Rassegna stampa

L’Eco di Bergamo - 16/12/2011

Non di solo Pil vivono gli uomini

Il filosofo Carlo Sini al convegno Cgil: la felicità viene dal riconoscimento pubblico delle capacità. Luigino Bruni: e non cresce con il reddito. Ivo Lizzola: serve un nuovo patto tra le generazioni

di Giulio Brotti

pubblicato su L’Eco di Bergamo il 16/12/2011

Logo_eco_bergamoVolendo dar credito alle indagini statistiche, parrebbe che tra le categorie sociali più felici, in Italia, vi siano non i  frequentatori abituali del Billionaire di Porto Cervo, ma le colf filippine.

Non è una battuta becera: lo psicologo  sociale Paolo Legrenzi, qualche tempo fa, ci spiegava che «queste donne vivono lontano dal loro Paese, e spesso anche dalla famiglia d’origine, ma hanno conservato un forte ethos comunitario: si riuniscono tra loro, si aiutano,  mantengono vivo l’uso della lingua d’origine. Lavorano a ritmi forsennati e poi inviano gran parte dei loro guadagni a casa, ai genitori anziani o ai figli. La felicità, in questo caso, nasce dalla percezione che la propria fatica abbia uno scopo, sia orientata a una giusta causa ».

Consumi e desideri

All’idea che l’esser felici non si riduca al «quoziente dei consumi fratto i desideri» si richiamava la tavola rotonda  tenutasi nella Sala Mosaico dell’ex Borsa Merci, su iniziativa della Cgil e dello Spi-Sindacato pensionati italiani, con il titolo «Felicità e progresso: come si misurano oggi? ». Aprendo l’incontro, coordinato da Gianni Peracchi dello Spi-Cgil, il segretario generale della Cgil di Bergamo, Luigi Bresciani, ha sostenuto che «la questione del rapporto tra felicità e progresso non esula dalle competenze di un sindacato, soprattutto in un tempo in cui  sembrano prevalere, nella società italiana, parole d’ordine come "crisi", "angoscia" o, ultima arrivata, "spread". Noi siamo convinti che oggi si aprano anche nuove possibilità per ripensare un modello di sviluppo impostosi da lungo tempo in Occidente: per questo già lo scorso 16 settembre, presso il rifugio Malga Lunga, avevamo promosso un seminario di studio sul tema "Come si misura il benessere sociale", mentre un terzo incontro (dedicato alla  questione del "reddito base" nell’attuale mercato del lavoro) è in programma il 13 gennaio, nella sede della Cgil di Bergamo ».

Il lavoro unidirezionale

Il primo relatore della serata all’ex Borsa Merci, il filosofo Carlo Sini, docente emerito della Statale di Milano, ha preso spunto dalle immagini – trasmesse pochi giorni fa da un telegiornale – di un’operaia di mezza età, che  aveva appena perduto il lavoro e stirava malinconicamente la sua divisa, per poi riporla tra i ricordi personali. «Troppo spesso – ha detto Sini –, si concepisce il lavoro in senso unidirezionale, come un processo che dal soggetto umano porta a un prodotto finito. In realtà, esso costituisce anche uno specchio, da cui l’uomo riceve una precisa immagine di sé: lavorando, egli ottiene un "riconoscimento" pubblico da parte dei suoi simili e assume un ruolo all’interno della comunità. Essere confermati nelle proprie capacità, appartenere a un gruppo, stabilire con gli altri un rapporto positivo di vicendevole emulazione: ciò che siamo soliti chiamare "felicità" consiste essenzialmente in questo. Ecco perché privare gli uomini del lavoro equivale a commettere un "delitto sociale": per non esserne complice, la politica dovrebbe recuperare un’attitudine creativa, progettuale, che al momento sembra avere perduto».

Luigino Bruni, docente di  Economia politica presso l’Università di Milano-Bicocca, si è invece soffermato su  alcune questioni di happiness economics, una disciplina affermatasi nel corso degli ultimi decenni. Al di là dell’ovvia considerazione che, per essere felici, gli esseri umani devono aver garantito un livello minimo di sicurezza personale e di reddito, le statistiche dimostrano che non si dà una proporzionalità diretta tra la ricchezza materiale e la felicità: «Negli Stati Uniti, ad esempio – ha spiegato Bruni –, il valore medio della felicità dichiarata è precipitato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, per poi mantenersi a lungo stabile, benché il reddito pro capite fosse molto aumentato nel frattempo ». Secondo numerose ricerche, il livello di felicità personale dipenderebbe in grande misura dalla qualità delle relazioni sociali e familiari, più che dal possesso di beni materiali. Come mai, allora, molti di noi incorrono sistematicamente in una «trappola cognitiva», sacrificando il primo aspetto a favore del secondo? «Intanto, si tende a perseguire un reddito alto – ha risposto Bruni – perché si pensa che i soldi aumentino le nostre opportunità nell’ambito sociale: oltre un certo limite, però, la ricerca del guadagno va a scapito delle relazioni interpersonali e, una volta superata questa soglia critica, è difficile recuperare un equilibrio. Inoltre, il mercato tende oggi ad allettarci con merci che si presentano come "simulacri" dei rapporti umani,  illudendoci di poter evitare la fatica e la dedizione che questi comportano».

Una vulnerabilità diffusa

Terzo relatore della tavola rotonda era Ivo Lizzola, preside della facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Bergamo: «Oggi – ha affermato –, noi facciamo esperienza di una vulnerabilità diffusa. Da due anni, la depressione ha superato le malattie oncologiche come fonte di sofferenza per gli europei; il lavoro, che nel corso di un secolo e mezzo era stato visto come il punto d’appoggio per superare le situazioni di disagio e di incertezza dei singoli, diviene a sua volta un fattore d’insicurezza ».

«Di fronte a questo stato di  cose – ha aggiunto Lizzola – si può essere tentati di dar vita un nuovo regime  “sacrificale", in cui i più fragili sarebbero visti come un peso insostenibile per la società circostante. Oppure, si può immaginare un nuovo rapporto tra le generazioni, basato sul reciproco affidamento e su un esercizio di memoria, intesa non come registrazione acritica di una crescita solo quantitativa, ma come custodia dei sogni anche incompiuti di coloro che ci hanno preceduti, sogni capaci di suggerire dei nuovi "inizi"»

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