il popolo a gran voce chiese ai suoi capi che l’Arca fosse restituita agli ebrei: «Mandate via l’arca del Dio d’Israele! Ritorni alla sua sede» (5,11). Per sperare nella cessazione delle calamità, non era però sufficiente restituire la "nuda proprietà" dell’Arca: in quel mondo antico c’era bisogno anche di doni, di offerte, per accompagnare il ritorno dell’Arca. Ma quali? I filistei convocarono i loro indovini e maghi, e questi risposero: «Cinque emorroidi d’oro e cinque topi d’oro» (6,4). Si ricorre così a un principio omeopatico (i simili si curano coi simili), che ritroviamo anche nel noto episodio del libro dei Numeri, quando YHWH disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo essere stato morso dal serpente lo guarderà resterà in vita» (21,8). Anche in quell’episodio il confine tra magia e religione è labile e poroso, e quel serpente di bronzo era molto, troppo simile a quelli che il popolo aveva visto nei culti egizi.

Queste antiche pratiche di dono omeopatico volevano immunizzare da un male utilizzando, simbolicamente, lo stesso male – come due negatività che moltiplicate diventano positive. Tra le tante tracce arcaiche e idolatriche che stanno tornando forti ed operanti nel capitalismo del nostro tempo, questa del dono omeopatico come meccanismo di immunizzazione è particolarmente potente e rilevante, e non solo nell’ambito economico. Come quei filistei che donando cinque bubboni e cinque topi pensavano di immunizzarsi dal grande male della peste, analogamente le grandi istituzioni capitalistiche tentano di immunizzarsi dal grande male del dono vero (che avrebbe la forza sovversiva per farle implodere, se lasciato libero di agire dentro le relazioni) immettendo nel sistema minuscole dosi di dono, che riproducono il dono vero, e sono più luccicanti. Gadget, saldi, donazioni a istituzioni filantropiche, ma anche incentivi e premi, sono i nuovi bubboni e topi "donati" per tentare di allontanare la peste. E come per i filistei, per ora questa pratica magica immunizzante sembra funzionare molto bene nel nostro sistema del dono omeopatico.

I capitoli di questo primo ciclo dell’Arca sono tutti impregnati da elementi delle religioni arcaiche e magiche (in Israele e tra i filistei). Ma su tutto più forte è l’inizio di una nuova era religiosa e quindi antropologica e sociale. Israele, dopo i sette mesi di assenza dell’Arca, si riapproprierà dell’arca, la terrà con sé fino alla distruzione babilonese di Gerusalemme (quando scomparirà), continuerà il suo rapporto ambivalente con essa. Ma quei sette mesi di fede nel "Dio dell’arca senza l’arca di Dio" aveva cambiato la natura di quella Arca, di quella fede, di quel Dio, di quell’uomo. Fu un esercizio religioso ed etico di quella nuova fede in un Dio veramente diverso, caparra dell’esperienza dell’esilio babilonese dove, senza tempio, quella fede giungerà a una maturazione tale da generare molti di quei capolavori letterari, teologici e antropologici che compongono la Bibbia. Senza l’esperienza concreta di un Dio sconfitto insieme al suo popolo, di una fede tenace che non muore pur perdendo prima l’Arca poi il tempio, non si sarebbero mai scritti il Canto del servo, il libro di Geremia, molti salmi, né avremmo il dialogo di Gesù con la samaritana. Come noi, che scriviamo i capitoli più belli della nostra vita quando continuiamo a credere all’amore di chi non riusciamo più a toccare nell’anima, e che il giorno in cui finalmente scopriremo che la nostra terra è veramente senza Arca e senza tempio, avremo semplicemente imparato ad amare la vita "in spirito e verità".

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