Rassegna stampa

Credere - 30/03/2014

Livio Bertola per la sua azienda di cromature ha scelto una strada alternativa: mettere al centro l’uomo, l’occupazione e la solidarietà. E così affronta la crisi con successo

Prima le persone, dopo il profitto

di Rossana Campisi

pubblicato su Credere il 30/03/2014

Logo credere ridE' possibile  gestire  un’azienda  non guardando  solo  al  profitto  ma puntando  su  rapporti  di  fraternità? Si può dare priorità all’occupazione, sostenere i dipendenti in difficoltà, far esprimere al meglio le capacità di tutti con una reale compartecipazione ai processi produttivi? A queste domande Livio Bertola è convinto che si possa rispondere «». Ne è convinto perché lui da imprenditore ci ha provato e pare ci stia riuscendo. Nonostante la crisi.

Sessant’anni, sposato da 35, padre di quattro figli (dei quali una adottata) e nonno di sette nipoti, Livio è alla guida della Bertola srl di Marene, nel Cuneese, un’azienda nata nel 1946 che fornisce di componenti cromati le più grandi case automobilistiche, motociclistiche e del fitness. I primi tre figli, Paolo, Caterina e Marco con la moglie Teresina, insieme ad altri soci e collaboratori, operano concretamente nella conduzione e direzione dell’azienda.

Racconta: «Nel 1992 è arrivata la prima crisi: ha bruciato più del 30% del fatturato. Rabbia e angoscia: dover licenziare, dover salvare, dover rilanciare. Siamo rimasti meno di una dozzina di persone ma il guado era stato superato. Potevo riprendere i miei ritmi ufficio-casa. Qualcosa però era cambiato: la crisi, dall’azienda si era trasferita nella mia testa. Sentivo il bisogno di fare qualcosa in più anche per i dipendenti. Sentivo che il senso non poteva essere tutto lì».

Questi pensieri a Bertola nascono pensando ad alcune letture sulla proposta dell’ Bertola FabbricaEconomia di comunione” che aveva incrociato frequentando il movimento dei Focolari, nel cui ambito aveva “riscoperto” la fede degli anni giovanili. «Decido di partire. Partecipo a un convegno rivolto a un gruppo eterogeneo composto nella maggior parte di laici, atei, agnostici, a Loppiano, vicino a Firenze, dove ci si ritrovava per incontrare Chiara Lubich, fondatrice del movimento», ricorda. «Quella piccola donna ci disse: “L’esperienza della nostra vita ci ha fatto capire che la cosa più importante nella vita è amare”.  Nel pieno dei miei 45 anni, scopro che a quella parola tanto esigente con me, crisi, dovevo rispondere partendo dalle radici. Crisi, in greco, significa “scelta”. Decido di scegliere: era l’unico modo per mettere in pratica la cosa più bella che avevo annotato a Loppiano, in poche parole di Chiara: “Amare sempre, amare tutti, amare come sé, amare persino i nemici, amare facendosi uno (cioè mettendosi nei panni dell’altro) e soprattutto amare senza interessi”».

Prosegue: «Mia moglie si preoccupò un po’ quando le confidai i miei pensieri: “Con una crisi aziendale alle spalle e 4 figli cosa vuoi fare: ti sembra  il  caso?”».  Livio  inizia  a  riorganizzare l’azienda: «Per rispondere alla crisi ho cercato alternative di lavoro per acquisire nuove clientele. Ma soprattutto ho puntato sui rapporti di fraternità; cercando di fare bene le cose per gli altri si finisce per farle sempre meglio, e anche il mercato se ne accorge. Un esempio? Una grande azienda che aveva deciso di lasciarci per affidare la produzione all’estero per via di costi più bassi, è tornata da noi: si è accorta che la qualità premia sempre. Appena il lavoro aumenta cerchiamo di assumere qualche giovane disoccupato. Come con un giovane, orfano dei genitori e con l’azienda paterna ormai fallita alle palle. Scoprimmo in seguito però che era tossicodipendente e decidemmo di prenderci maggiormente cura di lui accompagnandolo in un centro  di  recupero.  Ora  gode  di  una  ritrovata buona salute e si è formato una famiglia».

Oggi in azienda sono in 25, alle prese con una nuova crisi mondiale. «Ma per noi al momento, quasi inspiegabilmente, dal volto sopportabile»,  assicura  Bertola.  «Nei  bilanci  abbiamo inserito una nuova “voce”: mettere al centro di ogni decisione “la persona”, con i suoi bisogni e la sua storia. Un capitale sociale che col tempo è diventato solidale».

Dal 2012 Bertola è anche il presidente della neonata Aipec, l’Associazione italiana degli imprenditori per un’economia di comunione, ispirata al movimento dei Focolari, che conta oltre 150 associati sparsi per la penisola. «Sappiamo che prima della competizione è la cooperazione la più profonda natura del mercato. Se qualcuno dovesse aver bisogno, gli altri saranno lì pronti ad aiutarli. Siamo consapevoli che se oggi c’è la crisi, quindi, se manca il lavoro, è perché non è stato messo l’uomo al centro di tutto».

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