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Spiritualità ed Economia 

La carta d'identità dei cristiani

Commento alla parola di vita di gennaio 2011: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4,32).

di Alberto Ferrucci

pubblicato su Città Nuova n.24/2010

Mariannita_ZanzucchiLa “magia” del “cuor solo” tra esseri umani, tutti diversi l’uno dall’altro, è un privilegio raro, l’anticipo di una vita che non è di questo mondo, l’eredità dell’Incarnazione. Prima di salire in croce Gesù ha lasciato la formula per produrla: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», pronti cioè a dare la vita per gli amici: il Comandamento nuovo.

 

L'amore reciproco non è l'amare gli altri come sé stesso: è un amore più attento, delicato e totale, perché qui dare la vita significa mettere da parte il proprio io. E perché sia reciproco occorre la risposta dell’altro e bisogna lasciargli lo spazio per ricambiare, se vorrà, con la stessa misura. Quando l’altro ricambia, è come quando in aereo si bucano le nuvole e sopra risplende sempre il sole: si entra in una atmosfera in cui anche se si è molto diversi ed a volte ci si conosce appena, si entra in piena sintonia; ogni cosa va al suo posto, il cuore "arde in petto", si è pronti ad eroismi, a somme generosità. Non più offuscati da affanni e distrazioni, si gode la nostra natura di figli di Dio, e quando si è fatta una volta questa esperienza, rimane il desiderio di ripeterla, anche se si sa che occorre passare per la porta stretta del cancellare ogni giudizio e morire al proprio io.

Può succedere in chiesa e in convento ma anche in fabbrica, sul treno, in ufficio, in Parlamento: il bello è che è un dono per tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, buoni e cattivi, cristiani e non credenti: tutti abbiamo dentro l’impronta della Trinità, per tutti la pienezza della gioia si prova quando si ritorna a casa.

 

Quando si è «un cuor solo ed un'anima sola», la carta d’identità dei cristiani, non si fa alcuno sforzo a mettere i propri beni a servizio di chi ci è più prossimo del parente più stretto, perché condivide questa condizione: non si aspetta che l'altro chieda, si vede di che cosa ha bisogno e si condivide con gioia quello che si ha. La pienezza che si prova nel donare è tutta diversa dalla soddisfazione del filantropo teso più a realizzare il suo disegno che a guardare l’altro come suo uguale.

La comunione dei beni realizzata per giustizia sociale, per solidarietà generica, per spirito comunitario, per convenienza o per obbligo, senza l’amore reciproco, non è frutto né produce il «cuor solo e l’anima sola»; e quando l'amore reciproco si spegne e non si riesce a riaccenderlo, la comunione dei beni non porta più alla gioia. Dio ama chi dona con gioia.



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