da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.34 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.23 - 2011 - dicembre 2011
di Luigino Bruni
Abbiamo appena concluso l’anno EdC 2010-2011 e dobbiamo riconoscere, con gratitudine, che i frutti sono stati abbondanti. Uno è molto eloquente e significativo: gli utili delle imprese EdC sono aumentati del 7,6 per cento, attestandosi attorno ai 770 mila euro, un importo, questo, che ovviamente non include le tante donazioni e condivisioni di utili che le aziende EdC praticano costantemente nel loro quotidiano.
Questo è un risultato molto positivo, considerando la crisi economica che coinvolge tutti, e non posso non esprimere un sincero e profondo grazie a tutti gli attori dell’EdC, quest’anno in modo tutto nuovo e particolare agli imprenditori, per la fedeltà, la costanza, in certi casi l’eroicità che c’è dietro a ogni utile donato, e forse ancor più a quelli non donati perché magari l’impresa attraversa difficoltà o è in perdita. Certo, non basta donare gli utili perché non ci sia «più nessun indigente»: c’è bisogno di molto di più. Ma senza questi utili donati l’EdC non esisterebbe, o quantomeno non sarebbe credibile né imitabile.
La sfida sempre più urgente è far sì che nessun centesimo donato vada sprecato, poiché ognuno nasce da rinunce ad alternative non sempre superflue: anzi, in quegli utili donati non c’è solo il superfluo ma spesso anche il necessario. Quel denaro donato poteva diventare qualche riserva in più nell’impresa, una seconda auto, una casa di famiglia per la vecchiaia, fatti non ipotetici o astratti, ma che ho ascoltato con le mie orecchie e visto con i miei occhi anche nel recente e fruttuoso viaggio a Manila. Il “necessario” è calcolato e misurato dall’imprenditore di comunione anche sulla base dei bisogni di chi si trova in condizioni molto più svantaggiate.
Chi vive l’EdC diventa giorno dopo giorno quell’”uomo o donna mondo” che Chiara Lubich indicava come ideale ai giovani alla fine degli anni Sessanta.
E per essere all’altezza della sua vocazione, l’EdC oggi è chiamata, nel suo insieme e nelle varie zone, a migliorare i progetti, e ciò è possibile grazie a chi li segue in ambito locale e al prezioso rapporto con l’Azione mondo unito, un miglioramento che richiede una formazione continua per far sì che gli utili donati rendano trenta, sessanta, cento per uno.
Non va poi mai dimenticata una delle colonne portanti di tutta l’EdC: il nostro modo di aiutare un povero non è dargli denaro o risorse tenendolo distante dalla comunità. L’EdC aiuta i poveri portandoli dentro alla famiglia. È la comunità la prima cura della povertà. Se invece gli utili donati diventassero, anche con le più buone intenzioni, uno strumento con cui imprese e comunità si immunizzano dai poveri, aiutandoli ma lasciandoli fuori dalle mura, avremmo con questo prodotto il più grande fallimento della spiritualità dell’unità e del Vangelo, che ci mostra le prime comunità cristiane come luoghi di fraternità dove tutti sono ricchi e poveri allo stesso tempo.
L’icona che alla base della cultura dell’EdC è quella del primo focolare di piazza Cappuccini a Trento, durante la guerra. Chiara Lubich raccontava che la disposizione a tavola prevedeva «un povero, una focolarina, un povero, una focolarina», e in quei pranzi si usava la tovaglia più bella. Il nostro modo di aiutare una persona in difficoltà è “invitarla a pranzo”, mettendo “le tovaglie più belle”. Non ci basta una mensa popolare, vogliamo la festa della fraternità.
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