Intervista a Paco Toro

Intervista a Paco Toro

di Isaias Hernando

da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.32 - dicembre 2010

Paco_ToroPaco nel 1972, a due anni dal matrimonio con Lola e già con i primi due figli, decide si avviare una azienda di distribuzione di prodotti chimici per la agricoltura e si trasferisce a Jaen, nella provincia spagnola che vanta 600 milioni di ettari di uliveti ed è la prima produttrice di olio d’oliva del mondo. Paco e Lola nel 1994 aderiscono con la loro azienda al progetto EdC.

Paco, perché avete aderito?

Quando Chiara ha lanciato il progetto ho provato una grande gioia, mi si apriva l’orizzonte di un impegno molto concreto di tipo sociale, etico, umano. Allora non solo la nostra azienda era cresciuta, ma anche la famiglia, con sette figli, alcuni all’università, con tante spese. Ci siamo impegnati in EdC come una nostra risposta a Dio Padre di tutti e che tramite il Vangelo ci interpellava: “chi dice di amare Dio ma non ama i fratelli è un bugiardo”

Cosa vi ha dato l’EdC?

Una dimensione nuova e più grande: anche prima cercavo di fare le cose davanti a Dio, ma poi ho trovato una dimensione più soprannaturale: non lavoravo più solo per la mia famiglia, ma per una famiglia più grande con cui condividere anche i frutti del lavoro. Così il cuore si dilata, l’umanità è più vicina e ci si sente più figli di Dio e più fratelli di tutti, sia quelli che sono lontani che quelli che sono vicini e fanno parte o collaborano con l’azienda.

Raccontaci qualche fatto.
Una volta un cliente importante voleva ordinare prodotti per i suoi uliveti del valore di 8.000 dollari. Essendo una stagione molto secca, prima di consegnargli i prodotti sono andato a visitare la sua tenuta e mi sono accorto che i fiori dei suoi alberi erano troppo deboli per portare buon frutto: così gli ho sconsigliato di non spendere tutti quei soldi che sicuramente in quell’anno non avrebbe recuperato. Lui è rimasto sorpreso: “ha fatto 200 chilometri per perdere una vendita?”
Un altro cliente mentre eravamo insieme in macchina una volta mi ha detto: “non so che mi succede, con te: non solo credo a tutto ciò che mi dici, ma anche lo faccio, perché sento che non sei capace di ingannarmi”. Gli ho risposto: “hai ragione, se inganno te, inganno me stesso e tutto ciò in cui credo”.

L'anteporre le persone, i clienti, i rapporti ai soldi, non incide sui risultati?  Come va l’azienda in questo periodo di crisi?
Nel 2009 abbiamo venduto il 30 % in meno degli anni precedenti, ma abbiamo chiuso il bilancio in positivo. Quest’anno la situazione è simile, i margini Azienda_Paco_Toro_webcommerciali sono piuttosto stretti e dobbiamo innovare.
Assieme ad un altro distributore abbiamo creato con un nostro marchio una linea di nutrienti per l’agricoltura, così possiamo migliorare i margini.
Un centro di sperimentazione statale ha studiato un nostro prodotto per tre anni, dimostrando un incremento fino al 30% della produzione di olio d’oliva.
Oggi lavorano con noi quattro ingegneri agronomi, due laureati in economia, un amministrativo, un magazziniere ed un addetto alla distribuzione: offriamo un servizio di consulenza tecnica molto apprezzato.
I tecnici sono molto motivati, si identificano con l’azienda perché vedono che i criteri tecnici prevalgono su quelli puramente economici.
Questo produce anche un effetto inatteso: una percentuale sempre più alta di clienti non mi chiede neanche i prezzi: quando consiglio loro di fare un trattamento, mi dicono semplicemente di inviare i prodotti.
Così, mentre metà delle aziende nate assieme alla mia ed altre nate dopo hanno chiuso, noi abbiamo buoni risultati. Il nostro commercialista afferma che  dichiariamo al fisco un profitto più alto di quello di altre aziende del settore.
è curioso come, in un’economia così competitiva, alcune aziende falliscano pur avendo tagliato tutti i costi possibili e avendo eluso le imposte, mentre altre  pagando stipendi più alti, tutte le tasse e contribuendo all’EdC vadano avanti, anche con una certa solvibilità.

Per molti anni hai condiviso utili che per una azienda della vostra dimensione sono molto consistenti, da 40.000 a 60.000 euro all'anno, pur avendo sette figli e tredici nipoti. Non sarà stato sempre facile armonizzare questi due mondi...
Non è stato facile. Non posso dimenticare quando mia figlia prima di sposarsi voleva acquistare assieme al fidanzato un appartamento. I loro risparmi ed il mutuo che la banca avrebbe concesso non erano sufficienti, mancava una cifra pari alla metà di quanto avevo destinato all’EdC.
Per noi è stato duro rimanere fedeli all’impegno preso e fidarci dell’amore di Dio. Era comprensibile che nostra figlia volesse evitare di pagare un affitto, ma le persone aiutate da EdC ne avevano più bisogno. Esse non sono mie figlie umanamente, ma lo sono davanti a Dio; credo che per questa via l’EdC eliminerà quella corona di spine che ha spinto Chiara Lubich a lanciare il progetto.

Non ti sei domandato se era giusto “danneggiare” i tuoi figli per favorire persone che neanche conoscevi?
Questa domanda per un po' mi ha inquietato, poi ho trovato una risposta: mio dovere è preparare i miei figli a cavarsela nella vita e ad essere responsabili. Tante volte  proteggendo i figli più del necessario invece di aiutarli facciamo loro danno, perché se non insegniamo loro a condividere, essi rimangono atrofici e dipendenti. Gli aiuti non necessari quasi sempre producono atrofia. Anche in questo senso l’EdC mi ha dato una mentalità più universale, equilibrata e matura per affrontare la vita.
Dopo un po' di tempo abbiamo aiutato non solo questa figlia ma tutti i nostri figli ad acquistare l’appartamento, ma senza ridurre il nostro contributo all’EdC.Voglio anche chiarire che i contributi li versiamo anche se non abbiamo una sufficiente liquidità. Per acquistare i prodotti che abbiamo a magazzino, dobbiamo chiedere finanziamento alle banche e se aspettassimo di avere liquidi in banca per versare i contributi, non li verseremmo mai.

Dal 2007 la forma dei tuoi contributi all’EdC è cambiata. Hai cominciato a promuovere in Bolivia nuove aziende per creare posti di lavoro. Come mai?
Quando si descriveva il modo utilizzato per distribuire i profitti del progetto EdC, avevo l’impressione che la parte destinata alla formazione di uomini nuovi venisse interpretata solo come un aiuto alle strutture del movimento dei Focolari, ed anche l’aiuto ai poveri mi sembrava fatto in modo un po’ assistenziale; quando io penso che, a meno che non si tratti di persone malate, l’aiuto continuato è negativo e produce atrofia, si perde lo stimolo a superarsi e spesso si ha anche una diminuzione della autostima.
Tutto questo mi sembrava un freno per lo sviluppo dell’EdC. Chiara aveva lanciato l’EdC vedendo la corona di spine, la corona di favelas attorno alla città di San Paolo. Aveva chiesto di avviare imprese per creare ricchezza e posti di lavoro per aiutare queste persone ad uscire dall’indigenza. E questo ci sembrava che doveva essere il primo punto di riferimento per noi.

Quindi sei andato in Bolivia...
Non è stato così semplice. Ho iniziato consultando in Cile i responsabili del Movimento per il Cile e Bolivia, esprimendo la forte esigenza di realizzare una EdC di maggiore portata, ed abbiamo chiesto luce per trovare la strada e le forze per percorrerla.
Finalmente con Lola nell’agosto del 2007, siamo arrivati in Bolivia, dove siamo stati accolti molto bene e la conferma di essere sulla strada giusta la abbiamo trovata nei tanti bambini in strada perché i loro genitori lavoravano in Spagna.
In Bolivia abbiamo avuto tre incontri importanti: il primo per conoscerci e ci siamo sentiti come a casa nostra; il secondo per esporre il progetto che avevamo in mente: prestare soldi per finanziare l'avvio di aziende produttive; il terzo per vedere insieme come portare avanti il progetto.

Questi finanziamenti, come vengono gestiti?
Abbiamo creato una commissione di quattro persone per valutare i progetti e stabilire le condizioni del prestito in funzione della fattibilità del progetto, del numero di posti di lavoro creati, della necessità di formazione professionale, del tempo di restituzione del prestito.
Il rapporto con i membri della commissione locale è stato continuo tramite la posta elettronica, ma i veri protagonisti di questa esperienza in Bolivia sono loro.

Sei tornato diverse volte in Bolivia, l’ultima volta a luglio di quest’anno per partecipare al congresso di Santa Cruz de la Sierra. Puoi dirci qualcosa sullo stato di avanzamento del progetto dal 2007 ad oggi?
Sono venuto varie volte, alcune con Javier Espinosa. Il progetto va avanti e si consolida: oggi ci sono sette aziende in funzionamento e altre due in fase di studio. L’esperienza fatta ci consiglia di aggiungere nuovi criteri, come il garantirsi che chi viene aiutato assicuri copertura sanitaria ai dipendenti, e come nominare la commissione locale...
Abbiamo anche visto che occorre migliorare la comunicazione sulla destinazione degli utili degli altri imprenditori che contribuiscono al progetto EdC e malgrado le iniziali difficoltà siamo molto felici del rapporto e dell’intenso dialogo con la Commissione Internazionale dell’EdC, che ci ha aiuta a comprendere meglio l’EdC e ha fatto crescere la fraternità e la comunione fra di noi, progettando verso l’esterno il pensiero di Chiara e dilatando ancora di più i nostri cuori.

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