La nuova bomba di Nairobi

Editoriale

di Alberto Ferrucci

da  "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.41 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.13/14 - 2015 - luglio 2015

Lasciando la commissione centrale di EdC per nuovi incarichi a servizio dell’Opera di N41 Pag03 Alberto Ferrucci Autore ridMaria e della Chiesa, alla chiusura del congresso di cui era stata l’anima e l’ispiratrice, Geneviève Sanze ci ha confidato: «Non temo più che l’economia di comunione si esaurisca, perché è ormai diventata cultura: per queste trecento persone giunte qui da tutto il mondo, l’economia di comunione è ormai un modo di vita».
Il congresso di Nairobi è stato così speciale da far dire a Maria Voce, che lo aveva aperto con un suo messaggio usando l'espressione dei brasiliani al primo annuncio del 1991, che a Nairobi era scoppiata una nuova bomba.

Gli imprenditori e studiosi dell’EdC sono giunti a Nairobi superando il disagio di lunghi viaggi, situazioni ambientali inusuali ed il timore di azioni terroristiche che aveva indotto a spostare il congresso nella cittadella del Movimento; qui hanno avuto il dono di incontrare molti giovani africani, guidati dagli imprenditori della commissione panafricana, giunti per la scuola che ha preceduto il congresso, a volte con viaggi di vari giorni, portando i loro sogni da realizzare con una nuova economia.

Il dono era vedere come i semi di questa nuova economia fiorivano rigogliosi se piantati in un terreno non ancora inaridito dalla cultura dell’egoismo e da quel ciarpame mediatico dell’Occidente oggi rigettato in modo così estremo dal fondamentalismo islamico, ma estraneo anche a papa Francesco, che da 25 anni non guarda la televisione.
A dare l’esempio di questa creatività resa fertile dall’amore è stato il capo di un villaggio della Costa d’Avorio che malgrado una situazione che diremmo di povertà, interpretando N41 Pag03 Anouk ridcon la sua cultura le parole del Vangelo ha messo insieme le risorse di tutti, poi imitato da altri villaggi, per costruire case per gli stranieri di passaggio e le partorienti a rischio, oltre a magazzini per i prodotti del lavoro di tutti, avendo infine la saggezza di rinunciare al prezioso regalo di un pozzo che però avrebbe compromesso il bene comune più grande, l’armonia fra tutti.

Il momento magico del congresso è stato quando ciascuno si è rivolto in maniera naturale all’ascolto dei progetti, dei sogni, degli studi dell’altro e sui cartelloni su cui erano appuntati i sogni dei giovani futuri imprenditori sono via via fioriti i biglietti da visita di chi, meno giovane e più esperto, si offriva di aiutare a realizzarli, in una dinamica in cui non si vedeva più chi donava e chi riceveva perché tutto era amore e a ciascuno arrivava il centuplo.

Per questo gli imprenditori, da qualsiasi latitudine provenissero, avvertivano che anche per loro “una impresa non basta”, ed assieme ai giovani si lanciavano – in una esplosione di colori, abiti africani e no, teste bianche e no –, a sottoscrivere un patto: «Prometto di spendere la mia vita come apostolo di un’Economia di Comunione e così contribuire a un mondo più giusto e fraterno, affinché si realizzi il sogno più grande di Chiara: “Che tutti siano uno”».

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