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Evitare la fuga di capitali e persone

La politica della sfida non spaventa solo gli investitori esteri. Perché un rilancio economico sia possibile occorre conquistare anche la fiducia degli italiani. Un contributo al dibattito.

Di Benedetto Gui

Pubblicato su Città Nuova il 22/10/2018

Di Maio Tria CN2 rid«La finanza internazionale è ingiusta. Se aumentiamo il deficit pubblico sale lo spread? Non importa, li sfideremo tutti!». Sento o leggo troppo spesso con sconcerto affermazioni di questo tipo, postate su Facebook o, peggio, pronunciate da esponenti politici. Se il sindaco non ha voluto mettere un semaforo per rallentare il traffico in un attraversamento pericoloso, vorrei che nessuno seguisse la stessa logica autolesionistica: «Per mostrare che non mi piego a quel corrotto, io la mattina con i bambini attraverso la strada proprio lì».

Ragazzi, una cosa è spingere per istituzioni finanziarie meno influenzate da poche agenzie di rating, o per una gestione più solidale del debito pubblico tra i Paesi dell’Unione, cose che vorremmo veder realizzate in un futuro che ci auguriamo più vicino possibile. Ma che per mostrare la propria opposizione alle attuali regole del gioco qualcuno metta a repentaglio il futuro di milioni di italiani – giovani, anziani, uomini, donne, bambini – beh questa è tutt’altra cosa! Tornando al genitore anti-sindaco di cui sopra, penso che se si vantasse del rischio che sta facendo correre volontariamente a quei poveri innocenti, presto gli toglierebbero la patria potestà.

Davvero non capiscono i nostri governanti i meccanismi che stanno mettendo in moto? Si inveisce contro i mercati finanziari che ci prestano i soldi; si insultano i leader politici di paesi amici e quelli dell’Unione Europea; si deridono le regole prudenziali di bilancio; si teorizza che l’importante non è la sostenibilità della manovra, ma mantenere promesse chiaramente elettoralistiche. Che a questo punto gli gnomi della finanza internazionale non saranno entusiasti di puntare sul nostro Paese è dire un’ovvietà. «Ma ci restano gli italiani, che hanno molti soldi da parte – si obietta. – E il popolo ci segue». Finora effettivamente sembra che la maggioranza degli elettori approvi. Supponiamo anche che siano due terzi. Non bastano!

Per evitare che il debito pubblico vada fuori controllo, la manovra del governo ha bisogno di una forte accelerazione degli investimenti e della produzione di reddito, che porta “automaticamente” un maggior introito fiscale, senza bisogno di aumentare le aliquote. Ma questa aspettativa diventa una pericolosa illusione nel momento in cui le parole e i fatti del governo riescono a spaventare, non solo gli investitori internazionali, ma anche il restante terzo degli italiani, quelli che ai loro bambini quella strada non vorrebbero proprio farla attraversare.

Chi intuisce il pericolo, anziché investire sul proprio futuro qui, inizierà a cercare di salvarsi, e in un mondo mobile e globalizzato come quello in cui siamo immersi gli effetti di ciò potrebbero essere veloci e pesanti. Quando un’azienda prende una brutta china, i soci più lungimiranti e i lavoratori migliori, quelli con più proposte da parte di altre aziende, cominciano a studiare una via di fuga.

E così già sta avvenendo nell’azienda Italia. Continuo ad incontrare persone che si chiedono se tenere ancora qui i propri risparmi, o se sia meglio stabilire altrove la propria attività, o dove immaginare una prospettiva per i propri figli. Non è un bel segnale. Sarebbe bene che nell’attuale maggioranza qualcuno iniziasse a preoccuparsene oggi, per non ritrovarsi poi domani a votare chiusure delle frontiere o altri provvedimenti illiberali, tragico destino di molte avventure economico/politiche.

Basterebbe che gli eletti si ricordassero di essere lì al servizio di tutto il Paese, e non solo dei propri elettori più infervorati o di quelli dei partiti alleati. Così facendo, l’allarmante situazione in cui ci troviamo risulterà meglio illuminata nella sua interezza, incluse le vie di uscita che ancora rimangono.

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