Notiziario EdC

Economia di Comunione una cultura nuova rivista diretta da Alberto Ferrucci

Periodico quadrimestrale nato per collegare quanti aderiscono al progetto di Chiara Lubich per una economia di comunione nella libertà.

Cover_32Una economia per persone che si realizzano nella relazionalità, anziché nell'egoismo razionale, basata - anziché su una lotta per prevalere - su un "impegno per crescere insieme", rischiando risorse economiche, inventiva e talenti, per condividere la cultura del dare del Vangelo.

Cultura del dare che si dimostra sempre più fondamentale per orientare l'umanità negli anni Duemila, alla ricerca di nuove strade per affrontare la sfida ambientale e scongiurare nuove atrocità tra gli uomini causate dalla globalizazione dell'economia.

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I numeri precedenti del Notiziario possono essere scaricati dal sito:
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Una raccolta degli articoli più significativi dei primi 10 anni e 20 numeri del Notiziario "Economia di Comunione - Una cultura nuova" (dal 1994 al 2004) ha costituito il N.1 dei "Quaderni di Economia di Comunione" disponibile adesso online.

Con l’EdC, oltre la crisi

Con l’EdC, oltre la crisi

di Luigino Bruni
da "Economia di Comunione - una cultura nuova"  n.29 - settembre 2009

Il 2008 e il 2009 verranno ricordati come gli anni della crisi economica globale, una crisi che ha radici Luigino_Bruninella trasformazione del sistema economico, non più basato sull’economia reale ma sempre più su quella finanziaria. Ne è emerso un sistema fragile, vuoto, che accentra la ricchezza nelle mani di pochi e scarica i costi sulla collettività. È la manifestazione più drammatica di un processo che ha portato negli ultimi due secoli a sostituire la ricerca personale del benessere privato alla ricerca collettiva del bene comune, ad ogni costo.

Crediamo infatti che la crisi in atto sia di natura non solo e non tanto economica, ma soprattutto culturale, morale, che riguardi il nostro stile di vita e il nostro rapporto con i beni e con gli altri. Con l’avvento e lo sviluppo della società industriale e tecnologica, infatti, ci siamo progressivamente illusi di poter “immunizzarci” dai rapporti personali e dalle “ferite” che questi inevitabilmente procurano, puntando sempre di più ad accumulare denaro come mezzo di soddisfazione dei bisogni, come segnale di “status”, e come “medium” delle relazioni. Da qui l’indebitamento a catena e la corsa folle ai consumi, ma anche l’affidamento delle proprie “sicurezze” al denaro. Non ci siamo accorti, così, che prendendo le distanze dai rapporti umani siamo divenuti immuni alla felicità stessa, che si può vivere solo nell’incontro drammatico con gli altri. C’è necessità di un cambiamento soprattutto nella cultura: mai come in questo ultimo anno esso è invocato, necessario e atteso.

La storia dimostra che i grandi cambiamenti, anche nell’economia, sono venuti da carismi, da doni che la Provvidenza ha fatto sorgere per offrire risposte e indicare strade agli uomini e alle donne dei tempi di crisi. Da San Benedetto a Gandhi, da Francesco a Don Milani, i carismi sono stati risposte concrete a bisogni concreti, non ideologie, ma atti d’amore.

Noi siamo convinti che l’EdC sia uno di questi doni che lo Spirito ha fatto sorgere, all’interno del Movimento dei Focolari, in questi tempi di crisi epocale, nei quali l’economia di mercato sta cercando di andare oltre il capitalismo (profitto come scopo dell’impresa, e consumo come scopo del cittadino), salvando il portato di civiltà dell’economia di mercato. Il riferimento alle imprese dell’economia di comunione (n. 46) presente nell’ultima enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” è un grande segno di speranza, e un incoraggiamento a tutti noi a proseguire, con maggiore forza e generosità, nella strada intrapresa.

La storia
Attraversando la città di San Paolo (Brasile) nel maggio del 1991, Chiara Lubich – fondatrice del Movimento dei Focolari – era stata impressionata nel vedere di persona, accanto ad una delle maggiori concentrazioni di grattacieli del mondo, grandi estensioni di "favelas". Giunta alla cittadella del Movimento nelle vicinanze di San Paolo, la Mariapoli Araceli (oggi Mariapoli Ginetta), constatava che la comunione dei beni praticata nel Movimento fino ad allora non era stata sufficiente nemmeno per quei brasiliani, a lei così prossimi, che vivevano momenti d'emergenza. Spinta dall'urgenza di provvedere al cibo, ad un tetto, alle cure mediche e se possibile ad un lavoro, e con in animo l'enciclica di Giovanni Paolo II "Centesimus Annus" appena pubblicata, aveva lanciato l'Economia di Comunione:

«Qui dovrebbero sorgere delle industrie, delle aziende i cui utili andrebbero messi liberamente in comune con lo stesso scopo della comunità cristiana: prima di tutto per aiutare quelli che sono nel bisogno, offrire loro lavoro, fare in modo insomma che non ci sia alcun indigente. Poi gli utili serviranno anche a sviluppare l’impresa e le strutture della cittadella, perché possa formare uomini nuovi: senza uomini nuovi non si fa una società nuova! Una cittadella così, qui in Brasile, con questa piaga del divario tra ricchi e poveri, potrebbe costituire un faro e una speranza» (29 maggio 1991).

Il “sogno” di allora sta diventando realtà in mezzo alle contraddizioni del nostro tempo: imprese e attività sono nate non solo in Brasile, ma in molti Paesi del mondo, si sono costituiti poli imprenditoriali presso diverse cittadelle, imprese già esistenti hanno fatto proprio il progetto, modificando lo stile di gestione aziendale e la destinazione degli utili.

L’utilizzo delle risorse
Il progetto EdC è mondiale ed unico e si articola, secondo il principio di sussidiarietà, a livello locale o zonale. Ciascuna impresa che aderisce al progetto destina i propri utili in tre direzioni, attribuendo a ciascuna di esse pari importanza, per conformare alla situazione aziendale l'invito di Chiara di dividere gli utili in tre terzi: una parte per il consolidamento dell'azienda, una parte per l'aiuto agli indigenti ed una parte per la formazione di uomini nuovi.

La gestione di queste ultime due parti è affidata alla Commissione Internazionale EdC, che valuta le richieste e i bisogni pervenuti da tutto il mondo e destina queste risorse ad attività di aiuto diretto a persone indigenti e, in pari misura, ad attività di formazione alla “cultura del dare”.

La parte degli utili aziendali che rimane nell’impresa viene investita dalla stessa per il proprio funzionamento e sviluppo, con l’obiettivo primario di creare nuovi posti di lavoro.
Le attività di aiuto agli indigenti vengono finanziate anche con donazioni personali di membri del Movimento dei Focolari, realizzando così un’esperienza di comunione non solo fra imprese, ma “di popolo”.

Tra gli obiettivi dei progetti di sviluppo e di assistenza realizzati nell’ambito dell’EdC, primario è quello di costruire rapporti di fraternità e di reciprocità fra persone e comunità. Per questo motivo, l’aiuto offerto non copre mai il totale delle necessità ma va sempre ad integrare ed affiancare le risorse di chi viene aiutato e della comunità locale in cui è inserito.

Si cerca, infatti, innanzitutto di vivere la comunione dei beni in ogni comunità, mettendo in circolo quanto ognuno ha di superfluo e può essere utile ad altri; non di rado questa comunione vissuta localmente por-ta a risolvere alcune situazioni di bisogno, e a ridurre la richiesta di aiuto.
Senza questa pre-condizione, nessun intervento dall’esterno potrà permettere di uscire dal-le trappole dell’indigenza: in certi casi gli aiuti dall'esterno potrebbero addirittura peggiorare la situazione, creando circoli viziosi di assistenzialismo.

In quest’ottica, caratteristica degli interventi è il rapporto personale che si cerca di costruire fra chi gestisce gli aiuti in loco e le persone che ne usufruiscono, che spesso porta a condividere anche la sofferenza più profonda.

Questo rapporto stretto di collaborazione e comunione fa sì che siano molte le persone aiutate che sentono di voler ricambiare il dono ricevuto nei modi più diversi e che, appena sono in condizioni di mantenersi autonomamente, rinunciano a quell’aiuto per offrirlo ad altri.
Riuscire a vivere la reciprocità del dono, non di rado porta le persone a sentirsi già fuori dalla situazione di disagio che prima vivevano, stimolando in ciascuno l'autostima e lo spirito di iniziativa e permettendo di ricominciare a guardare con fiducia la vita. Per questo, sempre di più cerchiamo di prevedere già in fase di progettazione degli interventi di aiuto le modalità più adatte a stimolare questa reciprocità.

Fra i destinatari degli aiuti, quasi sempre c'è chi contribuisce all'azione con una parte delle risorse economiche necessarie: tra gli studenti, ad esempio, si cerca un lavoro a tempo parziale per pagare le spese di vitto o alloggio nelle sedi universitarie; o  nell'avvio di una micro-impresa, si rinuncia per i primi tempi a una parte dello stipendio per destinare quelle risorse all'attività stessa.
Ma molto spesso, tra i destinatari degli aiuti vi è chi si impegna da subito a fare qualcosa per gli altri, per ricambiare, indirettamente, il sostegno ricevuto: vi è chi offre lezioni di doposcuola per bambini, chi dà una mano nelle attività di un centro sociale per anziani, ecc.

«Abbiamo ricevuto un aiuto per diversi anni, per il quale sentiamo grandissima gratitudine. Abbiamo costruito la casa mentre arrivavano i nostri cinque figli e arricchivano la nostra famiglia.Sentiamo che Dio ci è sempre stato molto vicino e che ha ricompensato generosamente il nostro “si” alla vita. La nostra casa non è grande, e non è completa, ma abbiamo tutto il necessario. Abbiamo anche un bell’orto, che è utile per noi e per i bambini. Abbiamo anche un mezzo di trasporto, necessario perché quelli pubblici quasi non esistono. Nell’ultimo periodo la nostra situazione finanziaria é migliorata perciò l’aiuto non è più necessario. Oltre l’aiuto concreto, abbiamo sperimentato che disporre di denaro frutto della comunione dei beni, che è “capitale di Dio”, é stato educativo per noi e per i nostri figli. Ringraziamo ancora una volta per l’aiuto che ci ha fatto sperimentare l’amore di Dio attraverso i fratelli».
Sud Est Europeo

Le  28 famiglie aiutate non solo sono riuscite ad avere pasti regolari giornalieri o a sistemare le case, ma anche a crescere insieme nella fraternità, solidarietà e reciprocità. Una persona di esse si è messa a disposizione per aiutare in cucina durante gli incontri di formazione della comunità e le famiglie che grazie all'aiuto avevano potuto sistemare le loro abitazioni hanno ospitato chi aveva bisogno di un alloggio per  una cura medica o altro e le riunioni della comunità. Molti sono stati più attenti alle necessità dell’altro e hanno condiviso fra loro quello che avevano, aiutando concretamente con il loro tempo, ad esempio nell’imbiancare le case o semplicemente offrendo una tazza di riso a quelli che non ne avevano.
San Paolo, Brasile

La gestione dei progetti e la formazione delle controparti locali
L’esperienza di questi anni ha rafforzato il desiderio di aiutare ciascuno nel miglior modo possibile, trovando la soluzione più adeguata per lui e puntando a farlo in un modo competente e preparato. Ciò comporta la valutazione accurata degli interventi realizzati, dai quali fare esperienza per il futuro, e la formazione continua degli operatori incaricati di gestire le attività di aiuto in loco.

Nel 2008 si sono già realizzati alcuni seminari di formazione per operatori locali in Brasile, coinvolgendo oltre 50 persone. Nel 2009 si sta preparando un seminario di formazione alla cooperazione e alla gestione progettuale, che si terrà in Brasile nel  Febbraio 2010.
Riportiamo di seguito alcune notizie relative ai progetti realizzati gli scorsi anni, che ci arrivano dalle commissioni locali EdC, che evidenziano questo cammino in corso verso una preparazione sempre maggiore nella gestione dei progetti.

Brasile, Integrazione del reddito, San Paolo
Secondo le necessità, la distribuzione degli aiuti è stata mensile o bimestrale, in modo da poter seguire costantemente la situazione di ogni beneficiario in particolare. Il lavoro di gestione dei progetti è stato seguito da 7 persone incaricate che abitano vicino ai beneficiari. Esse hanno svolto il loro lavoro in modo volontario, assumendosi i relativi costi. Ora sentiamo la necessità di migliorare ulteriormente questo aspetto, con l’assunzione di una persona a tempo pieno per seguire la gestione dei progetti.

Messico
Il lavoro fatto lo scorso anno, nel quale abbiamo valutato insieme in profondità la situazione di ogni persona che viene aiutata, continua a dare frutti. La metodologia che cerchiamo di seguire si articola in tre momenti: 1) individuare i bisogni; 2) capire se possano essere soddisfatti attraverso la comunione dei beni delle comunità locali; 3) laddove si vede necessario un aiuto da parte del-l’EdC, fare presente la provenienza dell’aiuto. Cerchiamo di affiancare all’aiuto economico una formazione alla cultura del dare, soprattutto per i più giovani, con l’obiettivo e la speranza che diventino in futuro veramente “uomini nuovi” e possano a loro volta contribuire ad aiutare altri.

Dall’impresa alla comunità
Una delle caratteristiche dell’EdC è cercare di fare della comunione non solo un modo per gestire gli utili, ma uno stile di vita e di conduzione aziendale, a tutti i livelli: all’interno dell’impresa, con clienti e fornitori, con le istituzioni pubbliche, con i concorrenti. La condivisione non rimane così solo “a valle” del processo produttivo, nel come si utilizza la ricchezza prodotta, ma ispira anche “a monte” il modo in cui la ricchezza viene generata. Riportiamo, a questo proposito, le esperienze di due imprese operanti nell’Est Europeo.

Il coraggio della legalità
«Quando ho deciso di aprire una nuova ditta di progettazione ambientale, molti mi hanno avvertito sul fatto che senza relazioni privilegiate con impiegati pubblici sarebbe stato impossibile vincere appalti e avere successo. Con gli azionisti abbiamo comunque deciso di scegliere la via dei “lavori puliti”, partecipando ad appalti pubblici senza fare compromessi, non offrendo agli amministratori favori di nessun tipo, a rischio di non riuscire nell’impresa.  Nel primo grande concorso pubblico in cui siamo risultati vincitori, al momento di firmare il contratto puntualmente è arrivata una richiesta di tangenti, sotto minaccia di non ricevere le informazioni necessarie allo svolgimento del nostro compito. Dopo una discussione impegnativa con il gruppo delle imprese associate al progetto, abbiamo deciso di rifiutare il pagamento. Non ci sono state conseguenze: abbiamo ottenuto l’appalto, tutti i dati relativi al progetto e concluso il lavoro con successo. Questa esperienza ci ha incoraggiato e siamo andati avanti con la stessa strategia. Abbiamo cercato di mantenere una linea chiara di rifiuto, ma allo stesso tempo di non sbattere in faccia la porta a nessuno a livello di rapporto personale. Ultimamente, contro ogni previsione, ci siamo visti assegnare un lavoro per il quale ci eravamo presentati assieme ad altre ditte associate. Ci siamo chiesti come fosse stato possibile, visto che le ditte concorrenti avevano offerto prezzi più vantaggiosi.Abbiamo poi scoperto che uno dei nostri soci, a nostra insaputa, aveva fatto pressione su un amministratore pubblico perché manomettesse i documenti del concorso e la scelta cadesse su di noi. Per noi è stato un duro colpo, ci siamo sentiti messi in trappola dagli amici. Dopo aver discusso col socio in questione, che con rincrescimento ha ammesso l’azione disonesta, abbiamo tentato il tutto per tutto: prima che l’assegnazione del lavoro diventasse ufficiale ci siamo rivolti all’amministratore pubblico, chiedendogli di riammettere le altre ditte al concorso. Evidentemente così abbiamo perso il lavoro, ma abbiamo ritrovato un rapporto di verità, di rinnovata amicizia e fiducia con il nostro socio che ha sottoscritto idealmente davanti a noi una dichiarazione di onestà. A causa della nostra linea non abbiamo ottenuto diversi progetti anche molto importanti, ma a volte mi chiedo: forse seguendo le cosiddette “pratiche comuni” ora avremmo più collaboratori e i nostri salari sarebbero più sostanziosi? o ci troveremmo piuttosto a dover affrontare qualche serio problema giudiziario?
Con le altre imprese con cui collaboriamo più strettamente si sta instaurando una cultura nuova, fresca e liberante. Si incomincia a discutere anche su questi temi tabù e ci si incoraggia a continuare su questa strada».

Condurre l'impresa in tre
T: «La nostra azienda è stata fondata nel 1991, poi nel 1999 I. è entrato come secondo socio. Per me è fondamentale condurre l’impresa in tre, noi due soci e Dio. Una volta sono andato da I. per prendere la decisione di acquistare un capannone, necessario come deposito dei materiali. Io lo avevo già visto, mi sembrava una soluzione ottima, era vicino, non costava tanto, ecc.; stavo già cercando di capire come poterlo finanziare. Arrivando da I. con questa proposta già pronta, pretendevo da parte sua semplicemente che mi dicesse «si va bene». Ho sentito che questa non era comunione, così ho lasciato in macchina tutta la documentazione e sono entrato a casa sua con il solo desiderio di fare un’esperienza di unità. Quando gli ho presentato il mio punto di vista, lui con molta delicatezza mi ha detto che non gli sembrava una buona scelta. Per me non era facile rinunciare alla mia idea, ma in quella atmosfera ho capito che era giusto non fare quel passo. E dopo un anno è stato molto chiaro che la scelta fatta insieme era stata la migliore per la nostra piccola azienda».

I.: «I nostri collaboratori sono pagati per una parte in proporzione al rendimento personale. Tra loro c’era una persona con una disabilità mentale. Ho spiegato agli altri che per me sarebbe stato molto più semplice licenziarla piuttosto che lavorare con lei, ma ho chiesto a tutti di avere un’attenzione particolare per lei, di darle un sostegno. È stato molto bello vedere che dopo un po’ è venuta da loro la proposta di dividere tutta la produttività fatta insieme in uguale misura tra tutti i dipendenti».

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