Agorà, Economia - Un recensione all'ultimo libro di  Robert Sugden

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 08/11/2018

Spintarella Avvenire rid«Calcolate e non pensate». Fu questo l’invito che Benedetto Croce rivolse agli economisti, forse perché deluso dall’esito che ebbero i suoi due principali dialoghi con i grandi economisti della sua generazione, Vilfredo Pareto e Luigi Einaudi. In realtà, gli economisti, soprattutto quelli più bravi, hanno sempre pensato, anche se non tutti hanno pensato in profondità, e anche se quasi tutti hanno pensato sotto l’influsso, o l’impero, di una qualche ideologia.

Tra gli economisti che hanno pensato e pensano in profondità l’economia e la società c’è l’inglese Robert Sugden, che ha appena pubblicato un libro che rappresenta davvero la summa di oltre quarant’anni di pensiero originale e fecondo e di una concezione del mestiere dell’economista come impegno etico e rigore scientifico. Col passare del tempo è progressivamente andato oltre i confini dell’economia, offrendo così un’ulteriore dimostrazione della verità dell’antico adagio: «un economista che è solo economista è un cattivo economista».

Al centro della sistema teorico di Sugden ci sono la natura e la funzione del mercato e dell’economia, che sono contenute in una espressione di J.S. Mill scelta come titolo del suo libro edito dalla Oxford University Press: The community of advantage (“ La comunità del vantaggio”). Il mercato è un fitto network di rapporti di mutuo vantaggio, che è tanto più ricco quanto più le persone sono diverse tra di loro. Nella sua opera Sugden ha cercato di dimostrare che la pietra angolare dell’economia di mercato non è l’interesse personale, come invece pensavano Adam Smith e quasi tutti gli economisti moderni, né la ricerca del bene comune, ma il mutuo vantaggio tra gli individui coinvolti nello scambio. In una retorica che oggi usa sempre più il linguaggio sportivo (o militare) per presentare il mercato come gara o lotta, Sugden ci ricorda l’antica idea che il mercato è la più grande forma di cooperazione che ogni giorno gli esseri umani sono capaci di realizzare su tutto il pianeta.

Sugden sa molto bene che nei mercati reali gli esseri umani nel fare le scelte di mercato commettono errori, sono soggetti a false rappresentazioni della realtà, si fanno del male con acquisti insani, che la parte più esperta nel contratto può usare (e usa) a proprio vantaggio le maggiori informazioni che possiede, e molto altro ancora. Ma lo scopo di questo libro è proprio la dimostrazione, filosofica ed economica, che anche quando scambiamo e facciamo degli errori cognitivi, la visione del mercato come mutuo vantaggio è eticamente superiore alle altre teorie del mercato (e del non mercato), perché prende più sul serio la sovranità della persona sulle proprie scelte, e la difende da ogni forma di potere che vorrebbe prendere il suo posto, per il “suo bene” – un tema oggi più che mai attuale, in una stagione di grande ritorno di paternalismo soprattutto in politica.

Tra le visioni concorrenti con la sua, Sugden dedica molta attenzione alla cosiddetta teoria del Nudge (spintarella), anche perché è quella che oggi raccoglie i maggiori consensi tra gli economisti che cercano di “moralizzare” l’economia, e che lo scorso anno ha guadagnato il premio Nobel a uno dei suoi principali esponenti (Richard Thaler). La teoria del Nudge parte dall’ipotesi che gli esseri umani commettono errori sistematici, perché le scelte non esprimono le loro vere preferenze, ma sono espressioni di mancanza di autocontrollo, di deformazioni cognitive, di credenze sbagliate e di informazioni scorrette. E quindi un pianificatore sociale o il politico benevolente deve sapere questo e quindi aiutarci, paternalisticamente, a compiere scelte che si avvicinino alle nostre vere preferenze, a fare quello che faremmo se non fossimo condizionati dal contesto, avessimo autocontrollo e fossimo ben informati.

Una teoria affascinante, e anche per questo suo fascino immediato raccoglie molto successo, e inizia a essere applicata nel disegno delle istituzioni economiche e politiche. Ci sono Thaler e i suoi colleghi dietro il cambiamento dei cosiddetti default dei menu nei ristoranti o nel display degli dolci nei supermercati: poiché le persone consumano troppi snakes perché non riescono a resistere alla tentazione, se si aumenta il “costo psicologico” di trovare i dolci (perché messi in una pagina nascosta del menù o in scaffali meno alla portata di mano e non accanto alla cassa), le persone si fanno meno male e il loro benessere aumenta. Uno degli aspetti più interessanti del modo di fare teoria di Sugden è la sua capacità narrativa, tramite la quale rende complicato ciò che appare semplice e non controverso. Anche questo libro è costellato di molte storie, fatti stilizzati, di situazioni verosimili e soprattutto quotidiane.

Una di queste storielle, scritta allo scopo di criticare il paternalismo del Nudge che, nonostante l’aggettivo che gli autori vi mettono vicino (“paternalismo liberale”) resta per Sugden troppo poco liberale, è quella di Jane, una ragazza molto in sovrappeso che quando arriva in caffetteria sceglie di mangiare bignè, nonostante che gli amici, i genitori e il dietologo continuino a ripeterle di non mangiarli. Scrive: «Quali possono essere le ragioni per il suo consumo di dolci? Supponiamo che Jane debba rispondere ad un questionario dove indicare quale tra le seguenti sette ragioni è quella che più la spinge a comprare dolci, nonostante il parere contrario degli esperti: (a) Mi piace molto mangiare dolci e cibi grassi, e il pensiero di vivere qualche anno in più da vecchia ora non mi attira affatto; (b) quando sarò più grande seguirò una dieta più sana, quindi il mio mangiare corrente non è un problema; (c) Il consiglio degli esperti si basa su standard non realistici. La maggior parte delle persone che conosco mangia tanto zucchero quanto ne mangio io; (d) Il parere degli esperti di alimentazione cambia spesso; tra qualche tempo magari gli esperti raccomanderanno diete caloriche; (e) I miei nonni erano magri ma sono morti relativamente giovani, è quindi probabile che anche io morirò giovane, indipendentemente da cosa mangio; (f) qualsiasi cosa mangio mi va in ciccia, quindi per il mio metabolismo non c’è verso di mangiare bene; (g) Tutte le volte vado in pasticceria determinata a non mangiare dolci, ma appena vedo una pasta alla crema lì di fronte non riesco a resistere alla tentazione».

La risposta (g) è quella su cui si basa la teoria del Nudge, che quindi ha una sua base empirica – e tutti sappiamo che è una spiegazione molto forte, nel cibo, nel fumo, nell’azzardo. Ma sappiamo anche che la psicologia umana è più complicata e sviluppa ragionamenti per aggirare molti ostacoli, come la convinzione che “io sono diverso dalla media”, quindi i dati scientifici “funzionano per gli altri ma non per me”, e molti altri ancora. E quindi Sugden così commenta: «La mia ipotesi, basata sulla mia propria esperienza sociale e anche su una conoscenza scientifica generale dei meccanismi psicologici che sono dietro alle scelte, è che le opzioni (a),(b),(c),(d),(e),(f) sono molto più comuni della risposta (g)».

Sugden sa molto bene che le dipendenze esistono davvero, e che alcune scelte ispirate al Nudge producono buoni risultati in termini di analisi costi-benefici; come sa che il mangiar molti dolci produce, in media, malattie croniche che generano molti costi per la società. La sua è una critica più radicale e più sottile, che nasce da un postulato valoriale: la libertà di scelta di Jane è più importante di quanto i pianificatori benevolenti pensino, perché anche chi fa delle scelte “per il nostro bene” in realtà, anche se in buona fede, non sta facendo altro che imporci o quantomeno forzarci ad accettare la sua idea di bene.

La sua critica parte dunque dall’ipotesi che tranne il soggetto che sceglie, nessun altro ha una legittimità etica per dire a una persona adulta che cosa è bene o meglio per lui o lei; e quando lo fa, tratta le persone adulte come bambini. La prospettiva imparziale invocata dagli autori del Nudge, in realtà per Sugden non può che essere la prospettiva parziale di chi in quel momento storico sta implementando una data politica, anche in nome della maggioranza. Infatti la critica di Sugden arriva fino a contestare una concezione della democrazia che fonda le sue scelte sulle preferenze medie della maggioranza. Come non condivide la visione di A. Sen, che Sugden annovera tra i paternalisti, anche se con ragioni diverse di quelle del Nudge, che considera degne di valore solo le credenze individuali che abbiano una legittimità oggettiva, superando uno “scrutinio ragionato” nel dibattito pubblico. L’unico “scrutinio ragionato” delle scelte di una persona adulta che Sugden ritiene compatibile con la democrazia è quello che svolge quella persona concreta, con le tutte le sue debolezze, errori e fragilità.

Questo discorso antipaternalista diventa ancora più rilevante se lasciamo la pasticceria e pensiamo a scelte su ambiti ancora più rilevanti per la democrazia (senza trascurare il valore civile delle pasticcerie e delle bombe alla crema). Pensiamo a una società che applichi il Nudge anche per beni spirituali e religiosi. Il sentire comune si convince, per esempio, che leggere la religione cristiana e leggere la Bibbia producano malessere nelle persone, anche se alcune continuano a leggerla per errori cognitivi o per ignoranza, nonostante il parere di “esperti”. E quindi, per esempio, si aumenta la tassazione dei libri che parlano di religione, si nascondono negli scaffali più remoti delle librerie, e si fa di tutto perché le persone, che non hanno sufficiente autonomia decisionale e self-control nei confronti delle false credenze, non li leggano o li leggono di meno. Uno scenario, in realtà, non troppo inverosimile.

La visione della democrazia che Sugden propone è radicale, ma quando protegge la persona da ingerenze più alte e paternaliste, è in sintonia con il principio di sussidiarietà e con la filosofia personalista. Certo, la sua è una democrazia fragile e imperfetta, che ci dice che se vogliamo che qualcuno non faccia domani nudging nei confronti delle cose che noi amiamo, noi dobbiamo accettare che nella vita democratica ci siano scelte che noi non faremo mai e che magari detestiamo. Il “prezzo” da pagare per poter essere liberi di comprare e leggere la Bibbia è accettare che altra gente compri e legga libri che ci danno fastidio. I beni scambiati nei mercati democratici sono maggiori di quelli che noi consideriamo etici e buoni.

Ci sono alcune domande che devono essere rivolte a un pensiero elaborato, coerente e robusto come quello di Robert Sugden. Tra queste: siamo sicuri che questa visione contrattualistica sia capace di assicurare alcuni beni morali che molti di noi, forse tutti, consideriamo essenziali? Che dire, per esempio, di coloro che non sottoscrivono oggi alcun contratto di mutuo vantaggio ma che oggi e domani subiscono le conseguenze delle scelte dei nostri contratti di mutuo vantaggio? Penso ai bambini, ai non nati, agli animali, alle piante, all’atmosfera, alle energie non rinnovabili. Chi garantisce il loro bene in un mondo affidato interamente ai contratti scritti da chi è nelle condizioni di poterli firmare sulla base dei loro mutui interessi? Sugden ha una sua risposta, sofisticata e controversa, anche a queste domande, che noi invece lasciamo aperte.

Molto bella è la frase che chiude il libro: «Io sono un economista, e ho centrato il mio discorso sul mutuo vantaggio nella sfera economica. Ma condivido la convinzione di Mill che la cooperazione per il mutuo vantaggio è il principio fondamentale dell’organizzazione di una buona società. Il mercato non è, o non dovrebbe essere, una arena di azioni rette da motivazioni non-morali o strumentali dalle quali proteggere altre pratiche più genuinamente sociali e con più alto valore intrinseco. I rapporti di mercato sono una parte cruciale di quel network cooperativo che costruisce la società civile». Un messaggio di speranza che si rivolge ai mercati reali che non sempre sono come Sugden li racconta, e li chiama a diventare ciò che non sono ancora.

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