Vittorio Pelligra

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Vittorio Pelligra, PhD

Vittorio Pelligra, PhD

Department of Economics University of Cagliari
&
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La sindrome del Marshmallow e le decisioni dei politici

I Commenti de "Il Sole 24 Ore" - Mind the Economy, la nuova serie di articoli di Vittorio Pelligra sul Sole 24 ore

di Vittorio Pelligra

pubblicato sul Sole 24 ore del 17/02/2019

Ricordate i marshmallow? Quei dolcetti zuccherosi e morbidi che Charlie Brown e suoi amici arrostivano, seduti intorno al fuoco, durante le sere al campeggio estivo. Ora immaginate di prendere uno di questi dolcetti e regalarlo ad un bambino di sei anni dicendogli, però, di non mangiarlo, perché se riuscirà a resistere alla tentazione per quindici minuti, scaduto il tempo, ne riceverà un altro. E allora, sì, sarà libero di mangiarsi in santa pace i suoi due marshmallow.

Quanti bambini resisterebbero? Per quanto tempo? Queste erano alcune delle domande che lo psicologo Walter Mischel, allora all'Università di Stanford, pose alla base di una serie di esperimenti condotti alla fine degli anni Sessanta. (Mischel W., et al. 1972. “Cognitive and attentional mechanisms in delay of gratification”. Journal of Personality and Social Psychology. 21(2), pp. 204–218). Ad uno ad uno, i bambini, di età compresa tra i 4 e i 6 anni, venivano fatti accomodare in una stanza dove ricevevano un dolcetto dallo sperimentatore. Prima di uscire, con una scusa, dalla stanza, lo stesso comunicava al bambino che se avesse aspettato a mangiare il dolcetto, fino al suo ritorno, ne avrebbe ricevuto un secondo in regalo. L'esperimento venne ripetuto innumerevoli volte in diverse configurazioni, su centinaia di bambini, e i risultati mostrarono che solo un terzo dei partecipanti era in grado effettivamente di aspettare i quindici minuti necessari per ottenere il secondo dolcetto. Alcuni cedettero subito, altri dopo periodi più o meno lunghi di resistenza. Mischel e i suoi collaboratori seguirono negli anni successivi tutti i bambini, nella loro adolescenza e poi verso la maturità, continuando a tenere nota dei loro comportamenti, dei risultati scolastici e dei loro successi e insuccessi nel mondo del lavoro e nella vita.

Analisi successive, sulla base dei dati raccolti in tutti quegli anni, mostrarono l'esistenza di una forte correlazione tra la capacità di rimandare una immediata gratificazione, misurata con il tempo di attesa prima di decidere di mangiare il dolcetto, e i risultati scolastici dei ragazzi, la loro forma fisica, la loro capacità di gestire ansia e stress. Uno studio condotto con la risonanza magnetica funzionale su alcuni dei partecipanti all'esperimento originale, oramai diventati adulti, ha mostrato che il cervello dei “resistenti” aveva subito un processo di sviluppo differenziato rispetto a quello dei “non resistenti”, in due componenti fondamentali: la corteccia prefrontale e lo striato ventrale; aree implicate, rispettivamente, nelle funzioni cognitive superiori e nella pianificazione e ricompensa.

Lo studio di Mischel diede vita ad un forte dibattito, a diverse interpretazioni e ad una miriade di studi successivi. Forse il più ambizioso di questi venne progettato agli inizi degli anni Settanta e coinvolse tutti i 1037 bambini nati tra l'aprile 1972 e il marzo 1973 nella cittadina di Dunedin in Nuova Zelanda (Moffitt T., et al. 2011. “A gradient of childhood self-control predicts health, wealth, and public safety”. PNAS, 108(7), pp. 2693-2698). Dopo la nascita, a scadenze regolari, ogni aspetto della vita di questi bambini, dalle caratteristiche della famiglia di origine, fino all'evoluzione della personalità, con particolare riferimento all'autocontrollo, all'impulsività e all'aggressività venne valutato, misurato e registrato, dalla nascita fino ad oggi, che quei bambini sono diventati quarantenni. Tutti i parametri rilevati sono poi stati messi in relazione con gli esiti e i risultati più rilevanti nelle vite di queste persone, facendo emergere alcune conclusioni sorprendenti. Indipendentemente da fattori come il quoziente intellettivo e la classe sociale di provenienza, la capacità di autocontrollo ha influenzato significativamente varie dimensioni della vita, fisica, economica, sociale, affettiva: punteggi più alti nei parametri che misurano l'autocontrollo, infatti, sono associati ad una salute migliore, al minor rischio di sviluppare dipendenza da alcool e droghe, ad una migliore situazione finanziaria, ad un minor rischio di condotte criminali.

Partendo dal “marshmallow test” fino agli studi più recenti, l'interesse per il tema dell'autocontrollo, dell'impulsività, dell'akrasia, come direbbero i greci, non riguarda solo psicologi e neuroscienziati, genetisti e sociologi, ma ci riguarda tutti. Riguarda il futuro dei nostri figli, la sostenibilità delle nostre istituzioni economiche e politiche, il sistema giudiziario e quello sanitario. Le differenze individuali nelle capacità di autocontrollo dovrebbero diventare una variabile chiave nelle politiche economiche e sociali di governi moderni e lungimiranti. Dato che gli effetti sono stati dimostrati, occorrerebbe ora intervenire sulle cause. E siccome sappiamo che queste capacità sono malleabili, e cose come la coscienziosità, l'auto-disciplina, la perseveranza, si possono apprendere e sviluppare, dovrebbero diventare parte dei programmi educativi innovativi e non lasciate totalmente al caso. Sono necessari interventi precoci - prima si interviene, infatti, più efficace è l'intervento. Dati gli effetti così rilevanti che la struttura della personalità può determinare per il futuro dei nostri figli, sarebbero auspicabili programmi di supporto da attivare già prima che i bambini entrino a scuola.

Quello che osserviamo oggi, invece, è che le famiglie con bambini piccoli, in Italia, sono proprio i soggetti più vulnerabili e marginali nelle politiche di welfare e scolastiche; non è un caso che siano proprio questi i soggetti a maggiore rischio di povertà.

A chi dice, come il ministro dell'Istruzione Bussetti, che alla scuola non servono più risorse, perché i risultati si ottengono con maggiore impegno, lavoro e sacrificio, si può rispondere che questo è certamente vero, ma poi bisognerebbe chiedere di spiegare da dove vengono, a loro volta, impegno, lavoro e sacrificio. Sono frutto del caso o di condizioni famigliari e di contesto socio-economico favorevoli? Aver frequentato un asilo nido, per esempio, fa aumentare del 39% la probabilità di ottenere risultati elevati anche se si proviene da una famiglia disagiata. Una scuola che offre attività extracurriculari, invece, fa aumentare questa probabilità del 127%; se poi la scuola è anche dotata di infrastrutture adeguate allora la percentuale passa al 167%. Al contrario, se si vive in un ambiente ad alta criminalità o ad alta dispersione scolastica allora si ha una riduzione del 30% e del 70% rispettivamente (Save the Children, “Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia”, 2018). Questo legame perverso tra svantaggio “ereditato” e povertà educativa andrebbe spezzato attraverso l'offerta di servizi educativi innovativi e di qualità e l'attivazione di percorsi mirati tra i bambini e gli adolescenti più fragili e svantaggiati.

Se vogliamo cambiamenti efficaci sui fronti più caldi della cittadinanza, dell'economia, della legalità e dell'ambiente, non possiamo non partire dall'educazione e dalle sue precondizioni. Perché come scriveva su Avvenire, qualche tempo, fa il poeta Davide Rondoni: «Chi parla assennatamente di cambiamento di una società, sa bene che il luogo dove esso si realizza è la dimensione educativa. I cambiamenti o sono di tipo educativo oppure sono superficiali o violenti […] Non crediamo a ricette miracolose, ma un buon inizio può essere porsi le domande giuste». La scienza ci aiuta a porre le domande giuste e a volte ci dà perfino qualche buona risposta. Avremmo bisogno con urgenza crescente di una classe di decisori politici, che invece di irridere scienziati e intellettuali, prenda atto di questo e magari agisca di conseguenza, con coerenza ed efficacia. Il mondo va veloce mentre l'Italia rischia sempre più di rimanere di lato, a guardare.

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