Custodia e fraternità: la bellezza nel lavoro per Luigino Bruni

"Custodia e fraternità". «Da sole dicono già praticamente tutto», si schernisce l’economista Luigino Bruni, che però, al Festival Biblico di Vicenza, condivide il suo appassionato approccio ai temi del lavoro, dell’uomo, del rispetto e della gratuità.

pubblicato su Festival Biblico.it il 2/06/2015

150601 Vicenza Festival Biblico rid«Nella Genesi troviamo una delle domande più terribili della Bibbia: "Dov’è tuo fratello". Caino, il primo omicida risponde di non essere il custode di suo fratello. Questo significa che o sono custode dell’altro o sono il suo assassino. Anche nell’indifferenza, infatti, posso far sì che l’altro muoia. Nella prima fraternità della storia c’è un fratricidio. E se il primo omicidio è un fratricidio, ogni omicidio è fratricidio». Ma l’umanità è connessa anche al creato con la stessa logica della fraternità, proprio perché custodia e fraternità sono strettamente legate, spiega Bruni: «Basta sorvolare l’Italia per vedere quanto l’uomo ha lavorato la terra. Ma ci vuole l’incontro tra lo spirito della tecnica e lo spirito della sapienza, che sono indipendenti l’una dall’altra».

La terra è anche un bene, ma non come gli altri: «Chi possiede la terra non può possederla del tutto, perché la terra ha una destinazione universale: ogni bambino che nasce può abitare il mondo. È un tema più attuale che mai».

Dal rapporto tra custodia e fraternità Bruni individua quattro strade da percorrere. La prima è la gratuità. «La custodia non può dipendere solo da categorie economiche. Se noi infatti custodiamo la terra solo per contratto, non c’è motivo di lasciarla custodita per i nostri pronipoti: cos’hanno fatto, loro, per noi? L’uomo economico si muove negli spazi, e per tempi brevissimi. La custodia richiede gratuità. Gratuità e dono». Dono: tra le categorie più equivocate di sempre. «Un amico di RadioRai mi chiama a Natale e a Pasqua per parlare di dono, come se per l’economia fosse una sorta di regalo romantico, o peggio ancora la filantropia delle grandi imprese, le fondazioni dei figli di Caino a sostegno dei figli di Abele. Penso alle fondazioni finanziate dalle case del gioco d’azzardo per aiutare chi soffre di ludopatia. Il dono invece è vedere il motivo del lavoro ben fatto all’interno del lavoro stesso: un artigiano ci tiene a fare un tavolo fatto bene non tanto perché lo pagano o lo costringono, ma per il lavoro in sé, per la dignità».

C’è poi il tema della cura: «La mia amica Jennifer Nedelski, canadese e femminista, ha uno slogan: "Lavoro part time e cura part time per tutti". Il mercato non può essere l’unico strumento per la cura verso bambini e anziani. Altrimenti chi è povero di soldi sarà anche povero di cure: è un problema di democrazia. Abbiamo lottato per secoli per dire che siamo tutti uguali, non si può instaurare una nuova forma di feudalesimo basato sul potere di acquisto». Il come è presto detto: «Per Nedelski ogni essere umano dovrebbe lavorare non più di trenta ore a settimana e prestare dodici ore di cura. Per ottenere tutto questo bisognerebbe modificare i meccanismi di stima e di biasimo sociale, dando più riconoscimenti a chi "cura" e non a chi lavora troppo, magari diventando schiavo della carriera. Il Jobs Act non parla di cura, perché la cura non è considerata lavoro. Ma l’indifferenza è fratricidio e la gratuità è impagabile».

Terzo caposaldo il tema dei beni comuni: «Esattamente come la custodia, anche i beni comuni non possono essere affidati a logiche economiche. Altrimenti verrebbero distrutti. È l’esempio del pascolo comune dove tutti mandano le loro vacche a pascolare finché l’erba finisce. L’economia non basta da sola: ci vuole la politica. Ma ora il politico ha perso la sua identità. Un tempo il politico era la figura che sapeva un po’ di tutto a cui toccava fare sintesi: "Gli asili nido sono in perdita? Li facciamo lo stesso, perché servono”. Ma ora l’economia si è fatta sempre più complessa, i politici si sono affidati agli economisti e questi hanno iniziato ad avere l’ultima parola. La politica deve riprendere quest’ultima parola, altrimenti tutto sarà messo a bilancio».

Quarto elemento è l’antropologia del lavoro: «Dio, dopo aver creato il mondo, vide che era cosa buona. E dopo aver creato l’uomo disse che era cosa molto buona: in quel molto c’è il messaggio della bellezza dell’universo». La bellezza del lavoro è già dentro il lavoro stesso: «Ci stiamo convincendo sempre più che l’unica cosa che spinge il lavoratore a fare bene è l’incentivo, il pagamento, ma non è così. Quando insegno mi sforzo di avere entusiasmo, a dare il meglio di me: ma se l’università ha comprato i titoli e il tempo del professor Bruni, non può aver comprato Luigino. Ma è quel Luigino a fare la differenza. Qui è il dono». Ci vuole un cambiamento nei rapporti di lavoro: «Gli imprenditori sempre più spesso guardano i lavoratori come potenziali fannulloni, o proprio non li vedono più, non li vedono lavorare bene, a fare di più del dovuto, dato che se ne stanno sempre chiusi negli uffici. C’è un’enorme problema di mancanza di riconoscimento del lavoro da parte di chi lo fa: è un tema che ha molto a che fare con la fraternità. Per me è una questione serissima». Un abbraccio all’Italia: «Se il nostro paese non affonda, come dovrebbe, è perché ci sono artigiani, imprenditori, persone che lavorano bene. C’è una verità diversa rispetto a quella che viene raccontata. Non la vediamo perché indossiamo gli occhiali sbagliati». Un invito all’ottimismo: «L’uomo non è solo Caino, è anche Abele. Lo spirito della tecnica non è quello della sapienza, ma insieme alla sapienza diventa qualcosa di magnifico».

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