Clarin - 17/10/2008

Modello economico o culturale?

di Cristina Calvo

pubblicato sul quotidiano argentino Clarìn il 17 ottobre 2008

Oggi la crisi finanziaria internazionale, ancora una volta, ci pone di fronte a diverse sfide. Secondo i dati forniti da Andrea Barantes, della Fondazione Banca Etica, ci sarebbe una massa speculativa, carente di regole e controlli, che muove 3.000 miliardi di dollari al giorno, mentre il commercio internazionale dell’economia reale non muove più di 10.000 miliardi di dollari l’anno.

Ci troviamo davanti ad una crisi endogena e strutturale del mondo finanziario, che assicura profitti enormi a pochi attori e gigantesche disuguaglianze in tutto il pianeta.

Questo momento non può passare senza mettere in discusione le basi stesse dei meccanismi del sistema. Dobbiamo riprendere seriamente la discusione su una nuova governance globale dell’architettura finanziaria, recuperando o proponendo alternative che nel corso del dibattito hanno perso forza: la Tobin Tax o altre forme simili di tassazione internazionale, la ripartizione della ricchezza su scala mondiale, il bisogno di trovare strumenti efficaci di politica economica da parte degli Stati, che consentano di generare un reddito da destinare alla tutela dei beni pubblici globali.

Ma quello che è entrato in crisi è soltanto un modello di sistema finanziario basato sulla speculazione oppure anche uno stile di vita e di consumo? Bisogna riportare il credito alla sua funzione originale. Il credito non è finalizzato a se stesso. E’ un mezzo al servizio dell’attività produttiva e commerciale la cui operatività si basa sul rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.

Il credito e le finanze devono essere ristabilite come istituzioni essenziali al servizio del bene comune. Le prime banche popolari furono proprio i “Monti di pietà” dei francescani del medioevo, nati per far sì che i poveri non cadessero nelle mani degli usurai. La crisi attuale è un occasione anche per rivedere la qualità del nostro consumo, per scegliere “stili di vita sobri e sostenibili”, nella prospettiva di un’opzione antropologica che tenga conto del bene di tutti, sopratutto di quelli più vulnerabili, e della “casa comune”.
Crisi vuol dire, oggi più che mai, possibilità di una vera trasformazione sociale e culturale verso un mondo più vivibile per tutti.

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