Rassegna stampa

L'Osservatore Romano - 25/12/2009

L'economia disgregante del male

di Simona Beretta
pubblicato sull'Osservatore Romano il 25/12/2009

Simona_BerettaHo letto il Dizionario di economia civile (a cura di Luigino Bruni e Stefano Zamagni, Roma, Città Nuova, 2009, pagine 813, euro 65) pagina dopo pagina, dall'inizio, perché la questione di una "buona" economia è cosa seria e urgente. Non mi era mai capitato di fare qualcosa di simile, e mi è piaciuto molto. Sessantuno autori - professori famosi e giovani ricercatori - e centoquattordici lemmi, dal respiro pluridisciplinare, documentano tangibilmente che il senso di urgenza è condiviso da non pochi protagonisti. I lemmi riguardano sia dimensioni teoriche, sia prassi ed esperienze, sia personaggi del mondo dell'economia civile; l'obiettivo dichiarato dei curatori è "dilatare l'orizzonte della ricerca economica fino a includervi il valore di legame", che si aggiunge ai tradizionali concetti analitici di valore d'uso e valore di scambio dei beni economici.

Allo stesso tempo, il Dizionario risponde alla preoccupazione di ridare voce a una tradizione, importante e dimenticata, del pensiero economico e filosofico soprattutto italiano e di prendere le distanze da un sistema di pensiero autoreferenziale che riduce le interazioni economiche nell'orizzonte limitato delle decisioni di un improbabile individuo, chiuso e perfetto in sé.

L'inclusione, fra i lemmi, dei personaggi e delle esperienze è l'elemento che aiuta maggiormente a dare rotondità complessiva alla nozione di economia "civile", la quale - in un certo senso - non può che essere la manifestazione quotidiana di una cultura di popolo:  cioè di una realtà dove le persone e le loro relazioni contano davvero.

La parte teorica è molto utile come introduzione ai vari concetti, ma in qualche caso indulge nel fare un fantoccio della posizione avversaria e cede alla tentazione di usare l'aggettivo "civile" come sinonimo di desiderabile - assottigliando la pregnanza dell'argomentazione.

Come si sa, ci vuole poco a criticare:  sono convinta che questo dizionario rimanga un must per chi desidera avvicinare e comprendere il fenomeno "economia civile" e approfondire parole essenziali quali dono, gratuità, fraternità.

La pubblicazione della Caritas in veritate da un lato rende ancora più urgente che non ci sia scontatezza nell'uso di tali parole, dall'altro mi pare inviti ad un approfondimento ulteriore, verso il punto genetico di un'esperienza di popolo capace di esprimere  un  modo  più "civile", più "umano" di fare economia e politica.

Su che cosa si radica un'economia "civile"? Che cosa rende davvero "civile" una convivenza? Per rispondere, credo sia utile partire da una seconda domanda, più facile:  da cosa si riconosce che un'economia e una società sono "civili"?

Il sano empirismo della tradizione cristiana insegna infatti che dai frutti si riconosce l'albero, e il frutto più desiderabile è esattamente lo sviluppo umano integrale ossia, per usare l'espressione di Paolo VI, "fare, conoscere e avere di più, per essere di più" (Populorum Progressio, 6; Caritas in veritate, 18). L'ultima enciclica ci consegna una constatazione:  che gratuità e dono "possono e devono" trovare posto nella normale vita quotidiana (Caritas in veritate, 36).

In effetti, si riconosce a prima vista quando questi frutti mancano:  l'impresa privata, l'ufficio pubblico, l'opera sociale non funzionano, si burocratizzano. Chi ci lavora, si limita nel migliore dei casi a comportarsi secondo quanto prescritto dalla gabbia delle regole; se ha potere sufficiente, piega le regole al proprio tornaconto miope.

Questo non è solo moralmente cattivo, è economicamente inefficiente. Senza una gratuità e un dono "permanenti", la spinta iniziale che ha creato un'opera economica o sociale si esaurisce e l'opera si accartoccia su se stessa:  l'impresa va in crisi, l'ospedale o l'ufficio postale non funzionano, le istituzioni politiche e amministrative - di cui occorre "prendersi cura", dice l'enciclica - si sfaldano.

La Caritas in veritate ci invita al principio di realtà:  la persona è fatta di relazioni, e queste sono spesso asimmetriche. In particolare, si riceve la vita, ma non si può scegliere se riceverla o no - e questo dato mi pare resista al progresso delle tecnoscienze - si riceve l'impronta inconfondibile dell'umanità, e con essa la fraternità che l'agire umano può far emergere o può soffocare.

Le relazioni, nella vita umana, sono in un certo senso tutto; la sconnessione e la frantumazione della nostra esperienza ci rende infelici, come scrive incisivamente Eliot:  hell is a place where nothing connects to nothing.

Ma le relazioni non sono sempre rose e fiori. L'agire personale nei rapporti concreti può anche essere nefando:  "Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi" (34). Per questo la gratuità non può essere confusa con i buoni sentimenti che animano lo slancio di chi fa qualche cosa per gli altri.

Senza una radice di gratuità, nessun lavoro genera lo sviluppo umano integrale; persino le iniziative di Corporate Social Responsability, gli appelli all'etica (45) e la solidarietà internazionale (47) possono ridursi a business. Generare sviluppo significa prendersi cura della relazione con qualcosa di nuovo - per certi versi, imprevisto - nel quale ci si imbatte e con il quale si misura la nostra libertà. Al limite, per rifiutarlo.

Così è del frutto del grembo materno; così è di una intuizione imprenditoriale, profit o non profit. Le cose non nascono da sole, vanno curate.

La gratuità di cui parla questa enciclica è innanzitutto la sorprendente esperienza del dono ricevuto (34), di cui prendersi cura. Questa gratuità che nasce, per così dire, dalla gratitudine mi sembra un embrione di risposta alla domanda su cosa può stabilmente fondare una economia "civile".

Non su una nostra presunta gratuità:  sarebbe come costruire sulla sabbia. La gratuità su cui costruire instancabilmente è la memoria viva della precedenza della gratuità di Dio nei nostri confronti:  carità e verità. Ogni amore ricevuto e ogni conoscenza acquisita sono esperienza di una singolare "eccedenza" (34), sono un "piccolo prodigio" (77).

Questo ricevere ci regala un'esperienza così affascinante, così interessante da traboccare:  permanendo in questo dinamismo di appartenenza, si può esprimere la nostra gratuità.

Che cosa fonda, che cosa può dunque fondare stabilmente una economia "civile"? La stessa realtà di dono che rende possibile la permanenza, nelle iniziative politiche e sociali, dell'impulso che ha dato loro origine:  lo slancio di adesione, da parte di chi agisce, a quel "di più" che desidera perché ne ha potuto percepire l'esistenza.

Se non ne avesse percepito l'esistenza, non potrebbe desiderare amore e verità:  due parole da inserire nel prossimo dizionario di economia civile. Due parole molto concrete, capaci di animare il dialogo fra uomini. Di nuovo, ciò è evidente soprattutto in negativo:  a chi non dispiace essere imbrogliato? Chi gradisce non essere benvoluto? Davvero amore e verità sono la grammatica elementare dell'umano.

(©L'Osservatore Romano - 25 dicembre 2009) 

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