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Liberi di dire «noi»

Le comunità devono fare i conti con un paradosso che nasce quando si mettono insieme liberta personale e adesione al "gruppo". Come uscirne? Inventando nuove forme di libertà...

di Luigino Bruni

Pubblicato su Il Messaggero di S.Antonio il 09/10/2018

Comunita MSA Getty Images ridAl centro di comunità, movimenti e associazioni nati da ideali più grandi dei profitti (incluse molte imprese cooperative, civili, sociali o di comunione), si ritrova uno dei paradossi più rilevanti della vita sociale. Un paradosso non abbastanza esplorato, in particolare negli ambiti spirituali e religiosi, perché, in genere, si considerano diversi dalle esperienze «laiche», diversi al punto da trascurare molte malattie e nevrosi che, non prese sul serio, finiscono per crescere libere e nuocere indisturbate.

È quel paradosso che emerge quando si prova a mettere insieme la libertà della persona con l’adesione alla comunità. Infatti, quando si ha a che fare con comunità con una forte identità e un grande senso di appartenenza (ad esempio, quelle fondate da persone portatrici di carismi), per poter dar vita a esperienze autenticamente collettive, c’è bisogno di membri capaci di aderire internamente a un messaggio, a una missione, a degli ideali.

La stessa parola comunità rimanda a una idea di legami forti, di un «noi» che non è semplicemente la somma degli «io» che lo compongono (si pensi al «corpo mistico» di san Paolo). Perché, a differenza delle imprese e delle istituzioni politiche, dove l’adesione si ottiene principalmente sulla base degli incentivi, dei contratti, del comando e della legge, nelle comunità spirituali e ideali l’adesione è essenzialmente una faccenda intima del cuore. Nessun incentivo estrinseco (denaro o carriera) è sufficiente per spendere una vita per un ideale, o, addirittura, per Dio.

Ma è proprio qui che si apre e si rivela il paradosso. Poche cose come una comunità religiosa, un movimento spirituale o politico (nella sua fase sorgiva) sono capaci di attrarre e sedurre persone creative, generose, con forti personalità. Al tempo stesso, non appena queste persone aderiscono alla nuova comunità e ai suoi ideali, la loro creatività e libertà sono orientate alla grande causa comune. Niente è più «dolce» del «naufragare in questo mare». La sola o principale declinazione della libertà individuale che le persone esercitano nell’alba delle esperienze carismatiche/ideali è la libertà di rinunciare all’esercizio della propria libertà ordinaria, per sperimentare una libertà diversa di immedesimazione e fusione con la libertà comunitaria e con i suoi ideali.

Nei primi tempi (che possono durare decenni) questa dimensione comunitaria della libertà (nella quale ciò che va fatto e non fatto, sentito e non sentito, pregato e non pregato, è definito dalla comunità stessa e dai suoi leaders) appaga all’infinito, e le persone non sentono alcun bisogno d’altro. Se però le persone crescono e riescono a diventare adulte dentro la comunità (impresa non ovvia, e non troppo comune), arriva il momento della tensione tra l’esercizio della libertà individuale e quella della comunità. Alcuni, e non pochi, abbandonano adesioni forti alle esperienze comunitarie proprio quando questa tensione cresce e non trova sbocchi interni positivi. Altri rimangono, e lì inizia una costante e a volte lunga dialettica tra le varie dimensioni della libertà personale.

Perché le comunità hanno un bisogno vitale ed essenziale che le persone scelgano liberamente di riconoscersi in un corpo, altrimenti implodono; ma questa adesione, soprattutto nelle fasi adulte della vita, può solo essere dono e non esclusiva, se vogliamo salvare qualcosa di reale della libertà individuale adulta. Perché comunità composte da persone talmente libere da non riconoscersi più in un noi, non sono capaci di comunità.

Un paradosso vitale, ma non semplice da gestire. Queste tensioni sono molto complicate e dolorose sia per i responsabili delle comunità sia per le singole persone, e, in genere, è molto carente una cultura dell’accudimento di queste forme di disagio reciproco.

La sfida delle comunità ideali del XXI secolo sarà inventare nuove forme di libertà, dove gli esseri umani adulti possano continuare liberamente a fiorire in forme collettive del vivere, e dove le comunità siano capaci di dar vita a un «noi» che non abbia bisogno del monopolio degli «io».

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