Avvenire - 15/03/2012

Avvenire pubblica su Agorà, alcuni brani dell'Introduzione al nuovo libro di Luigino Bruni "Le Nuove virtù del mercato", uscito oggi per Città Nuova

Oltre le teorie sul mercato dove il rapporto fra consumatori e produttori tendeva solo all’interesse. Più spazio all’economia reale. Il nuovo libro di Bruni

Il profitto non basta più

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 15/03/2012

Logo_Avvenire_AgorL'attuale fase dell’economia di mercato (che potremmo chiamare capitalismo finanziario-individualista) nasce da un pessimismo antropologico che risale almeno a Hobbes.  Una grande ipotesi su cui sia la teoria economica sia il sistema economico poggiano è l’assunto che gli esseri umani sono opportunisti e auto-interessati, ed è dunque naïf pensare che possano seriamente impegnarsi per motivazioni più alte dell’interesse (come il Bene comune).

Rivelativo è a questo riguardo un passaggio di uno dei fondatori dell’economia del Novecento, l’italiano Maffeo Pantaleoni, il quale in un suo famoso scritto sfidava «gli economisti ottimisti» a dimostrare che le motivazioni che portano «gli spazzini a spazzare le strade, la sarta a fare un abito, il tranviere a fare 12 ore di servizio sul tram, il minatore a scendere nella mina, l’agente di cambio ad eseguire ordini, il mugnaio a comperare e vendere il grano, il contadino a zappare la terra, ecc. [fossero] l’onore, la dignità, lo spirito di sacrificio, l’attesa di compensi paradisiaci, il patriottismo, l’amore del prossimo, lo spirito di solidarietà, l’imitazione degli antenati e il bene dei posteri [e non] soltanto un genere di tornaconto che chiamasi economico» (Pantaleoni 1925, I, p. 217).

In questa tesi c’è forse realismo, ma certamente ritroviamo un certo cinismo e una certa parsimonia etica, una tesi che è in assoluto tra quelle più radicate nell’immaginario collettivo della nostra cultura economica e non solo di questa.

In realtà, la storia ci mostra che c’è tanta gente che si alza al mattino per lavorare, vendere, intraprendere, scambiare, anche per ideali e passioni, e non solo per la ricerca del tornaconto economico. Negli stessi tram ci sono, sedute fianco a fianco, persone che camminano verso i luoghi di lavoro spinte da motivazioni diverse e più grandi della (pur nobile) ricerca del tornaconto personale: i luoghi dell’economia sono abitati da persone diverse, e non sono più serie e scientifiche le motivazioni strumentali e autointeressate di quelle intrinseche e pro-sociali.

Al tempo stesso, le varie forme di motivazioni convivono dentro la stessa persona, che è in se stessa realtà plurale e pluralistica all’interno della quale si svolge l’eterna Le_nuove_virtu_coverlotta tra le varie spinte da cui siamo abitati, con cui conviviamo e cresciamo nell’arco dell’intera esistenza.

L’economia come scienza, però, ha scelto di basarsi sulle passioni più semplici e tristi dell’essere umano, e per questo tende a guardarlo tendenzialmente come un opportunista e un furbo che non si impegna e comporta correttamente se non ha opportuni incentivi o controlli e sanzioni.

E ora veniamo alle due domande preliminari. La prima: di che cosa parliamo quando parliamo di mercato e di economia di mercato? Parliamo precisamente del mercato così come lo viviamo e lo vediamo tutti i giorni nelle scelte reali e quotidiane, nostre e degli altri. È il mercato del senso comune, degli scambi quotidiani con «il macellaio, il birraio e il fornaio» di cui parlava Smith, anche quando acquistiamo birra e cereali via internet e nell’anonimo ipermercato, e non più (o non soltanto) sotto casa. Ma nell’economia ci sono anche le scelte e le dinamiche di lavoro all’interno delle organizzazioni piccole e grandi, quei luoghi umani dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo di vita. I rapporti con i fornitori e con i clienti, con i concorrenti e con i colleghi, dalla cui qualità dipende gran parte della qualità della nostra vita, individuale e collettiva.

La seconda domanda: ma questo mercato "quotidiano" non è un po’ romantico, minimalista e quindi irrilevante quando pensiamo che il gioco che conta dell’economia e della politica "che contano" avviene su altri mercati (le grandi borse, le banche centrali e le banche d’affari, i grandi fondi...) e con altri attori (multinazionali anonime, alta finanza, governi... )? In realtà sono convinto che non sia stata ancora recepita dall’immaginario collettivo, né da molta parte degli intellettuali e dei politici, la grande lezione che proviene dalle scienze sociali del Novecento, e cioè che la crescita e lo sviluppo non dipendono principalmente dall’azione dei governi e delle grandi istituzioni, ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini, ciascuno dei quali possiede, e lui solo, quel frammento di informazione e di conoscenza rilevanti per le azioni sociali ed economiche.

Certo, tra questi c’è anche il governo e ci sono le istituzioni (che possono e devono fare la propria parte co-essenziale), ma hanno molto meno potere di quanto ci e si raccontano ogni giorno (anche per giustificare la loro presenza e i relativi alti costi). Il ruolo attuale della politica nelle moderne democrazie è soprattutto di tipo simbolico, liturgico, rituale, e, come in tutte le liturgie e in tutti i riti, la loro funzione e la loro efficacia non dipende dalla santità e dal talento dei sacerdoti e degli accoliti, ma dalla forza intrinseca della liturgia e del rito.

Sono convinto che i prossimi decenni dovranno essere necessariamente caratterizzati da una decrescita e ritirata della politica (non solo e non tanto una decrescita dell’economia) per far spazio al civile e alla sfera pubblica, poiché più un sistema è complesso meno pesante deve essere la mano che entra dall’esterno nelle sue dinamiche.

Tutto ciò per dire che parlare di mercati quotidiani e scelte ordinarie della gente significa parlare di ciò da cui dipende molto, quasi tutto, della vita economica individuale e collettiva; una scelta di metodo che ha poi il vantaggio di scomporre a complessa vita economica nei suoi elementi semplici, che consente di comprendere dinamiche che sfuggono allo sguardo d’insieme.

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